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Totò che visse due volte, il film che fece infuriare la censura ritorna online in edizione restaurata grazie alla Cineteca di Bologna

Grazie alla Cineteca di Bologna, che tra il 2011 e il 2016 aveva già pubblicato per il progetto Il cinema ritrovato una raccolta in tre volumi dedicata a Cinico TV, è disponibile online, in un’edizione restaurata in 4k, Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco, emblema di quel cinema d’autore troppo spesso immolato sull’altare della censura italiana, un’opera mal compresa e unica nel panorama nostrano, un film senza tempo perché fuori dal tempo, perché sospeso in una dimensione che non si colloca prima o dopo, ma scorre sotterranea a ricordarci della fine imminente della società contemporanea.

La parabola artistica dei registi palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco costituì, nell’ambito della produzione televisiva e cinematografica italiana degli anni Novanta, un caso unico. Nel decennio dell’avvento del berlusconismo televisivo e della stagione d’oro dei cinepanettoni, i due autori si opposero radicalmente all’appiattimento della proposta culturale con la loro «estetica delle rovine»1 e la raffigurazione spietata della crisi del capitalismo e della società dei consumi.

Cinico Tv, catalogo di video-frammenti a metà strada tra la rappresentazione documentaristica e il teatro dell’assurdo, esordì nel 1989 sulla rete palermitana Tvm per poi passare alla programmazione di Raitre nel 1992, durante il fervido clima culturale della direzione di Angelo Guglielmi. Gli sketch di Cinico Tv, vere e proprie esperienze di cinema sperimentale, caratterizzate da inquadrature fisse in bianco e nero e da una dilatazione temporale che contrastava con il rapido flusso di immagini del tubo catodico, vennero percepite da subito come corpi estranei al medium televisivo, configurandosi come un vero e proprio ufo.

In maniera non difforme, i due registi palesarono il loro atteggiamento eversivo anche in campo cinematografico, in particolare con il film Totò che visse due volte (1998), una delle pellicole più contestate della storia del cinema italiano, accusato e processato per vilipendio della religione e truffa ai danni dello stato e assolto soltanto nel 2001. La poco digeribile riflessione sul sacro portata avanti nei tre episodi del lungometraggio fu condannata quasi all’unanimità dal pubblico più conservatore, dalla critica e dalle autorità politiche e religiose italiane. Solo qualche sparuta voce avanzò la difesa nei confronti di un’opera che dietro l’apparente gratuità dell’intento sacrilego si rivela invece come una delle più profonde riflessioni teologiche del cinema italiano dopo la Ricotta di Pier Paolo Pasolini.

E fu proprio dal pessimismo senza appello dell’ultimo Pasolini di Salò che i due registi presero le mosse per la loro riflessione estetico-filosofica, la quale si configura come spietata rappresentazione dello stadio finale della crisi dell’uomo contemporaneo, collocandosi appieno nel solco dell’ultima esperienza postmodernista. I personaggi dell’universo di Ciprì e Maresco sono esseri subumani, comandati dagli istinti più sordidi ed elementari, ospiti di una waste lande post-apocalittica ricolma delle macerie di ciò che fu un tempo l’uomo. La visione nichilista dei due siciliani, cristallizzatasi in Totò che visse due volte, è da considerarsi come uno degli ultimi rantoli del pensiero intellettuale italiano di fine Novecento, travolto dall’irruzione di quella Société du Spectacle paventata da Guy Debord già sul finire degli anni Sessanta, una società in cui anche l’arte si fa prodotto di consumo, oggetto da confezionare secondo i canoni imposti dal capitale.

Dopo Lo zio di Brooklyn e i contenziosi con Aurelio De Laurentis riguardo ai vincoli che il produttore, a detta dei due registi palermitani, tentò di imporre alla realizzazione di un secondo lungometraggio, Ciprì e Maresco si lanciarono in un nuovo progetto, questa volta prodotto coi contributi di Rean Mazzone per Tea Nova, della Lucky Red di Andrea Occhipinti, dell’Istituto Luce, allora sotto la presidenza di Angelo Guglielmi e del Ministero2.

