Oggi quella di Lanfranchi sembrerebbe una Genova irriconoscibile, ripresa in Tecniscope, come gran parte dei film a basso budget dell’epoca. Curioso il fatto che la stessa tecnologia di ripresa venne usata per la prima volta da De Sica in Ieri, oggi e domani¹ ; a tal proposito, uno degli episodi del film del regista romano – episodio “Adelina” – è ispirato alla storia di Carmela Ferro, conosciuta come Marechiaro. Una boss napoletana trapiantata a Genova che, sino alla fine degli anni ’70, si è “occupata” di contrabbando, spaccio e prostituzione nelle arterie buie che sono i vicoli della città.
Questo intricato collegamento da cine-nerd serve a farvi notare subito come la Genova violenta impressa su pellicola da Lanfranchi non fosse poi così diversa dalla Genova reale di quegli anni, fatta di armi e spaccio internazionale; insomma, lo sfondo perfetto per un poliziottesco coi fiocchi. La trama è piuttosto semplice: l’Americano (Tony Lo Bianco), ex agente dell’Interpol antidroga che è stato “espulso dalla polizia per violenze e abusi”, ora è a Genova come investigatore privato e si trova a indagare su un sequestro e sull’omicidio di un armatore genovese. Le indagini, ovviamente, lo porteranno a scontrarsi con la mafia de “Il Francese” e con la polizia ufficiale, incarnata dal commissario Lo Gallo (Adolfo Celi). Alla fine, l’Americano e il commissario si alleano e vengono a capo dell’omicidio, che non vi spoilero.
Insomma, i codici del genere sono tutti rispettati: il cane sciolto che agisce da solo secondo una giustizia che non fa capo a codici di Stato ma solo etici e morali; il commissario esperto che ha continuato a obbedire alle regole di chi sta “più in alto”, nonostante abbia coltivato dubbi sulla forma di potere che è chiamato a rappresentare, dubbi che trovano scioglimento quando si trova dinanzi alla figura del cane sciolto, per l’appunto; la metropoli con le sue dicotomie bene/male, giusto/sbagliato, innocente/colpevole. Una metropoli che spesso è protagonista, poiché rimane a prescindere dagli eventi e dalla loro risoluzione. Genova, protagonista insolita: nonostante in quegli anni si preferissero le grandi città come Roma e Milano per i poliziotteschi, la città di mare dà prova di grandi capacità narrative. Il porto gioca da padrone questa partita: luogo oscuro da sempre nel cinema, nella letteratura e nella realtà, un “ghetto” invisibile. Crocevia di malandrini e di speranze, di traffici illeciti e lavoro onesto.
La Genova cinematografica di Lanfranchi non era altro che la Genova reale di Marechiaro.

Gli anni 70′ in Italia furono un momento storico pervaso di violenza dove l’idillio del boom economico era ormai in fase avanzata di deterioramento. Il paese era teso tra l’insicurezza e l’agitazione collettiva. Nelle città si accendeva una feroce lotta politica-ideologica annessa ad una crisi civile e sociale che si ripercuoteva in un’esplosione di crimini, attentati, omicidi, complotti e sotterfugi che esibivano tragicamente l’instabilità del paese. «La rapida urbanizzazione seguita al fenomeno dell’industrializzazione aveva cambiato il volto delle città italiane, rendendole un contesto più disomogeneo e, dunque meno controllabile»2.
I film riconducibili al genere poliziottesco si pongono come quella necessità di cronaca della realtà che la società richiedeva in quei turbolenti anni, un intrinseco bisogno di sfogo violento non più radicato in un immaginario lontano come poteva essere quello del fortunato western italiano ormai in declino, ma più vicino e contemporaneo proprio perché lo si stava vivendo al presente. «La motocicletta ha sostituito il cavallo, tutto quello che succedeva al tempo dei pistoleros succede oggi qua purtroppo»3, questo è ciò che dichiarava durante questo periodo transitorio del cinema italiano di genere l’italo-cubano Tomas Milian attore di punta di entrambi i generi.
