“Sulla terra leggeri” è l’esordio nel lungometraggio di Sara Fgaier, la regista spezzina che aveva già illuminato il suo percorso dietro la macchina da presa con lo straordinario “Gli anni” (miglior cortometraggio agli European Film Awards del 2018) e l’episodio “L’umile Italia” in co-regia con Pietro Marcello, nel documentario corale “9×10 Novanta“.

La sua carriera da cineasta era cominciata con la collaborazione nei primi film da regista di Marcello, la Fgaier era stata assistente alla regia ne “Il passaggio della linea” per poi diventare la montatrice e la ricercatrice d’immagini d’archivio a partire da “La bocca del lupo” fino a “Bella e perduta”. Lavori che l’hanno contraddistinta come una delle più acute sperimentatrici del montaggio. È dall’idea di un montaggio ancestrale e proiettato al futuro che si plasma “Sulla terra leggeri”, un’opera dalla natura liquida, fatta di richiami lontani intarsiati nel flusso del tempo, che nella suo essere acquatico scorre come un fiume di ricordi sconnessi, ovvero di corpi alla disperata ricerca reciproca. “Passavamo sulla terra leggeri come acqua che scorre1 dal libro omonimo di Sergio Atzeni, limpido riferimento letterario che ha ispirato, con molta probabilità, il titolo del film.

Gian lotta contro l’oscurità di un’improvvisa amnesia. Miriam, la figlia che non riconosce, gli consegna un diario, scritto a 20 anni, che ruota tutto intorno a Leila, la ragazza con cui ha scoperto l’amore nell’arco di una notte. (sinossi tratta dalla scheda del festival)

La pellicola segue le parole scritte, decantate da lettere e stralci di diario, e prende vita attraverso il sovrascriversi con le immagini tra passato (fatto anche di home movies e materiale d’archivio) e il presente. Pagine che si aprono e si chiudono, che si sfogliano avanti e indietro, che si stropicciano e perdono colore. La forma diaristica era una caratteristica anche de “Gli anni” dove la stessa Sara Fgaier leggeva frasi liberamente estrapolate da Annie Ernaux, citiamo proprio l’inizio: “Tutte le immagini scompariranno/ tutte le immagini crepuscolari dei primi anni/ quelle dei sogni in cui i parenti resuscitano/ le immagini reali o immaginarie/ quelle che persistono anche nel sonno/ svaniranno tutte in un colpo solo”; è una lotta contro l’oblio, una ricerca che continua e che sconfina nella cieca sconfitta di un volto svanito. Qui per via della perdita di memoria che ha colpito il protagonista Gian, interpretato anziano da Andrea Renzi, mentre nei ricordi del diario ne fa le veci principalmente il giovane Emilio Francis Scarpa con qualche incursione di Stefano Rossi Giordani.

È allora il personaggio di Leila, l’aviatrice tunisina, anche lei interpretata da ben tre attrici (Amira Chebli, Maria Fernanda Candido, Lise Lomi) a scandire il ritmo delle cadute e risalite di questa interconnessione romantica. Una storia d’amore che è un vibrato leggero di incontri mancati e un intreccio di sensazioni disperse nella memoria. Un pilota dal sapore francese che irrompe nella quiete di una vita, proprio come ne “L’envol” dell’amico Pietro Marcello, lì a generi invertiti, l’aviatore era un affascinante Louis Garrel ma la Leila di Lise Lomi non è da meno. Non dissimile è anche il rapporto padre-figlia a gestire la perdita come simulacro di un viso di donna da recuperare nell’immaginazione più lontana possibile, e ricorda anche l’eterna bellezza perduta della testa troncata dalla statua ne “La chimera” di Alice Rohrwacher, pure lì a rimandare alla scomparsa di una donna (Beniamina). Azzardiamo a dire che nel film della Fgaier si riapre un sentimento narrativo comune (l’envol, la chimera, sulla terra leggeri) dove un uomo ricerca l’amata perduta nei meandri più foschi della propria mente, confondendo l’immagine mitica con il suo ricordo evanescente, perdendosi così a sua volta.

