Solo
puzza di inferno
chissà se
more oppure dorme
il tanfo è vivo
ha la pelle bruciata e sozza
di marrone pare diarrea
e di giallo vomito
con le croste negli occhi
e le macchie di piscio sui pantaloni
quanto fa schifo
(fa pietà pure ai poveracci della mensa)
statte attenti
chissà cosa ha passato
sotto ce sta sempre una
persona
non te lo scordá mai

Su e giù sull’ultimo vagone del treno regionale, dorme affossato, gonfia il petto di tanto in tanto, le narici sfiatano in controtempo, un rivolo di bava penzola sospesa tangente al colletto della maglietta.

“Tutto bene?” col dito pronto sul tasto del telefono di servizio – 112 – ora indifferente: polfer o ambulanza?
Stropiccia gli occhi così lentamente, fessure piccolissime, il torpore è a malapena scalfito. La fermata è persa perciò capolinea e ritorno a intercettare la prossima veglia.

“Ehm si, scusa, è… ho… bevuto una birra”
Spunta tra le dita una spadino foderato che ha già combattuto e che sulla punta ha le gocce rosse dell’evaporata pace. Nell’imbarazzo, col sudore accumulato tra i tatuaggi che sporgono sui dorsi delle mani, accortosi, inserisce la siringa nel tascone laterale del pantalone con gli occhi che fissano gli angoli ciechi del convoglio. Si mostra vivo per un minuto scarso – tappa in bagno e come la vespa col pungiglione getta lo strumento nel cestino metallico. Torna a dormire, in bilico precario nel limbo di un’overdose, vigile quanto basta per rifiutarsi, scende finalmente perdendosi nell’ordinario di una fermata di periferia.

Luce rossa – fermo alla panchina del binario 6 – osservo la bandiera verde del capotreno che dà il pronti al macchinista. E gli occhi seguono i treni che passano, la noia assale ogni cellula del corpo, non provo niente, non sento niente, non penso a niente.
Il fischio.

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