Vai al contenuto

November meat – una grande abbuffata in sal(s)a gourmet

Novembre 2022 a seguito dell’inarrestabile ascesa dei programmi di alta (ma anche bassa) cucina in Tv, come un rigurgito indesiderato sono fuori/usciti in sala e su piattaforma diversi prodotti cineculinari.

Assimilati ormai da un po’ nella centrifuga della cultura pop tutti i vari masterchef, hell’s kitchen, cucine da incubo, cortesie per ospiti, ripieni di un successo planetario indistinto e interpretati da nuovi culi-divi, spesso chef-imprenditori e finanche “bonari” narcisisti: ingordo-n ramsey, joe bastian(ctrl)ich e tutti gli altri s-cracchi cannavacciuoli barbieri borghesi. Spopola in questo mese tra gli algoritmi produttivi e distributivi il trend: Cibo, Cibo, Cibo. Scricchiolano invece gli spettatori a tornare in sala, basterà questo goffo tentativo a cercare di saziare questo inspiegabile appettito di film incentrati sul mondo della cucina? sembra più una raffazzonata carenza di alternative eppure desta un discreto interesse questa reiterata ambientazione come fondamenta di metafora del mondo contemporaneo e delle sue perversioni.

Chiariamo subito, esiste già un picco artistico, un film totale sulla suddetta questione ed è “La grande abbuffata”(1973) di Marco Ferreri: scopritelo, amatelo e rigettatelo.

Coerentemente con il tema vi presentiamo le portate della nostra trattazione, sperando che siano di vostro gradimento:

  • Antipasto sfizioso servito su una vellutata autunnale “Triangle of Sadness”
  • Primo “The Menu” un inizio thriller accompagnato da -> vedi sotto
  • Contorno di cipolle per la seconda cena con delitto – “Glass Onion – knives out”
  • Come secondo un ruspante conflitto ai fornelli tra la serie “The Beard” disponibile su Disney+ e il film “Boilng Point” + sorpresa di nouvelle couisine français
  • Cruditè di carne con “Bones and All”
  • Come dessert una ciliegina teatrale di tradizione italiana

Triangle of Sadness di Robert Öslund, è il primo ad uscire nel mercato italiano, reduce vincitore della palma d’oro, propone un film tripartito in tre eventi tutti suggellati da cene, la prima di coppia e le altre collettive, che fungono da rappresentazioni grottesche dei rapporti sociali contemporanei. 1 l’appuntamento dove le convenzioni sui compiti e doveri vengono messi in discussione nel gioco di una coppia di influencer, 2 la platinata cena con il capitano sullo yacht di lusso è l’esplicita espiazione fisiologica della soverchiante disparità sociale, con una sadica e divertita riverenza al già citato film di Ferreri e alla scena del ristorante de “Monty Python – il senso della vita”(1983). 3 il film svedese chiude il trittico con il naufragio sull’isola dove si torna a mangiare intorno ad un falò e si ribaltano i ruoli per un essenziale istinto di sopravvivenza.

Un grande cast multi-etnico, un viaggio extra lusso verso un’isola esclusiva e un’avventura con presagio di morte, ecco le basi narrative su cui si poggiano anche altri due film “fotocopia”del sentire post-pandemico in cui degli ultra-ricchi si isolano e si crogiolano nel loro sofisticato edonismo e che hanno come detonatori della quarantena vacanziera delle “insospettabili”. è tutto così contemporaneo e ricercato ma sotto sotto la critica si rivela senza mordente e in fin dei conti persino autoassolutoria.

Ecco allora serviti The Menu di Mark Mylod e Glass Onion – Knives Out di Rian Johnson, facce di una stessa medaglia con due celebri esuberi caricaturizzati dei recenti 007, Ralph Fiennes (M) che qui interpreta il demiurgo chef e Daniel Craig (james bond) che indossa per la seconda volta gli abiti di Benoit Blanc, il divertente detective sornione dell’ultima e fortunata cena con delitto. Le vere protagoniste sono però Anya Taylor Joy e Janelle Monáe Robinson, ospiti inattese delle rispettive cene esclusive.

Il tono leggero e frizzantino della cipolla di vetro passa dal giallo action e si fa più serio (ma non troppo) per il menu sofisticato di Julian Slowik che, ricco di piatti a servizio di premesse horror molto riconoscibili, assume invece sfumature più cupe da thriller glaciale. Ma in realtà i due film si somigliano parecchio, preso atto delle ambientazioni esotiche troviamo in entrambi tantissimi comprimari, una sovrabbondanza di visi noti oltre che di cibo sempre più piccolo e minimal. Fingerfood e provocazioni concettuali, ricercatezza esasperata di arte nell’arte, di strati superficiali, di estetica e perciò spazio al pane senza pane, alle zuppe scomposte, alle prese in giro, agli eccessi come contrappassi, alle salse piccanti e alle bibite brandizzate da altrettanti visi noti. Pubblicità. Soprattutto i finali che sono pressoché i medesimi, solo a inquadrature specchiate, e visti uno dopo l’altro sembrano addirittura guardarsi ammiccanti a sorseggiare birra e addentare hamburger, come fossero lo spot di una grande catena. L’hamburger è protagonista anche dell’alternativa cena del capitano interpretato da Woody Harrelson in Triangle of sadness, e si chiude così il nostro fantomatico triangolo della tristezza.

Si Chef! La Brigade

Siamo arrivati alla seconda sfida ai fornelli, quella delle brigate, ed è un peccato perché sarebbe potuta essere anche essa un triangolare e invece ci tocca accontentarci solo di un duello, siccome la commedia francese “quasi amica” Si Chef! La Brigade di Louis Julienne-Petit è in uscita dal 7 dicembre e quindi fuori tempo massimo. Ma il trailer sembra bastarci per dare un’infarinatura di inclusività e la teniamo da conto anche per la nostra trattazione come ingrediente a sorpresa.