Si alternano ombre e luci nella testa di Gian e le parole ridondano creando spiragli nei vuoti di memoria. Non c’è un centro focale narrativo, le immagine/ricordo sono una serie di processi emotivi che formano un fluido a più strati, c’è una confusione sotterranea, un senso sfuggente dominante, tanto è vero che gli incontri sono immortalati in spazi aperti e come fuori dal tempo. Sara Fgaier, madre italiana e padre tunisino, sceglie infatti posti a lei cari: le scogliere tirreniche del mare spezzino, tra cui le grotte di Palmaria, e le coste tunisine; pezzettini di memoria che si mescolano e cercano faticosamente un’unione. Un film fatto di piccoli oggetti, di piccoli sguardi, di piccoli gesti come l‘istantanea scattata da un turista ai due giovani innamorati che vengono cristallizzati in una polaroid, nel momento dove ogni elemento interno si è fermato, le onde, il vento, ma non il fluire del tempo, che continuerà invece a scorrere inesorabile; le foto che non sono un buon auspicio per i piloti di aerei, abituati a librarsi in aria senza lasciare mai traccia del proprio passaggio, viaggiatori mutevoli troppo proni all’abbandono. Una superstizione per amori che sono messi in crisi dall’incertezza.

“Sulla terra leggeri” è un film che nelle sue fragilità e imperfezioni ha bisogno di sedimentare, così da toccare il fondo e risalire, come un corpo che da pe(n)sante si fa più leggero dell’acqua fino a tornare in superficie. Anche perché l’illusione dell’amore cerebrale costruito su un castello labirintico di ricordi non è indenne all’intemperie del tempo: “l’amarezza di questa storia sta nel fatto che possedere i ricordi, l’immagine di qualcuno, forse non è un modo di amarli davvero, è un modo di oggettificarli in qualche modo, idealizzarli, farne uno strumento di fantasia amorosa”2, queste le parole dello sceneggiatore Maurizio Boquicchio che rivelano come attraverso l’accettazione della mortalità e l’esperienza dell’imperfezione, ci si può rendere conto di come amare profondamente e vivere non solo di sogni e desideri lontani (echi di musiche ancestrali provenienti da paesi stranieri). Questa malinconia idealizzata, nell’incomprensione della sovrapposizione dei piani e nella perdita della memoria affettiva si sgretola di fronte alla vita vera, facendo sbattere la testa contro la contingenza del reale: la famiglia, l’amore presente.

Una porta che si apre e che si richiude, stacchi di montaggio che riempiono il vuoto come un mare che separa due sponde lontane, un processo di riscrittura in post-produzione votato più alla corrente emotiva della regista e delle montatrici (Alice Hervé e Enrica Gatto) che alla ricerca di una linearità narrativa. La tensione che si crea tra le varie tipologie di immagini fuoriesce dallo schema temporale di una collocazione all’interno di una contemporaneità o di un qualche sentimento nostalgico; in questa cosiddetta archeologia di immagini che si contrastano, ma allo stesso tempo che si uniscono nell’appaiarsi una a fianco all’altra nella propria diversità, c’è il levitare verso la scoperta di altri mondi, allo stesso tempo reali e onirici, dando forma a nuove connessioni. Cresce così una cronaca collettiva volta a partire dalla piccola storia (d’amore) nella quale scrutare la difficoltà a rileggersi come vedendosi dal di fuori, per arrivare a coniugare un sentimento universale. Un respiro di mondo in cui le sponde separate dal mare possano finalmente toccarsi.

 

  1. Passavamo sulla terra leggeri, Sergio Atzeni ↩︎
  2. Sulla terra leggeri – Q&A Concorso Internazionale, Maurizio Buquicchio (sceneggiatore) ↩︎

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