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Matrix Resurrections [title coherence]

ATTENZIONE, la recensione contiene SPOILER.

Eccoci qui! Ragioniamo sul quarto capitolo della saga fantascientifica postmoderna per eccellenza: Matrix. In una battaglia interpretativa tutta intrinseca al modus operandi decostruttivo del suo stesso immaginario, l’ultimo film, così metà testuale, spinge ad una retrospettiva analitica di tutta la tetralogia, esperibile come un 3 + 1 = Trinity + One (Neo). Partiamo da una cosa semplice: l’analisi dei titoli e della loro coerenza nello sviluppo narrativo.

Matrix (1999): la matrice, la madre partoriente, il luogo dove tutto ebbe inizio, e tenuto conto del proseguimento, soprattutto dell’ultimo film, la costante fissa di potenzialità equilibrata tra speculazione filosofica meta-narrativa e innovazione cyber-action. Ha anche caricato e illuso di aspettative, coerentemente al doppio mondo al quale dà il nome, lo stesso franchise che ha creato.

Matrix Reloaded (2003): ricaricamento, l’aggiornamento del software, o più semplicemente l’inserimento di cartucce nuove e più esplosive.

Matrix Revolutions (2003): rivoluzione, il compimento della ribellione, il dispiegamento del conflitto sia fisico che spirituale, il termine del viaggio con la catarsi del sacrificio.

Matrix Resurrections (2021): la resurrezione dei corpi morti, la defibrillazione di vecchi miti e delle vecchie storie in una ridefinizione di sé stessi, una variazione di ruoli che esplode nella liberazione preconcettuale. Il brand Matrix viene vampirizzato consapevolmente nell’operazione tutta cervello e cuore di Lana Wachowski in un deja-vu di tutte e tre le tappe precedenti. Eccessivamente verboso e cinematograficamente con un sacco di problemi (noiose parentesi), anche se volutamente predisposte, è  pieno di interferenze: bugs (come tautologicamente si chiama una dei protagonisti) e di ricalchi de-potenziati del passato. Il nuovo Matrix è una riprogrammazione svogliata e rintronante, tanto quanto il sistema che vorrebbe criticare. Nel suo parodico insistere a ritmo di bolero sulla nuova routine di Thomas Anderson, il celeberrimo creatore/sviluppatore di Matrix – il videogioco -, un decadente Keanu Reeves che con una paperella in testa ci lascia la più laconica ( ma anche più iconica) scena del film. Resurrections cerca di esorcizzare la nostalgia, con uno sfacciato e polemico autosabotaggio, ma lo scambio di sguardi tra i vecchi protagonisti (i neo-eletti) non cascano nel trita-verso, e sono il motore di tutta la messa in scena redentrice. È del resto anche questa una reunion, che è la vera moda del momento, la sincronia di uscita con il trino Spiderman di No way home è emblematica, ma il fenomeno non si limita al mero cinema ludico, vogliamo ricordarci anche The Irishman per caso? O le imbruttite operazioni televisive fatte con Harry Potter e Friends? C’è qualcosa di male nel cavalcare l’onda che ti travolge?

Perché questo fa Matrix Resurrections, risorge per morire nuovamente, non prendendosi sul serio, ghignando il sistema che l’ha sovradimensionato e deformato, ridicolizzando(si)lo. Ma a questo già si prestava, non serviva una pioggia di pilloline blu, perché in fondo, come si enuncia più volte, non si è di fronte veramente ad una scelta, caro spettatore/videogiocatore (e ci siamo capiti). La matrice/madre lascia spazio ai figli, anche se egoisticamente non vorrebbe, ed ora il (video)gioco sta cambiando: l’identità delle persone sta cambiando ed è forse questo il messaggio semplicissimo da assimilare, liberarsi da una prigionia mentale, ed era già insito nei precedenti Matrix peraltro. Accetteremo il nuovo corso, sarà inevitabile, il vecchio è vecchio, che sia leggenda o banale fan-service, non c’è psicoanalisi che regga: l’analista é infatti l’antagonista del film. Ed eccoci qui! Strutture su strutture a rifiutare l’intrattenimento moderno, o al contrario, ad accettarlo aprioristicamente, per colpa di in un mondo (vero) che “ama” troppo e “ama” male, o per dirlo meglio, che non sa farlo.

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