#5: Killers of the Flower Moon (Martin Scorsese)

Si nasce incendiari, si muore pompieri.

È curioso che, nella fase autunnale della sua attività, uno degli autori che meglio ha incarnato lo spirito sovversivo della Nuova Hollywood e il superamento dei dettami del cinema classico, abbia finito per raccogliere, ribaltandone a modo suo i presupposti, l’eredità dell’uomo che ne è stato il massimo esponente.

L’ultimo tassello della carriera di Martin Scorsese non è un semplice gesto di ammenda, bensì un autentico atto di responsabilità cinematografica che non deve trarre in inganno: le proporzioni monstre di questo impressionante racconto fluviale sfuggono a qualunque tentazione epica e trasformano il film in una lenta, ieratica passeggiata tra le tombe di un cimitero monumentale, in un antispettacolare romanzo criminale in cui non si muovono più i tragici antieroi dei film precedenti, ma un vero e proprio branco di lupi assetati di sangue.

Se Silence poteva dirsi il Missione in Manciuria del cineasta italo-americano e The Irishman il suo L’uomo che uccise Liberty Valance, Killers of the Flower Moon somiglia a una versione maligna di Un uomo tranquillo, una dichiarazione d’amore a un popolo, alle sue tradizioni, alla sua ricchezza e alla sua ostinazione a mantenere integra la sua identità.

Qui però non c’è nessuna idealizzazione romantica, nessuna sospensione bucolica, nessuna conciliazione tra l’elemento nativo e quello di rottura; ci sono solo sopraffazione, violenza, oppressione e lo svolgimento indisturbato di ciò che è stato “solo un’altra tragedia quotidiana”, c’è la messa funebre di un’intera nazione di oppressori e oppressi come in passato era riuscita soltanto a Cimino ne I cancelli del cielo.

È una forzatura, forse, e su un film importante e bellissimo come questo ci sarebbe molte, molte più cose da dire che queste poche righe possono solo malamente riassumere, ma resta difficile da contestare il fatto che, con il percorso segnato da queste ultime tre opere di finzione – di cui Killers of the Flower Moon rappresenta il culmine -, Martin Scorsese acquisisce una volta per tutte quella statura che può essere solo di Ford.

#4: Pacifiction (Albert Serra)

Una lumaca che striscia lungo il filo di un rasoio e che sopravvive: la visione del colonnello Kurtz prende forma dal lato opposto dell’Oceano Pacifico e si manifesta negli ultimi rantoli del colonialismo, nei disperati tentativi di rimanere diplomaticamente e istituzionalmente rilevanti di un Occidente che, prima di accasciarsi, vuole sincerarsi di trascinare tutti con sé nella sua caduta e di rimanerci sopra, vincitore di una gara di supremazia il cui premio in palio è la catastrofe.

Albert Serra ci accompagna in una letargica passeggiata in paradiso poco prima che vi si abbatta un’apocalisse di cui tutti, ricchi e poveri, sfruttatori e schiavi, guerrafondai e pacifisti, sono indolenti corresponsabili, provocata in egual misura dalla presunta missione civilizzatrice del Primo Mondo e dal mito del buon selvaggio: nella Polinesia francese sopravvissuta ai test nucleari si muove uno sciame di arraffoni uno più viscido dell’altro, preoccupato solamente di rimanere aggrappato il più possibile a quello che ha o che sogna di possedere, un’umanità che si ostina a stare in gaina ballando sull’orlo del precipizio.

Su tutto si erge la figura decadente, se non dannunziana, dell’Alto Commissario della Repubblica, protagonista sornione incarnato da un magnifico Benoit Magimel a metà fra il Saint Jack di Bogdanovich e il Gerard Depardieu del mondo reale, che, come lo spettatore, si aggira e parla a vuoto in questa dimensione politica ridotta a nightclub, in questa inconcludente trattativa col nulla mentre la minaccia incombe invisibile: questo è lo scenario spalancato da Pacifiction, un enigma, anzi una seduta di ipnosi di quasi tre ore in cui non succede niente e tutto è inutile, la cronaca vuota e allucinata del silenzio che precede l’esplosione.

Una riflessione beffarda, cinica e inesorabile sul potere, concetto da sempre al centro della poetica del cineasta catalano, sull’eternità di un ancien régime che nessuna rivoluzione ha mai concretamente spazzato via: più che un film, un’esperienza audiovisiva unica che seduce e atterrisce, bellissima come un sogno e spaventosa come un incubo.

