Corpo celeste“, “Le meraviglie“, “Lazzaro felice“, “Le pupille“, basterebbero anche solo i titoli dei film precedenti per immaginare il mondo sospeso che Alice Rohrwacher presenta ad ogni suo passo cinematografico. Persino il film corale “Futura” proietta la dimensione della realtà giovanile con uno sguardo orientato in due direzioni: uno all’indietro che macina nel passato con l’immancabile uso della pellicola a dare forma a questo sentimento contrastante di decadenza e il secondo in avanti che si lancia verso un mondo ideale del (im)possibile, verso una speranza (illusoria), un’utopia: una chimera. Un futuro remoto che si ripresenta in “La chimera” nei suoi indefiniti anni 80 in cui un gruppo di tombaroli sguazzano nel sottoproletariato bucolico “sporco brutto e cattivo” in cerca dei corredi funebri sepolti dalle gentes etrusche. Oggetti che si possono toccare con mano, spesso anche statue che hanno un volto e un’aura tattile di bellezza arcaica, vedasi pure la polena de “Le vele scarlatte” di Pietro Marcello, qui in veste di sceneggiatore e co-visionario di questo stile di rappresentazione. Un’estetica in cui l’arte è artigianato e dove la fatica, insieme alla bellezza, è scolpita sui volti e scavata negli occhi.

Un artigianato che traghetta nell’invisibile, nell’aldilà, ma che è confezionato un tanto al chilo dai rapaci mercanti d’arte. In questa grottesca cornice è limpida la critica sociale in cui si rivede il Petri più antropologico de “La proprietà non è più un furto“. Nel laboratorio asettico del grossista d’arte Spartaco ci si ritrova la stessa austerità della macelleria del personaggio interpretato da Tognazzi: in entrambi si trattano scarti “privati” di anima esibiti a peso d’oro in quanto prodotti di consumo. Nei musei vengono esposte le carcasse del passato, gli insiemi di residui organici e minerari che hanno resistito alla decomposizione. Questi scapestrati tombaroli vengono osservati con lo stesso sguardo pietoso con cui venivano inquadrati i ladri di Petri, sebbene loro incarnassero nell’atto furtivo un moto di ribellione anticapitalistico, qui i nostri profanatori di tombe invece non sono altro che minuscoli ingranaggi inglobati nel traffico dell’arte, smaniosi piccoli imprenditori. Perentorio si erge l’attacco politico al materialismo becero e individualista del mercato.

“poveri tombaroli mariuoli per lo stato/cercano un lavoro ben pagato/ in questa situazione cosa vuoi giudicare/ il tombarolo è una goccia nel mare”

Liberi professionisti della miseria ecco chi sono i nostri tombaroli. Ladri ritratti con una doppia inclinazione, summa equilibrata dello stile del cinema di Rohrwacher che strizza con un occhio al carnevalesco di Fellini e con l’altro alla poetica pasoliniana, piegandosi alternativamente agli umori di questi disgraziati come in una commedia dell’arte; una truppa decantata dagli stornelli popolari costituita da arlecchini straccioni e da colombine zingarelle.

“tombaroli/sottosuoli/brama di ricchezza/scelleratezza/ rabdomante pezzo forte della banda/amante dell’archeologia ora contrabbanda”

L’inglese è il perno della banda, è colui che ha il dono: Arthur, Josh O’Connor, è uno straniero appena uscito di carcere che ritorna al paese e gironzola come un fantasma, ricorda molto l’Enzo incontrato e raccontato da Marcello ne “La bocca del lupo“. Uno stecco d’uomo trasandato in costante ricerca di qualcosa di sfuggevole e lontano, perso negli anfratti del sottosuolo e del trascendibile: la sua amata Beniamina nel controluce della sua immaginazione. Come contraltare possiede la capacità rabdomantica di sentire il vuoto e di rintracciare i tesori nascosti.

“Là sotto non ci sono cose fatte per gli occhi degli uomini ma per quelli delle anime”. Spicca la voce di un’altra straniera che si chiama “Italia”, interpretata da Carol Duarte, un’aspirante cantante che prende lezione e fa da serva a Flora (Isabella Rossellini): è lei il reale sguardo proiettato sul futuro a differenza di Arthur che è invece ancora legato al passato. Italia incarna l’ideale di libertà nel sogno lucido di una comune tutta al femminile, abitata da vecchie/nuove conoscenze, Sofia Fiore de “L’arminuta” e Maria Alexandra Lungo (Re granchio e Le meraviglie). La stazione abbandonata di Riparbella, con un nome alquanto esplicito, rivela come un non luogo, ovvero una fermata ferroviaria dismessa, possa diventare uno spazio libero da riabitare per un domani che ancora non c’è, in cui l’uomo è un’anomalia felice. Italia come Futura è un nome proprio di donna, una creatura pronta a crescere con una visione nuova, ma che deve vedersela con un’altra chimera che non molla l’osso, una bestia dalla natura selvaggia e inafferrabile.

Il treno è un altro posto centrale, essendo un mezzo in continuo movimento che viaggia tra le linee di diversi spazi, forma un limbo atemporale in cui i passeggeri sono anime condannate all’oblio, i cui volti si spengono e svaniscono. La transitorietà di questi spiriti erranti è come la sospensione di un volo d’uccello, ad ogni buca un ribaltamento di piano. L’atmosfera surreale si confonde con quella reale, lo sguardo delle inquadrature continua a fare capriole tra i due piani: mentre gli uccelli volano con traiettorie impercettibili e compiono il loro destino, lo straniero invece rimane immerso nel fango.

L’immagine visibile è un inganno, il movimento di capovolgimento per una volta è celato, la camera rimane fissa, si ribalta solo lo spettro di Arthur che ricade ancora una volta sottosopra, come un fantasma, un uomo morto, sepolto, rinchiuso a fare i conti con la propria chimera. Non c’è più un sotto e non c’è più un sopra, il filo rosso si è spezzato. Eppure nel buio spunta uno spiraglio di sole, una scia luminosa liscia e frastagliata come un tatuaggio sulla pelle.

Una replica a “La chimera – Alice Rohrwacher”

  1. […] e ricorda anche l’eterna bellezza perduta della testa troncata dalla statua ne “La chimera” di Alice Rohrwacher, pure qui a rimandare alla scomparsa della donna (Beniamina). Azzardiamo […]

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