La critica contemporanea è pressoché concorde nel guardare a Totò che visse due volte come il vertice dell’intera produzione dei due registi e una delle punte di diamante del cinema italiano di fine secolo. Il film, cui originariamente era stato attribuito il titolo provvisorio Ecce Homo, uscì nelle sale cinematografiche nel 1998. Si compone di tre episodi indipendenti o come li definisce Emiliano Morreale «tre pale d’altare». Gli episodi sono in realtà connessi tra loro da un unico fil rouge, un’indagine sulla natura umana declinata attraverso i tre idoli che sembrano muovere l’universo filmico ‒ e non solo quello ‒ di Ciprì e Maresco: sesso, denaro, religione. Questi tre elementi ricorrono in realtà in tutta la produzione dei due palermitani, a partire da Cinico Tv, e risultano tra loro strettamente correlati anche in Totò che visse due volte.

Protagonista del primo episodio è Paletta (interpretato da Marcello Miranda), un reietto, uno sconfitto, un antieroe novecentesco al suo massimo grado tenuto in vita dalla sua smania di sesso, che si configura in fondo come una disperata richiesta d’amore. In lui, a differenza che negli altri personaggi, sembra quasi di intravedere un barlume di autocoscienza, l’amara consapevolezza della propria condizione di miseria subumana, di riduzione ai minimi termini di un’esistenza sempre sull’orlo del baratro del nulla, esistenza della quale il suo continuo percorrere senza meta un desolato e desertico scorcio di paesaggio siciliano sembra quasi un’allegoria. Il secondo episodio è per certi versi ancor più spietato perché se nelle azioni di Paletta era possibile intravedere un’ingenuità quasi pasoliniana, il protagonista del secondo episodio, Fefè (interpretato da Carlo Giordano), un omosessuale maturo e avido di denaro, non esita a sedurre il “raffinato” Pitrinu soltanto per interesse. Questa seconda parte del film contiene alcune delle trovate comiche più geniali dell’intera produzione di Ciprì e Maresco. Nella sequenza del cimitero l’irruzione dell’elemento sovrannaturale e orrorifico nell’universo iperrealistico di Ciprì e Maresco provoca uno scarto di registro che suscita irrimediabilmente la risata. Il terzo episodio di Totò che visse due volte è quello che ha dato il titolo definitivo al film. Il nome «Totò», diminutivo del nome proprio «Salvatore», è qui da intendersi nel suo significato di Salvatore per antonomasia, ovvero Gesù Cristo. Al centro della narrazione ci sono infatti le vicende di due Totò: un Totò-messia e un Totò-mafioso. La prima esplicita dichiarazione d’intenti non tarda ad arrivare: un angelo, sulla strada per il Golgota, è costretto a fermarsi e ad appartarsi tra le sterpaglie per via di un impellente bisogno fisiologico. La dimensione dell’umano, nei suoi aspetti più infimi, irrompe dunque sin da subito nella rappresentazione del sacro.

L’ultimo episodio di Totò fu quello che portò i due registi siciliani in tribunale con l’accusa di vilipendio della religione cristiana e truffa ai danni dello Stato. La censura italiana non era nuova all’atteggiamento inquisitorio nei confronti del cinema e prima di Ciprì e Maresco erano finiti sul banco degli imputati, solo per citarne alcuni, Ultimo Tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci, Gola profonda (1972) di Gerard Damiano, Salò o le cento giornate di Sodoma (1975) di Pasolini e il falso snuff movie di Ruggero Deodato, Cannibal Holocaust (1980). Ecco le motivazioni con cui la Commissione censura si espresse contraria al rilascio di Totò che visse due volte, contenute negli atti consultabili sul sito web Cinecensura:

a) Si ravvisa nel film una visione spregiudicata di natura psico-patologica riproducente una cultura che non esiste se non nella forzatura deteriore di chi tende a defraudare la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità;

