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Torneranno i prati- La memoria sepolta

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“Torneranno i prati”, Ermanno Olmi, 2014

“Si sta come

d’inverno

sotto la neve

sepolti.”

Ci perdoni Ungaretti se storpiamo la sua poesia “Autunno”, avanzando di una stagione. Cent’anni sono passati da quelle lapidarie righe sulla condizione dei soldati “si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie.” fresche dell’orrore proveniente dall’esperienza bellica finita nel 1918. E da lì più di una stagione storica è passata e la Memoria, concetto caro a Olmi, di quei caduti che non sono numeri ma nomi e cognomi di persone, va via via a perdersi nell’oblio abissale della Storia che si allontana.

Questo è e sarà per sempre l’ultimo film di finzione del maestro bergamasco. Liberamente tratto dal racconto “La Paura” di Federico De Robertis “Torneranno i prati” parla di un isolato drappello di soldati italiani durante la prima guerra mondiale. Il film si riconcilia “atmosfericamente” col primo lungometraggio di Olmi “Il tempo si è fermato” (1959), che narra della vita di due guardiani su una diga innevata, in entrambe le opere ci sono le storie di piccoli uomini circondati dal mare bianco di neve. Le pareti tappezzate di pentole e vettovaglie di terza mano li uniscono nell’umile ricerca di sopravvivenza, per i soldati agognata e disperata, nell’estrema urgenza di ridurre l’esercizio vitale a due azioni basilari, ritorno all’essenziale: mangiare e dormire.

Il bianco e nero non è una caratteristica unicamente del film del 1959, anche in “Torneranno i Prati” emerge questa dialettica ma su un piano nuovo, il nero è presente con il buio dell’oblio disperante che si denota dalle plumbee notti e dalle dissolvenze al nero, esso è alternato da una luce fioca di lampada che faticosamente cerca di far memoria, accendendosi e spegnendosi in continuazione su dei dettagli: scarpe, scarponcini, gavette ma soprattutto lettere e fotografie, unici appigli di frammenti della vita dei soldati. Il bianco, infingardo tanto quanto il nero, acceca e non fa vedere niente (foschia), dando quel doppio senso di sepoltura nel latteo etere (neve e nebbia) che sa già di morte. Sia il bianco che il nero sono assenza, il nulla che schiaccia, si percepisce come lo stato di guerra sia un annichilimento esistenziale e una condanna anche per chi riuscirà a tornare a casa. Il ghiaccio congela l’azione, “il tempo (e lo spazio) si fermano”, come anche la guerra pare essersi arrestata, l’immobilità lacera mente e corpo, l’impotenza svilisce e logora i soldati, il silenzio sprofonda gli animi nella depressione e nell’attesa angosciante del prossimo bombardamento. Si spala unicamente per recuperare il rancio ovvero semplicemente per poter mangiare e sopravvivere praticamente inermi alla Natura, che come in Herzog agisce con disinteresse e superiorità.

Il film è quasi un bianco nero perché gioca sulla desaturazione cromatica e sullo sfumato, la luce è sempre depotenziata e soffocata dall’oscurità, non è mai luce-divina di speranza, come potevano essere le candele della chiesa in “Il tempo si è fermato”, ma anzi le fiammelle di sopravvivenza degli uomini, come le lampade sempre inquadrate che sono l’unica fonte (artificiale), fanno una luce debole destinata a spegnersi verso il nero, l’oblio, il niente dimenticante. Anche la pallida Luna verrà coperta da nuvole nere, il sangue dei soldati morenti non è caldo(rosso), non schizza e scorre gelido dalle ferite, ma è nero come l’inchiostro che si posa sui fogli bianchi dei militi, continua a tornare il tema della memoria.

In contrasto all’algido presagio si erge il canto popolare napoletano di uno dei soldati, col suo calore mediterraneo come se fosse un altro mondo lontano:

A volte accade che nell’assurdità della guerra, appena un uomo ha l’occasione di una tregua – o addirittura trova un angolo di pace -, ecco che tornano a galla i sentimenti più comuni e la sua umanità.1

ma nel fondo della disperazione all’ordine del superiore di cantare anche questa piccola speranza muore nell’impossibilità: “ Questo è un ordine che non mi può dare, non è nei regolamenti, per cantà bisogna sta cuntenti, e se non tieni u core cuntento nessuno t’ascolta”.

Tutti i riferimenti agli animali presenti nel film richiamano alla condizione dei nostri protagonisti: il coniglio per la sua indole codarda e intimorita simboleggia colui che atterrito vuole scappare , il topo colui che mangia le briciole (gli scarti)e si nasconde nei buchi, la volpe invece è l’emblema di chi viene cacciato, accerchiato e infine ucciso. La capra piscia prima di andare al macello, come riferito in un aneddoto di uno dei disgraziati volontari, così anche i soldati sono mandati a morire per gli ordini dati dai superiori e se aggiungiamo che vivono come cani e sono costretti (letteralmente) a strisciare nella neve come vermi il quadro è completo. “La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai” queste le parole di un semplice pastore dell’Altopiano, Toni Lunardi. Sulla condizione di miseria di queste bestie/uomini si posa lo sguardo, tipicamente olmiano, che non è quello del disprezzo ma quello intimo e umano di un figlio che sa ascoltare il Padre: “Al mio papà, che quando ero bambino, mi raccontava della guerra dov’era stato” (dedica finale).

Nel monologo finale in primissimo piano c’è tutto il dramma esistenziale, con lo sguardo in macchina il giovane tenente umanista confessa alla Madre (e allo spettatore)l’inconsistenza del suo idealismo e che tutto perde di significato quando si è immersi nella realtà della guerra; scorrono nel silenzio le immagini d’archivio, la neve continua a cadere e a coprire tutto ciò che è passato. Tra il bianco le croci di legno segnano le tombe dei caduti, niente nomi solo la fredda terra. Dopo essere stati sepolti tutto l’inverno forse verranno a prenderli in primavera ma alcuni rimarranno nei boschi… per sempre… dimenticati.

Torneranno i prati e sarà come se nulla fosse successo.

1OLMI ERMANNO, L’Apocalisse è un lieto fine, Bur Rizzoli, Milano, 2014

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