Omero, uno “nessuno” e centomila corpi insepolti da onorare ad ovest. È la crisi dell’Occidente, il mito che diviene canto e rovina del passato; Il tradimento demiurgico di Nolan aderisce perfettamente all’impianto temporale frammentario ed episodico dell’Odissea. L’Ulisse interpretato da Matt Damon è il genio estremamente fallibile, schiacciato dal peso delle proprie responsabilità, delle promesse non mantenute, dell’astuzia ingegneristica a servizio della distruzione: il cavallo bomba, l’inganno fatale verso le leggi di Zeus, la sfida oltre l’uomo ovvero il mostruoso, il mondo dei vivi che tocca il mondo dei morti. In sala la poltrona trema principalmente ai rimbombi degli interventi divini, frutto dei ricordi frastagliati, come immagini innestate in una mente costretta a ricordare – tracce di memoria e smemoria. Odisseo avvolto nell’idillio di Calipso e assuefatto dal loto, come l’oppio per Noodles di “C’era una volta in America” sogna, vede stralci di inquadrature come nervi encefalici che si riattivano e riplasmano i ricordi, come Circe che maneggia i corpi umani in porci, alla ricerca di un insieme sinottico. Come in Memento l’ordine degli addendi viene manipolato da noi stessi, popolo del mare inconsapevole, affliggendoci un’assoluzione che non ci spetta.

DI che cosa sono capaci le spiagge di Calipso? Limbo metafisico come le rive in Inception, film coordinata metodologica della filmografia di Christopher Nolan. La concentrica perdizione nei sogni – nell’inconscio irrazionale – simboleggiato dall’equino impennato a mezzo busto nella sabbia, come un quadro di De Chirico; e l’oggettino-totem (statuetta di Atena) che tiene ancorato alla realtà in un mondo di apparante magia quali sono il cinema, il mito greco e le proiezioni oniriche. Sono sempre state esposte le strutture narrative, metaforiche, socio culturali dei film di Nolan, lui non è di certo un tipo alla Lynch che si perde nell’inconscio e nell’inconoscibile ma crede e scommette nel concatenamento delle cause e riesce sempre a tornare a un punto di partenza: un arrivo, un ritorno, un nuovo inizio.

Solo, l’uomo, alla deriva dell’ira di Poseidone, contrastabile solo con un atto fede, con l’abbandono; come il patto filmico tra spettatore e opera, come l’accettazione di una missione impossibile o come un salto quantico in un altro mondo. Il tutto è ribadito col peso materico di ogni struttura proscenica, qui si rimarca il fantomatico rifiuto della ricostruzione digitale che alleggerisce a differenza della presenza totemica della scena: il cavallo trascinato sulla spiaggia, l’esplosione tattile di un’esplosione, il fuoco vero di un edificio in fiamme manifestano la colpa – il danno come atto del mondo fisico e non astratto del mito. Nel conflitto c’è il caos, lo sfogo di “10 anni di rabbia in una notte”, il volto di Atena che non distoglie lo sguardo, la saggezza annichilita nella bestialità. Non manca la tamarraggine metafisica titillata dal commento sonoro di un poderoso e presentissimo Ludwig Göransson in tutte le sue vesti , dall’arco pizzicato agli antichi strumenti musicali modernizzati. Non è un caso che Agamennone sia idealizzato con una statuaria anacronistica armatura nera e una spina dorsale dorata – il cavaliere oscuro del potere.

SE dovessimo affiancargli la filmografia del maestro britannico per eccellenza (Stanley Kubrick) potremmo associare The Odyssey al peplum colossale Spartacus (1960), scritto da Dalton Trumbo e interpretato da Kirk Douglas, che fu anche Ulisse nel film di Mario Camerini del 1954, in quello che è stato il genere di più ampia fama produttiva soprattutto nelle coproduzioni internazionali degli anni cinquanta. Ma nei due percorsi l’incontro di tale genere arriva in momenti completamente opposti, per Kubrik a inizio carriera come subentrante al progetto, quindi non del tutto plasmato sulla sua cifra stilistica ma più in un prova professionale di rigorosa regia e di grande produzione, la vera e letterale odissea kubrickiana sarà quella spaziale del 1968 (2001: A Space Odyssey). Mentre per Nolan ci troviamo nella piena consacrazione autoriale, le stelle sono già state attraversate e abbandonate in Interstellar (2014), tutto il suo lavoro si ricicla e si ri-identifica in quella che è summa poetica o più malignamente autocompiacimento.

A dimostrazione però che ora Cristopher Nolan siede sul trono vacante di Re Mida Universal(e) del grande cinema hollywoodiano, quel posto di grande film capace di richiamare le sirene dell’Hype mondiale, che nei 80/90 fu di Spielberg – ora incartatosi in bislacchi patacconi, vedasi “Disclosure Day”. Di fatti c’è tanto del “Salvate il soldato Ryan” nei reduci achei – nel loro impervio e ineluttabile destino – lo stesso ruolo di Matt Damon (Ryan e Ulisse) viene riletto nel suo capovolgimento da salvato a salvatore fallito; rendendo centrale come perno del proprio trucco di prestigio il personaggio di Sinone, interpretato da Elliot Page, l’architetto di Inception, spernacchiando le inutili, se non a scopo di marketing, polemiche, ridefinendo a vero mcguffin metatestuale l’altra scelta di casting al centro della tempesta, ovvero Lupyta Nyongo come Elena/Clitennestra, ristretta comparsata ed espediente di contorno – tanto rumore per nulla – e il risultato probabilmente era quello sperato.

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