Mai come in un poliziesco, infatti, si ha la precisa immagine della quotidianità, della cronaca e del costume degli anni settanta visualizzati, in una sorta di instant movie, attraverso le città italiane. Il cinema italiano diviene quindi, una sorta di specchio sociale e politico dell’italia di quegli anni, dominata dalla crescente paura della criminalità e del terrorismo.4
E così la città urbana, il nuovo luogo, assume una centralità importante per il novello genere, Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova saranno vere e proprie co-protagoniste filmiche palesando la propria presenza già all’interno dei titoli di numerose pellicole:
l’elemento caratterizzante è il paesaggio urbano in cui si svolgono le storie. […] l’ubicazione della vicenda diventa segno distintivo originale, richiamo per uno spettatore che va al cinema per ritrovare sullo schermo la rappresentazione di quella escalation che tocca da vicino lui e i suoi cari.5
Il poliziesco non è solo un upgrade dell’ambientazione, dal deserto del western alla strada metropolitana. La sua grande ascesa sembra essere strettamente collegata all’intrinseca capacità di colpire la pancia della massa come una «macchina produttrice di sentimenti collettivi»6. Troveremo come punti principali di rappresentazione le dinamiche delle forze armate e della malavita annesse alla marcata lotta contro l’ingiustizia e alla sua innegabile spettacolarizzazione.
Questo genere non nacque così di punto in bianco negli anni 70′ ma proprio in quel decennio si inserì all’interno del processo magmatico del poliziesco, che iniziò ben prima, con questa variante spettacolarizzata e ben codificata che traeva spunto dal cinema civile italiano (es.Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, 1970 e Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica di Damiano Damiani 1971) ibridandosi col poliziesco vigilante e violento americano (es. Ispettore Callaghan – Il caso Scorpio è tuo di Don Siegal, 1971 e Il braccio violento della legge di William Friedkin, 1971). Inoltre ottenne anche moltissima fortuna soprattutto al botteghino e non solo in Italia, maturò molta visibilità tanto da incentrare su di sé l’attenzione che qualche anno prima era stata riservata all’enorme exploit degli spaghetti western.

In Genova a mano armata « nel cui titolo finalmente campeggia – per la prima e unica volta – il nome della città più amata dal poliziesco»7 ritroviamo l’attore italo-americano Tony Lo Bianco, «spaesatissimo col suo repertorio post-Actor’s Studios a Genova , ma a suo agio sulle terrazze liguri»8, che sotto la lanterna aveva già girato diverse scene de ll suo nome faceva tremare… Interpol in allarme (1973) di Michele Lupo insieme a Lee Van Cliff. Il film ha un tono particolarmente dissipato, è molto autoironico quasi al limite del parodistico ma in alcuni punti è invece esplicito e violento rimanendo sul confine dei due registri. Quest’atmosfera poco seriosa è emanata dal personaggio principale, che già da come si presenta fa percepire questa leggerezza: passeggia svagato mangiando un gelato tra i vicoli del centro con la camicia sbottonata e il giacchettino in spalla. Si relazionerà spassosamente con la sua vecchia conoscenza il commissario Logallo stuzzicandolo continuamente, poiché quest ultimo è un funzionario che deve sottostare a determinate regole mentre l’altro è un funambolico “anarchico”, libero di agire come vuole:
Logallo: « Ma qui non siamo a New York, in questo posto di merda i poliziotti privati muoiono di fame, ed è giusto che sia così.»
Tony: « Logallo, Logallo, tu sei perfetto, veramente perfetto, un vecchio e rispettabile funzionario.»
Logallo: « io sono un questurino italiano in servizio regolare in questa città, tu invece sei un ex poliziotto, espulso dalla polizia che non dovrebbe essere da queste parti, e inoltre, inoltre sei americano.»
Tony: « Con te è tutto fiato sprecato, sei una scimmietta ammaestrata che fa quello che dice il padrone.»
Logallo: « Meglio essere una scimmietta che un delinquente.»
Tony: « Un delinquente solo perchè ho scelto di essere libero?»
Logallo: « Credi che non lo sappia?»
Tony: « Che cosa?»
Logallo: « Che per te è molto più semplice, tu non hai bisogno di mandati, di giudici istruttori, di leggi, regolamenti, niente. Tu non devi rendere conto a nessuno. Lo vuoi sapere una cosa?»
