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A Hidden Life – Terrence Malick

La vita nascosta di Franz Jägerstätter, il contadino austriaco che si è rifiutato di arruolarsi nell’esercito nazista.

La sana crescita del mondo dipende in parte da atti ignorati dalla storia e se a te e a me le cose non vanno così male come sarebbero potute andare, lo dobbiamo anche a coloro che hanno vissuto con fede una vita nascosta e vivono in tombe dimenticate1

1943, il film tratta della vita di Franz Jägerstätter, abitante del disperso paese di Radegund, dove la campagna montanara è un mondo profondo e sensitivo come in un dipinto di Millet2. È in questo ambiente che Franz insieme alla moglie lavora i campi e cresce le figlie. Malick filma questo legame tra lo spazio circostante e l’uomo, e grazie alle ottiche grandangolari imposta il film su un flusso esistenziale di voci che entrano ed escono dal campo diegetico, formando un discorso continuo, una litania esperienziale. Come nei suoi precedenti lavori, a partire da “La sottile linea rossa“, le voci compenetrano lo scorrere delle immagini e, come un salmo, sedimentano e disvelano catarsi per lo spirito in una visione luminosa e trascendente. Questo cinema germinale è allora una preghiera, uno scavo dell’anima che avvolge come una messa di Bach. La creazione di immagini (sacre) è al centro del dialogo/flusso riflessivo che si svolge tra il protagonista, reticente all’arruolamento nazista, ed il pittore che sta affrescando la chiesa del paese: il luogo dove anche attraverso l’estetica si fonda l’etica del cristiano, scontrandosi con l’umano troppo umano ideale nazista: “Dipingo tutta questa sofferenza ma in realtà non la provo, ci porto a casa il pane. Quel che facciamo è creare comprensione, noi creiamo dei fedeli non creiamo seguaci. La vita di Cristo è fatta di agonia, nessuno vuole ricordarsene, in questo modo non siamo costretti a vedere la verità. Arriveranno tempi oscuri in cui gli uomini saranno più intelligenti, non combatteranno la verità, la ignoreranno.”

Il rifiuto ad essere, anche solo passivamente, complice della subdola appartenenza dell’odio prevaricante, è un segno di libertà che si tramuterà in una situazione limite . Karl Jaspers, filosofo e religioso tedesco, individuava nella situazione limite il momento della manifestazione della Trascendenza, intesa come un rapporto esistenziale diviso in 4 fasi (sfida, abbandono, caduta, ascesa).

Franz sfida il potere nazista, abbandona la famiglia, cade perchè giustiziato e ascende poichè nonostante tutto ha fede. In questa sofferenza cristologica c’è una scelta di autocoscienza libera e trascendente, ovvero la forza interiore di seguire la luce eterna ed infallibile: “essere se stessi non è sapere di sé come oggetto, ma piuttosto un’autorelazione fondata sulla libertà”3. Il film di Malick richiama quel tema centrale e kierkegaardiano già presente nel film Silence di Scorsese: l’uomo religioso di fronte al silenzio di Dio e alla sua doppia natura. È un silenzio assordante di assenza? O è un silenzio trascendente di presenza?

In Hidden Life anche nell’abissale terrore della situazione limite il silenzio si riempe continuamente di grazia ed il vuoto della prigione diviene uno spazio r/esistente in cui è possibile elevarsi.

Se vado più avanti, allora io inciampo sempre nel paradosso, in quello divino e demoniaco poiché il silenzio è l’uno e l’altro. Il silenzio è la seduzione del diavolo e più si tace e più il demone diventa terribile, ma il silenzio è anche la mutua intesa fra la divinità e il Singolo”4

Come sottolinea il raziocinante avvocato, questa ribellione è una presa di posizione senza senso visto che non cambierà il corso degli eventi e non sarà d’aiuto a nessuno. A Franz si presentano diverse scappatoie, come l’adesione formale per servire nel settore medico, ma anche di fronte al gerarca che funge da Pilato, interpretato da Bruno Ganz nella sua ultima toccante apparizione, non fa nessun passo indietro; il suo è un silenzio presente, è un silenzio rumoroso ed incompreso.

gerarcha nazista: “Niente sarà cambiato. Il mondo andrà avanti come prima… Lei mi sta giudicando?

Franz: “Io non la giudico, non sto dicendo lui è malvagio e io sono giusto. Io non so niente. Un uomo può fare del male e non riuscire ad uscirne, a salvare la sua vita. Magari vorrebbe tornare indietro ma non può. Ho questa sensazione dentro di me e non posso fare ciò che ritengo sbagliato.”

1Geroge Eliot, pseudonimo della scrittrice vittoriana Mary Anne Evans

2Jean Francois Millet, pittore realista ottocentesco

3G.Cantillo, ” K.Jaspers – Il compito della filosofia nell’età della tecnica”

4Soren Kieerkegaard, “Timore e tremore”

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