#3: Leila e i suoi fratelli (Saeed Roustayi)

Quale presente si delinea e quale futuro si prospetta per la florida scena cinematografica iraniana ora che le personalità che l’hanno resa grande dopo la Rivoluzione del 1979 stanno svanendo, ora che Abbas Kiarostami è morto e Mohsen Makhmalbaf e Amir Naderi proseguono, con minore impatto, la loro attività ai quattro angoli del mondo, ora che la generazione successiva, con Jafar Panahi a guidare le fila, combatte contro i mulini a vento del regime, oppure è costretta all’esilio, come nel caso di Bahman Ghobadi, o, ancora peggio, ha preferito mettersi al soldo degli ayatollah, Majid Majidi in testa?

Certo, Asghar Farhadi ha saputo conquistarsi una certa autonomia con il grande credito acquisito internazionalmente, ma per i cineasti emergenti, meno potenti e prigionieri del loro Paese, la situazione è ben diversa e lo è in particolare per Saeed Roustayi, la più limpida promessa del cinema di Teheran, oggi sorvegliato speciale del Tribunale Islamico, che si sta prodigando con particolare dovizia per accelerarne il processo “rieducativo”.

E questo perché il cinema di Roustayi non è solo scomodo, ma anche di non trascurabile potenziale commerciale, come dimostra il precedente Just 6.5, poderoso poliziesco che è anche il massimo incasso non comico della storia della produzione locale: Leila e i suoi fratelli, opera terza, sancisce la nascita di un autore che può farsi caposcuola di una nuova leva di registi totalmente emancipatisi dai modelli precedenti, anagraficamente successivi all’insurrezione khomeinista, soggetti, certo, agli abusi della dittatura, ma con lo sguardo proteso in avanti.

Un’opera magistrale, perfetta, scritta con quella stessa inventiva e quella stessa incisività degli anni migliori della commedia all’italiana, arricchita da continui, imprevedibili cambi di registro e girata con un ritmo, nonostante le due ore e mezza di durata, da fare invidia al Kechiche di Cous cous, uno schiaffo a un intero sistema socio-economico gravato dall’egoismo dei padri, condannato dall’inettitudine dei loro eredi e riscattabile, forse, solo dal coraggio e dall’intraprendenza delle donne: non solo il Brutti, sporchi e cattivi dei nostri tempi, insomma, ma un film importantissimo nel quale si può intravedere l’avvenire, non solo artistico, di un’intera identità nazionale.

#2: As bestas (Rodrigo Sorogoyen)

C’è chi oggi si incaponisce a proporre la sua idea di cinema sociale rimanendo ancorato a punti di vista che non tengono conto dei grandi cambiamenti della Storia, ostinandosi a dividere in compartimenti stagni i buoni dai cattivi, propugnando principi lapalissiani con una dialettica da comizio e con un totale disinteresse nei confronti della forma… e, dalla parte diametralmente opposta, c’è Rodrigo Sorogoyen.

Che una nuova voce si stesse facendo valere nel sonnacchioso scenario cinematografico spagnolo extra-almodovariano si era già capito con la mirabile sequenza di Che Dio ci perdoni, Il regno e Madre, seguita dall’incursione nella dimensione seriale di Antidisturbios, ma è con As bestas che il giovane cineasta madrileno acquisisce piena maturità e si rivela in tutta la sua potenza e in tutta la sua personalità, con quella che può dirsi, forse, l’opera cinematografica più completa, ricca e rappresentativa del panorama europeo del decennio in corso, un film al contempo vigoroso e sensibile, avvincente e contemplativo, accessibile e problematico, capace di accontentare qualunque tipo di spettatore senza mai accondiscendere alle sue aspettative e, anzi, mettendolo costantemente alla prova.

È una storia di mondi che si scontrano, di conflitti inconciliabili tra posizioni che si fanno insostenibili, di ragioni tutte plausibili che la violenza fa sprofondare nel torto, di un’umanità disgraziata di cui diventa impossibile “scegliersi la parte”: un thriller di clamorosa tensione, pieno di momenti memorabili – come l’incipit in slow motion, il rinvenimento della batteria nel pozzo, i 9 minuti di confronto madre/figlia ripresi in piano sequenza e lo sconcertante passaggio di testimone a un terzo dalla fine che farà epoca come quello di Psycho -, che è anche un portentoso esempio di cinema politico e, come dimostra la sottotrama decisiva dedicata alla telecamera del protagonista, una brillante riflessione sul mezzo cinematografico, sul carattere fragile ed effimero del suo ruolo nel caos contemporaneo.

A costo di sembrare apodittici, As bestas è il cinema del Vecchio Continente nella miglior forma possibile.

#1: Oppenheimer (Christopher Nolan)

[qui la recensione]

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