b) Si ravvisa, inoltre, una palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione in quanto offensivo del buon costume inteso come insieme delle regole esterne di comportamento che stabiliscono ciò che è socialmente approvato o tollerato specie riguardo alla sfera delle relazioni sessuali tra individui;

c) Si ravvisa, altresì, una palese violazione dell’articolo 402 e seguenti del Codice Penale, in quanto il film esprime un esplicito atteggiamento di disprezzo verso il sentimento religioso in generale e quello cristiano in particolare, disconoscendo al “sacro” e alle sue componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio ad esso riconosciute dalla comunità. Difatti il diritto di esprimere opinioni dissacratorie o miscredenti trova un limite non superabile nel rispetto dovuto al sentimento religioso della collettività;

d) Si sottolinea infine lo squallore di scene chiaramente blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale, di violenza gratuita e di sessualità perversa e bestiale, con sequenze laide e disgustose.

A livello stilistico, Totò che visse due volte rappresenta senza dubbio il momento della piena maturità artistica di Ciprì e Maresco. Nonostante la partizione in episodi, il film risulta profondamente unitario. Il mondo di Cinico Tv è presente come sostrato a livello concettuale, ma avviene un distacco dalla forma frammentaria e ciclica dell’esperienza televisiva e dello Zio di Brooklyn. Nel panorama del cinema d’autore italiano Totò si configura come l’ultimo feroce attacco dell’intellettuale alla classe borghese, alle sue ipocrisie e al suo oscurantismo culturale. Pochi altri, forse solo Pier Paolo Pasolini e Marco Ferreri, avevano osato mostrare senza filtri l’uomo nella sua nudità di essere disumano, nei suoi aspetti più crudamente fisici e sordidi.

Il mondo di cui si fa metafora il cinema di Ciprì e Maresco, e Totò che visse due volte come sua prima punta, è un mondo dove non c’è più spazio né per l’uomo, abbandonato a se stesso nella sua estrema miseria, né per Dio, la cui morte è segnata dal trionfo dell’Anticristo, che si personifica nel Totò mafioso del terzo episodio; in questo senso, il riferimento alla mafia contenuto nell’ultimo episodio di Totò sembra prescindere dall’immanenza storica e assurgere a paradigma del male nel suo senso più ampio, inteso come morte assoluta di ogni sistema di valori che abbia al centro l’uomo e la sua dignità di essere senziente.

Il terzo lungometraggio dei due siciliani sembra quindi segnare la fine di un cinema che fa dello scandalo un atto politico, nel tentativo di rappresentare la società contemporanea senza strizzare l’occhio alle sue forme, evitando di cadere nel tranello in cui sembra invece essere precipitato il cinema contemporaneo, il quale finisce per celebrare quella stessa estetica propugnata dalla società di cui vorrebbe farsi critica.

Il valore di Totò che visse due volte è dunque quello della chiusa, dell’ultimo baluardo di un cinema che fa della resistenza al sistema sociale, politico e culturale della società contemporanea la sua ragion d’essere, servendosi di un’estetica riconoscibile, non conforme a quella del cinema di consumo e quindi recepita dallo spettatore come corpo estraneo. Lo scarto tra l’immaginario rassicurante della società dei consumi e quello indigesto della loro produzione televisiva e cinematografica fa di Ciprì e Maresco gli ultimi veri autori dissidenti del cinema italiano. E se, come dice Maresco, è vero che il cinema non può cambiare il mondo3, esso resta comunque la preziosa testimonianza di una resistenza.

Azzurra Mattia

1 S.Malatesta, Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, Neri Pozza, Vicenza 2000, p. 65.

2 A. Aniballi, Il ritorno di Totò che visse due volte, in Quinlan, rivista di critica cinematografica, <https://quinlan.it/2019/02/27/il-ritorno-di-toto-che-visse-due-volte/&gt;, 2019.

3 E. Morreale, Franco Maresco, 2016, in E. Morreale, P. Cristalli (a cura di), Cinico Tv, Vol. 3: 1998-2007, Cineteca di Bologna, Bologna 2016, p. 49.

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