C’è qualcosa di profondamente grottesco nella perpetuazione della morte del villain. Non tanto nella sua morte, quanto nella necessità di rimandarla, riscriverla, trasformarla in un evento spettacolare che, anziché porre fine al male, ne garantisca la sopravvivenza non solo della morte del villan ma dell’intera società post strage. Il villain, del resto, è una creatura che il racconto non può permettersi di perdere: gli si può imputare la catastrofe, lo si può smascherare, lo si può persino mettere alla gogna, purché gli si conceda sempre un’ultima apparizione. L’importante è che non esca mai davvero di scena.
È in questo cortocircuito che si muove Digger di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise nei panni di un magnate del petrolio la cui responsabilità nel disastro si accompagna alla necessità di mettere in scena la propria fine. O, meglio, di lasciarla mettere in scena da altri. Perché la morte del villain è una faccenda troppo seria per essere lasciata al villain: occorre qualcuno che la organizzi, la finanzi e stabilisca quale immagine debba sopravvivere di lui.
Il nipote di Digger, che finanzia lo spettacolo, e la regista che ne dirige la rappresentazione partecipano a questa operazione di demolizione, facendo della ridicolaggine del protagonista uno degli strumenti attraverso cui amministrarne la morte simbolica. Il mostro va abbattuto, certo, ma possibilmente sotto le luci della ribalta e con una regia che ne renda la caduta sufficientemente digeribile. Del resto, se il responsabile della catastrofe può essere trasformato in una caricatura, la sua condanna diventa anche un modo per prendere le distanze dal mondo che lo ha prodotto e che lui stesso ha plasmato con quelle “Libertà di crogiolarvi nelle comodità delle vostre esistenze intollerabili” . Il cattivo è lui, si ride di lui, si celebra la sua fine. Tutto risolto, dunque? Non proprio.
La caricatura, infatti, non è un’operazione innocente. Ridicolizzare il villain significa sottrargli autorità, privarlo della sua aura, trasformarlo in un corpo grottesco sul quale esercitare una condanna collettiva. Ma significa anche correre il rischio di neutralizzarlo simbolicamente senza intaccare ciò che rappresenta. Il sistema può sopravvivere alla morte del suo uomo nero, magari persino trarne un vantaggio: una volta individuato il colpevole, il resto del mondo può tornare tranquillamente alle proprie occupazioni.
La questione è allora capire chi abbia il potere di decretare questa morte e, soprattutto, di stabilirne le modalità. In Digger, la risposta passa attraverso la costruzione di uno spettacolo: la fine del villain non viene semplicemente raccontata, ma preparata, provata e organizzata da chi intende consegnarne al pubblico una determinata immagine. Ed è proprio qui che il film introduce un ulteriore scarto, spostando l’attenzione dalla morte del personaggio alle condizioni della sua rappresentazione. Perché, prima ancora di assistere allo spettacolo, noi spettatori cinematografici siamo chiamati a osservarne le prove.
È qui che il teatro introduce una questione che il cinema, con la sua riproducibilità, tende a rimuovere. Una rappresentazione teatrale può essere replicata, naturalmente, ma non sarà mai identica a quella precedente: ogni messa in scena è un evento irripetibile, non necessariamente perché cambino il testo o la regia, ma perché cambiano le condizioni concrete della sua esistenza, il tempo, i corpi, la presenza degli spettatori. La ripetizione non restituisce l’originale: produce ogni volta un nuovo accadimento. Il teatro perpetua la rappresentazione proprio attraverso la sua impossibilità di riprodurla perfettamente.
La morte del villain assume allora un significato ulteriore. Digger deve morire, ma la sua morte non può esaurirsi in un’unica immagine, ripetibile e replicabile all’infinito, come quella cinematografica. Deve tornare a essere un evento, consumarsi nel presente di una rappresentazione che, pur ripetendosi, non potrà mai essere identica a se stessa. È questa la peculiarità del teatro: non l’impossibilità di replicare uno spettacolo, ma l’impossibilità che ogni replica coincida pienamente con quella precedente. La morte del villain viene così perpetuata attraverso la sua continua messa in scena, ma ogni volta deve accadere nuovamente, senza potersi fissare una volta per tutte in un’immagine definitiva.
Occorre un pubblico che assista all’evento e ne sancisca l’esistenza senza la mediazione del cinema. La morte, in altre parole, non è soltanto ciò che lo spettacolo racconta: è anche ciò che lo spettacolo deve produrre, ogni volta, nel presente della propria esecuzione.
Ma in quale mondo si svolge tutto questo? Un mondo post-apocalittico, certamente, se per apocalisse intendiamo la catastrofe che ha trasformato le condizioni della vita collettiva. Oppure, forse più precisamente, un mondo post-fossile: un mondo nel quale le immagini di un ordine economico fondato sull’estrazione e sul consumo sembrano sopravvivere alle condizioni materiali che lo hanno reso possibile. Eppure, in questo futuro, dove sono finiti i cinema? Dove sono le immagini che avrebbero dovuto testimoniare la fine del mondo, conservarne le tracce, trasformare la catastrofe in memoria?
Noi continuiamo a guardare Digger attraverso il dispositivo cinematografico, con la possibilità di rivederne le immagini, di tornare sulle scene, di ripetere lo spettacolo ogni volta che lo desideriamo. Ma i personaggi abitano un mondo nel quale la rappresentazione sembra dover ritrovare la propria ragion d’essere nella presenza fisica degli attori e degli spettatori, in un evento che non può essere restituito identico a se stesso. Il cinema, che ha fatto della riproducibilità una delle proprie condizioni fondamentali, diventa così lo strumento attraverso cui osserviamo un mondo nel quale quella stessa condizione sembra essere scomparsa, o quantomeno essere diventata problematica.
Forse, allora, Digger mette in scena anche la morte di un certo modo di fare cinema: quello che trasforma ogni evento in immagine, ogni immagine in archivio, ogni fine in qualcosa che può essere riprodotto all’infinito. Muore anche un certo modo di vedere e di fruire delle immagini. Il quesito che resta è: quando anche l’ultima immagine sarà scomparsa dalla memoria collettiva, chi resterà a testimoniare la fine?
-Daniele.





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