Donna, ragazza sola, a trent’anni cosa sei?

Lei che non sfigura in lontananza, 5 anni fa ha perso un amico, timido, un po’ sociopatico – molto fragile – un tipo che, non trovando nessuno con cui andare a un concerto c’era andato da solo e la settimana dopo, appena uscito dalla terapia, si era buttato sotto a un treno. Era malato? Boh, chissà, forse, non lo sapeva. Fosse stato amico-amico, più che amico/conoscente, forse se ne sarebbe accorta, avrebbe potuto fare qualcosa, ma col senno di poi neanche un tiepido senso di colpa è rimasto nel tempo. Però quella storia nel suo intimo la sconvolse ed egoisticamente la interrogava, alle volte si sentiva triste forse tanto quanto o più di lui, così pensava. Ci rimugina seduta sulla panchina di un marciapiede tra i binari 2 e 3 di una stazione che dà sul mare, ma il vento caldo dell’estate che abbraccia il sole al tramonto scacciava via quei brutti pensieri, lasciando che la mano scorresse da sola sullo smartphone, -doppio click- acquista un biglietto unico per il concerto del suo artista preferito che avrebbe avuto luogo la sera stessa.

Si presenta in anticipo da sola e balla al centro della piazza, ha i capelli corti color fumo e gli occhi socchiusi, nulla la intralcia, nessuno la nota: non è abbastanza avvenente o stravagante, è normale, perciò ininfluente a tutto e tutti. Due energumeni le si piazzano davanti, non vede più niente, ma non importa: ormai lei è trasportata da un’altra parte ed è sospesa sopra le teste di tutta quella gente.

Illustrazione di Maria Saccomanno
Illustrazione di Maria Saccomanno

Il concerto finisce, torna a casa in metro e con le cuffiette ascolta ancora le stesse canzoni come un rituale sul finire del giorno. Per un attimo ha uno scatto di lucida follia e pensa di licenziarsi dal lavoro e partire per il Sudamerica per vivere all’avventura, ma in poco rinviene e imposta la sveglia per il giorno dopo: tornerà a sorridere falsamente al suo capo – in quel posto di lavoro precario che l’ha salvata dall’apatia, che non le dà il tempo di pensare e la porta a resistere ogni giorno per la fame di bastare a sé stessa.

5.30. Suona la sveglia. Finita la routine mattutina, si presenta al lavoro e sulla sua sedia è adagiata una lettera proveniente dalle risorse “umane”: fine del rapporto di lavoro e tanti cari saluti.

Non lo sapeva che era già stata sostituita. La sua carne è già fredda, è trasparente e tutto la attraversa. Semplice: non le avevano rinnovato il contratto – tra l’altro di merda – e non le erano bastate le buone impressioni, le belle parole dei superiori, i sorrisi che le stiracchiavano la leggera maschera di trucco. Anche in quella foto di gruppo appoggiata sull’angolo dell’ufficio, scattata durante l’uscita di teambuilding dell’anno scorso, a guardarla bene, non era più lei: un altro aveva già preso il suo posto, era svanita in un cassetto di una nuvola in tempesta.

Piovono lacrime.

“Che fa, piange?”

Ai colleghi imbarazzati non frega niente. Non le passano più consegne, per loro è ora un guscio vuoto, un intralcio alla produzione dell’azienda. Qualcuno prova a consolarla per circostanza, per il tempo di una pausa sigaretta – non ci si deve fermare. Ma come? Non era quello che voleva? Non era quello che voleva. Non le restava che evitare di crogiolarsi nella sua miseria, dove mostrarsi forte – lei che appariva così debole.

Il lavoro nobilita l’uomo, lei era il suo lavoro. Vorrebbe scappare. Samba e guaranà? Tequila e Porto Rico? Con che coraggio ma soprattutto dove? Rimane. Non era quello che voleva?

È stata sostituita come molti altri prima di lei, non è mica la fine del mondo, non è mica speciale.

Se ne farà una ragione…

Se ne farà una ragione.

Resta – domani ricomincerà e troverà una nuova mansione da qualche altra parte. Non è contenta? Non era quello che voleva? Le faranno i complimenti, diventerà la migliore di tutti.

Bevi e fai festa, vai a un altro concerto, non pensare, tutti vengono sostituiti prima o poi, sei stata comunque brava, è durata abbastanza a lungo. Sono cose che succedono a tutti. Non sei stata digerita dal sistema e ti hanno rigurgitata.

Sei stanchi mesi dopo, l’hanno accettata in un posto nuovo.

Che bello, si è sistemata bene.

Le diranno che è cambiata, anche se sarà fondamentalmente sempre la stessa. Crederà a quelle parole che rifila impunemente agli altri nel sacco putrido dell’ipocrisia. Non si ancora alle proprie idee, quelle la fregano. L’hanno già fregata in passato. Non porta rancore, non ne ha mai portato, perché cominciare adesso.

“Sii te stessa, non pensarci, bevi, fai festa.”

Sei stata sostituita, consolata, riqualificata.

“Bevine un altro, alla salute!”

Si è sistemata, agli occhi di tutti: che bella figura ha fatto. Una donna tutta d’un pezzo.

“Non sono speciale”, se lo ripete e sta meglio.

“Non sei speciale. Sei come tutti – uguale agli altri.

Uguale a chi ti ha sostituito e a chi sostituirai.

Non puoi sobbarcarti tutti i mali del mondo.

Stima chi vuoi ma non amare nessuno.”

La ripetizione uccide.

La ripetizione uccide.

Sii originale ma abitudinaria, un genio normale, una persona come tante, come tante. E come Dante nel mezzo del cammin de la sua vita, o forse a tre quarti, giudica gli altri e fatti giudicare dagli altri (siamo sempre giudicati da altri) ma mai, ripeto mai, giudicare te stessa! Ti aiuterebbe a crescere ma non eviterebbe la discesa nell’agio del vuoto a sprofondare senza fine.

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