Chiamiamo allora sul ring i due pesi massimi: – direttamente da Chicago l’orso dei migliori panini di carne della peggior bettola, la serie tv disponibile su Disney+ ,The Bear creata da Cristopher Storer con protagonista Jeremy Allen White, il Lip di Shameless.

Dall’angolo opposto invece le mani pesanti del colosso londinese capitanato da Stephen Graham, Boiling Point – il disastro è servito di Philip Barantini, l’espansione in lungometraggio dell’omonimo corto, esordiente da non sottovalutare per la sua tecnica e il suo famigerato colpo da KO:”è girato tutto in pianosequenza!”.

Pedinati alle spalle nella loro miseria esistenziale come Mickey Rourke nel “The Wrestler” di Darren Aronofski (2008), sembrano entrambi due pugili all’angolo per come perdono la pazienza e per come gestiscono il loro spazio ma soprattutto le loro relazioni. Sono rappresentazioni di cuochi provenienti dall’alta cucina a un passo dal toccare il fondo, segnati da traumi familiari, costretti a combattere sul campo e a mettere in riga, con poco successo, una squadra indisciplinata e se ciò non bastasse pure a gestire la bestia nera dei ristoratori moderni: l’overbooking.

Carmy Berzetto italo-americano e giovane talento dell’alta cucina riparte da zero dalla paninoteca di famiglia dopo che suo fratello nonché gestore precedente si è suicidato, lasciando un sacco di debiti e problemi. Muscoloso e tatuato come un galeotto, è l’incarnazione ideale del giovane in cerca di riscatto ma soprattutto di sé stesso. D’altronde i bear nel linguaggio della borsa sono coloro che traggono il profitto dai ribassi e la parte migliore della serie è sicuramente la caratterizzazione di Chicago e il suo bassofondo. I dettagli sono curati e si percepiscono gli odori e i suoni della cucina marcia e fatiscente ma soprattutto lo scripettio della carne in padella, gli azzardi culinari di streetfood e la contemplazione casereccia: mangiare con gli occhi l’unto del roast beef. è lo stesso insensato istinto che ci porta ad ammirare sul web gente che cucina e mangia qualsiasi porcata e/o prelibatezza, specie se in maniera libidinosa.

In Boiling Point invece Andy beve incessantemente da una borraccia di plastica, come farebbe uno sportivo esausto, come se ad ogni portata, discussione, litigata corrispondesse un round di un match di lotta, e questo per tutta la lunghissima serata, percepita minuto per minuto, grazie al vezzo del pianosequenza. Diciamolo è sempre pretestuosa questa esibizione di tecnica, come lo era per Arca Russa di Sokurov, Birdman di Inarritu, 1917 di Mendes, tutti sfoggi virtuosistici, è raro, quasi impossibile, imbattersi in opere che con tale formula (only one shot) non tradiscano un autentico intento estetico/pratico.

I film condividono almeno due personaggi secondari: la sorella di Carmy e la caposala che sembrano uscite dallo stesso casting e ricoprono praticamente la stessa mansione e pure le sous chef di seconda generazione che sono spalle e valvole di sfogo per i nostri due stressati chef. Invece i finali sono opposti. (avviso Spoiler)

Il finale di Boiling Point è spiazzante in quanto la narrazione si tronca nel suo punto di svolta, pochi sono usciti dalla sala soddisfatti mentre vedevano apparire i titoli di coda dopo che qualche movimento di macchina prima hanno visto lo chef crollare a terra ubriaco e strafatto di coca. Non ce l’ha fatta, è andato al tappeto il nostro colosso londinese e l’arbitro ha contato fino a dieci: KO. Non ha retto la pressione e se ci pensate bene è stato anche fin troppo coerente al suo titolo: punto di ebollizione. Mentre The Bear da buon prodotto Disney dipinge le dinamiche imprenditoriali con ambigua subordinazione sociale celandola di buoni sentimenti ed il finale è una “triste” botta di culo: l’imprenditore può ri-scattare perché ha trovato dei soldi (apparentemente a caso) e non perché ha cambiato realmente qualcosa nella sua cucina. Anche se è solo il finale della prima stagione, è giusto e fastidioso chiarirlo (ne è già stata annunciata un’altra), una facile somma la possiamo tirare: è sempre il capitale il termometro della felicità, sorridi America ce l’hai fatta di nuovo.

Un piccolo intermezzo di crudité di carne ce lo concede l’italiano in America Luca Guadagnino e il suo nuovo Bones and All con Taylor Russell e Timothée Chalamet. L’amore viscerale più cool del momento che mette in scena la fame di carne umana come eccitante in lotta con la beatitudine dell’innamoramento giovanile. Un “Chiamami per nome” a tinta “Suspiria”: mangiarsi con gli occhi e non solo.

Concludiamo con una ciliegina teatrale: Gola il primo dei sei pezzi facili (6 monologhi) scritti da Mattia Torre, che descrive l’Italia attraverso il suo morboso rapporto con il cibo, qui interpretato da Valerio Aprea e ripreso per la tv da Paolo Sorrentino, disponibile su RaiPlay.

Osservando attraverso il distillato un poco opaco dell’ultimo digestivo, riflettiamo in quel liquido gli ultimi sguardi e guardando in quello specchio terminiamo questa riflessione. “siamo quello che mangiamo “diceva Feuerbache ma nell’odierna nuova composizione e concezione del cibo, e quindi di ciò che intrinsecamente ci fa vivere, ci viene più facile e spontaneo storpiare Cartesio: MANGIO ERGO SUM.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: