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BoB – Il Messia bastardo

Ecco due frame dove PALESIAMO lo SCANDALO NOLAN! Dopo che nel 2010 con “Inception” saccheggiò “Paprika” di Satoshi Kon, è un caso che  “TENET” dieci anni dopo (10-TEN-TUTTO TORNA!) scippi la palindromia a “BoB”? NOLAN COPIONE!11!!11! 

(ora che abbiamo la vostra attenzione possiamo cominciare)

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“Questa è una serie Tv, un reality show, un iper-reality nella realtà, quella vera, senza riflettori”

C’è la consapevolezza della condizione narcisistica dell’artista in Bob Quadrelli, iniziatore di una nuova wave dell’underground musicale genovese e italiano, nonché premio Tenco nel 1997 coi Sensasciou per Generazione X. In questo film che ne segue il vagabondaggio e il racconto quasi apologetico di amici e collaboratori, notiamo quell’incedere di auto-racconto non così troppo dissimile dalle Instagram-stories dei recenti trap-influencer; ma se questi ultimi esprimono, come se fossero in una trash sit-com, un nichilistico edonismo figlio del capitale e della più basica operazione di marketing, in BoB c’è il tentativo interno di scardinare questo stesso sistema attraverso un anarchico misticismo fatto di aforismi improvvisati e di esperienze estetiche (poesie, collage, canzoni).

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Nel film diretto dal regista indipendente Fabio Giovinazzo a un certo punto Bob sfodera sul braccio il tatuaggio del quadrato di Sator, tornato in auge con “Tenet” ma che è sulla piazza già da un paio di millenni, che con i suoi tasselli richiama la forma “dei cubicoli da social-network, nei quali siamo ingabbiati al riparo nella cuccia1, come se fossero pezzi di uno dei collage Dada di Quadrelli: provocatori e misteriosamente palindromi (come il suo nome d’arte). Oltre alle parole il film evolve in un trip magico di frammenti e di intervalli visivi-sonori, con i video psichedelici dello stesso Quadrelli coadiuvato dall’ottimo lavoro al montaggio del suono di Stefano Agnini, i ritagli di riviste per mezzo dei quali “è possibile fare a pezzi le persone senza spargimenti di sangue“, i beat-box improvvisati, le rime e gli accostamenti col materiale di recupero.

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Recupero che si addice alla figura di Quadrelli, che nella sua bizzarra mitomania è scampato (o forse no) dalla morte dopo un ricovero in ospedale, asserendosi l’icona di Messia bastardo.

Colpa anche del buon compianto Don Gallo che gli aveva detto: “Bob sei immortale!”, e se te lo dice un prete (santo, per gli ultimi, o maledetto, per i bigotti, in questo caso poco cambia) la mente inizia a viaggiare.

“sono un angelo che viene dall’inferno”

un diavolo che sta in paradiso

un fantasma evaso dal limbo

sono Cristo il figlio dell’uomo

condannato al purgatorio eterno

ma non mi piace rimanere fermo no

Questo misticismo che rasenta e sfida la blasfemia è intriso di quella lucida follia che appartiene alla spiritualità, ricercata dentro e fuori di noi, e che si esprime con l’atto poetico in tutte le sue forme.

Mentre la saggezza del mondo è fatta di sicurezza ingannevole, di soddisfazioni materiali e di verità intellettuale, la saggezza di Dio è follia, follia della Redenzione, follia del Calvario, misteriosa intimità con l’invisibile”2

Sarebbe troppo facile additare Roberto come un pazzo, ridendoci sopra come se fossimo di fronte a un freak o analizzando con della superficiale sociologia, siamo di fronte ad un “egomostro poetico” dotato di una profonda sensibilità e scaltrezza, capace attraverso l’autoironia e il gigioneggiamento di sciogliere le etichette che la gente è solita dargli:

“Ero schizofrenico. Ora siamo guariti. (…) Che cazzo ne sapete voi di che cos’è un cervello di un pazzo? Siete mai stati dentro il cervello di un pazzo? (…) Non sono pazzo, lo sono già stato”

Bob è un anti-divo che sta in mezzo alle persone, e che come un fantasma eccentrico vaga libero in questo dedalo fisico (Genova) e mentale, nel quale ci si può perdere senza più ritrovarsi, se non lo si conosce, e che va amato e odiato allo stesso tempo (Mondo). Sembra che il nostro mattatore sia alla ricerca incessante di qualcosa che solchi il divino, ma che è talvolta imbastardito e reso terra dai riferimenti cristologici rivolti intorno a sé e alla sua carnalità, con una sfrontata derivazione naturalista:

“Io sono come una pianta, che ogni anno fiorirà. Io sono l’ulivo storto millenario con cui hanno potuto fare la croce a Cristo. (…) Io sono il Messia bastardo”

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Questo angelo, diavolo, fantasma, cristo profano dei reietti o dei relitti nella sua incontrollata ascesa/discesa artistica si è ritagliato, nella radicalità e nella miseria, un ruolo da poeta a tutto tondo, che ha poco a che fare coi suddetti poeti da palchetto estivo; quelli che si presentano in infradito, camicia di lino e i baffetti rivolti all’insù, che leggono dal libricino, ovviamente scritto da loro, stralcetti commossi che retorici e sornioni si soffermano sul ricordo erotico della madre. (storia vera)

“Ma sono convinto che l’arte è una promessa

perché nasce sulla punta della lingua

diventa segno d’inchiostro sulla penna

impresso con pazienza su di un foglio di carta

si trasforma in nota struggente di chitarra

segno di vivido colore su tela

cattura il cielo intero in una ragnatela

per salvare la gente che annaspa

nel mare in tempesta dell’ignoranza

e in nome di un’estetica conclamata

scriverò rime a ridosso del fosso

ma se non vuoi che io diventi prolisso

offrimi un bicchiere di rosso … (che lo spinello ce l’ho già)

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Racchiuso in questo flusso di rime c’è quell’eclettismo artistico che è un po’ il mantra del nostro protagonista. Bob è poco definibile, ha scosso l’underground, ha toccato il successo ed ha sperimentato nella musica e nelle arti visive, ibridando e sperimentando senza mai rimanere fermo, abitando un flusso di creazione inesauribile; rifugge l’etichette e ingloba nella categoria Rapper, in quanto generatori fluidi di arte: Omero, Dante, Joyce, Montale e tutti i poeti. Lui che dice: “Vi assicuro la morte non esiste. L’anima quando nasce non muore mai”, rispecchia sorprendentemente l’immagine del poeta che Erasmo da Rotterdam descrive nel suo Elogio della Follia:

I poeti sono una razza libera. (…) Tutti presi dall’impegno di sedurre l’orecchio dei folli con autentiche sciocchezze e favole ridicole. Nonostante ciò, incredibile a dirsi, promettono immortalità e divina beatitudine a se stessi e anche agli altri.3

Questa visione animista e spirituale che sembra essere una bizzarra rivisitazione della concezione goethiana della natura tutta pervasa dallo spirito, porta in primo piano il tema dell’eterno e dell’immortalità. Essa culmina in una teorizzazione della traccia cinematografica, come cifra duale di immagine e suono, che  non è astratta ma insita nel nostro essere fisico.

Non si muore , l’anima è immortale, come dice Frate Ernetti: Ognuno di noi lascia un segno visivo e un segno sonoro

Guardiamoci bene intorno e dentro, siamo continuamente la rappresentazione visiva e sonora di noi stessi: agli occhi degli altri e ai nostri. Tra gli schermi che ci separano lasciamo orme analogiche e impronte digitali nello scarto di ciò che un tempo ritenevamo importante.

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“L’animo umano, infine, è fatto in modo tale che i falsi ornamenti lo catturano più della verità.”4

1Bob Quadrelli all’interno del film, le successive citazioni senza nota sono riferimenti diretti alle parole del protagonista.

2HALKIN, Erasmo, 1989, 102-4.

3ERASMO, Elogio della Follia

4ERASMO, Elogio della Follia

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