Tony: « Lo so, mi invidi.»
Il loro rapporto è uno dei fulcri principali del film: giocano, si mettono i bastoni tra le ruote a vicenda ma in fondo sono amici, nati a cinque chilometri di distanza tra i paeselli giù in Sicilia . Si vogliono bene a modo loro e i loro incontri danno freschezza e divertimento a un genere di film rinomatamente violento. Questo iniziale tono leggero e le varie allusioni all’America e agli americani, rappresentano bene il valore anche un po’ demitizzante che il genere italiano riserva nei confronti del fratello d’oltreoceano. « Il poliziottesco sghignazza in faccia al film d’azione poliziesco di Hollywood, vecchio e nuovo, la sua è un’imitazione-manipolazione-esorcizzazione»9.
Nella pellicola non potevano mancare gli inseguimenti in Sopraelevata, le sparatoie e i nascondini tra i container del porto, la torre San Vincenzo e le gite negli appartamenti sottoproletari dei vicoli.
L’agente americano è scherzoso, irriverente, simpatico e fascinosamente presuntuoso ma comunque disposto a tutto pur di concludere la propria missione, ricorre perfino ad un’assunzione pericolosa di droga pur di entrare nel giro criminale del narcotraffico che sta cercando di farlo fuori. Alla fine della pellicola però Tony rivela al suo amico-avversario Celi di non essere mai stato espulso dalla polizia: « è un vecchio trucco che uso quando voglio sveltire la procedura. Si, siamo ancora colleghi.». L’anarchica detection rientra così nei ranghi delle famose Procedure Sveltite che danno il titolo al brillante saggio di Giovanni Buttafava.
Il commissario è costretto a fare il duro, a essere scomodo, sprint, senza paura. Il poliziottesco scimmiotta il discorso civile del cinema d’impegno con la costante puntualizzazione del contesto assassino, della corruzione delle strutture, del Sistema che uccide. Se un eroe del genere dice “Un po’ di rischio mi piace, altrimenti farei il geometra”, è perché è un italo-americano, come Tony Lo Bianco, quindi un po’ marcio per aver frequentato troppo la produzione nera hollywoodiana.10
Il film è auto-ironico come nel rimprovero che Tony Lo Bianco fa verso il commissario Logallo ma che sembra rivolgere un po’ a tutti i suoi colleghi italiani duri e puri : «Sai qual’è il tuo difetto, prendi tutto troppo sul serio». Un bonario meta-sberleffo ad «uno dei generi più genere del cinema italiano»11.
¹ Alberto Farassino e Ugo De Berti, Le invenzioni: dalla tecnica allo stile, in Storia del cinema italiano, Marsilio, Edizioni di Bianco & Nero, Venezia, 2001
2 MARIALUISA FAGIANI, Città, cinema, società – immaginari urbani negli USA e in Italia, Franco Angeli, 2008, p.173
3 FRANCA FALDINI e GOFFREDO FOFI (a cura di), Il cinema italiano d’oggi 1970-1984 raccontato daisuoi protagonisti, Mondadori, Milano, 1984, p.461
4 ANTONIO BRUSCHINI e ANTONIO TENTORI, Città violente-il poliziesco italiano dall’origini a oggi, Mondo ignoto, Milano, 2004, p.12
5 ROBERTO CURTI, Italia odia – il cinema poliziesco italiano, Torino, Lindau, 2006, p.125
6 MARIALUISA FAGIANI, Città, cinema, società …, cit., p.151
7 ROBERTO CURTI, Italia odia – il cinema poliziesco italiano, Torino, Lindau, 2006, p.130
8 GIOVANNI BUTTAFAVA, Gli occhi del sogno. Scritti sul cinema, contiene il saggio Procedure Sveltite, Marsilio, Venezia, 2000, p.112
9 GIOVANNI BUTTAFAVA, Procedure sveltite, cit., p.115
10 GIOVANNI BUTTAFAVA, Procedure sveltite, cit., p.123
11 GIOVANNI BUTTAFAVA, Procedure sveltite, cit., p.109




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