Il mite e imperturbabile capo dello stato Mariano De Santis, giurista democristiano, ormai a fine mandato si ritrova sull’orlo di una profonda procrastinazione riflessiva. Sul tavolo tre ultime pratiche: due richieste di grazia e un disegno di legge sull’eutanasia. Tre firme pesanti che richiedono coraggio oppure tre autografi da rapstar se prese alla leggera come la musica ascoltata dal suddetto presidente della repubblica. Al centro del racconto quindi Sorrentino pone un altro uomo esistenzialista decadente, dopo i vari giovani papi, vecchi professori, divi, politici, malavitosi, calciatori, cantanti e rockstar depresse; è interpretato da Toni Servillo che cela nei solchi delle rughe e del passato lo studio e i caratteri degli altri suoi personaggi sorrentiniani: è un Andreotti senza ombra, un Berlusconi senza bunga bunga, l’uomo in più senza coca, un Jep Gambardella senza feste e che siede freddo sugli stessi divani dove però quella “grande bellezza” romana è solo un’asciutta cornice composta e istituzionale.
Ma soprattutto è impassibile e placido come il Titta Di Girolamo che traballa e si disequilibra unicamente perché vittima delle conseguenze dell’amore, sottovalutate nella realtà e strabordate invece nell’immaginazione; si mostra la fragilità tra il politico e il mafioso, la disillusione tra chi esercita il potere anche nel suo lesinare liturgico, nella sua misura cerimoniosa, nel suo continuo posticiparsi.

Nel film è un calcolo emotivo anche l’imbarazzo – ne è la perfetta origine e oscillazione la mimica di Servillo, capace di trascinarlo dal poetico lamentoso al lievemente farsesco con un semplice colpo di sguardo o una sigaretta sbuffata. è una cifra ormai consolidata del cinema di Paolo Sorrentino anche il frammentarsi dalla realtà in dialoghi aforistici e intermezzi musicali, pronti a girare nei reels e negli spezzoni di YouTube, perfetti per una fruizione separata, non distinguendosi molto dallo spezzettamento di un film di Zalone, ma che non ne inficia la coerenza del racconto e che gioca di parentesi e rispecchiamenti. Si ripresentano infatti le ambiguità visive nel loro manifestarsi virtuosistico e digressivo ma anche catartico, come la lacrima sospesa nello schermo in bilico tra due spazi lontani ma pronti a toccarsi, un indice che collega il palazzo del Quirinale con la cella di una base spaziale. C’è anche la continuità della presa di coscienza di una nazionalpopolarità espressa visivamente nei piani sequenza come i festeggiamenti dello scudetto del Napoli e i suoi fumogeni azzurri (in Parthenope) virando verso il passaggio roboante in cielo delle frecce tricolori e delle loro scie verdi, bianche e rosse.

La grazia è una messa (in scena) per un cattolico laico che ha come canto d’ingresso il coro degli alpini, canto d’offertorio i rallenti lisergici elettro-dance e come canto finale l’uscita alla Guèpequeno, cavaliere dello sguardo in macchina: “chiedo perdono dopo, non prima per favore “. Il film continua anche la tanto vituperata influenza felliniana nel suo limite di onirismo compromissorio e autoassolutario – cinico e romantico allo stesso tempo: la grazia è una richiesta che Mariano De Santis rivolge infine anche a sé stesso, diventando un discorso non solo collettivo ma personale, proprio per lui così attento alle regole, così distaccato e oggettivo. La stabilità di una burocrazia accusata di essere lenta ma che evita di prendere decisioni affrettate viene incrinata dalla passione e dagli occhi della figlia di un uomo senza ardore, ormai assuefatto dalla stanchezza dei riti di quella via media che non interferisce e non interviene. Quelle incongruenze che portano a dubbi che non si sciolgono nell’enciclopedico peso dello scaffale di manuali di diritto penale, scritti da De Santis stesso, che in realtà non sono altro che giri a vuoto retorici (presentissimi in Sorrentino) come l’antropologia di botta e risposta di Parthenope o il libro di Jep ne La grande bellezza. Eppure il “cemento armato” della ragione è scalfito da quell’incertezza di amore tradito, quel travolgente rimorso d’orgoglio rivolto verso l’amore totalizzante per una donna idealizzata, altro topos che si ripete nel cinema di Sorrentino, si pensi banalmente alla stessa protagonista del film precedente che assumeva in sé il mito e l’anima di una città intera. La donna amata che è un pensiero che sorge e vaga in rarefazione e che porta infatti il nome di Aurora, disperdendosi in ogni gesto e in ogni scelta di Mariano. Il suo immobilismo, timido complesso d’inferiorità e di repressione emotiva, si smuove fino ad avere a che fare con la liberazione e l’alleggerimento di questo fardello – nel ricordo – non (più) nell’ossessione. Se è tardi per la passione rimane la grazia e la sua leggerezza, la levitazione del corpo che è qui più terrena e meno trascendente rispetto a quella presente in “Youth“, film spesso bistrattato e messo in soffitta nelle analisi sorrentiniane; eppure nel direttore d’orchestra ritiratosi in una casa vacanza svizzera alla ricerca della giovinezza perduta, interpretato da Michael Caine, notiamo una notevole somiglianza in caratteristiche e comunione d’intenti con il nostro Mariano De Santis.


Eutanasia come fine di un agonia, come gesto d’amore, come soggettività che straripa e oggettività che viene messa in scacco nel ballo delle apparenze e negli sguardi dei colloqui individuali. Il peso è anche quello dell’attesa, Mariano ripete religiosamente “chiedimelo” anticipando il desiderio di chi lo interroga, aspettandosi sempre la domanda diretta, la certificazione di un’approvazione. Il tempo gli dà la consapevolezza e il giusto respiro ma la verità si apparta e si nasconde confondendosi con i rumori di fondo. E sembra di tornare a un altro aforisma esistenziale di un altro suo film “This must be the Place“: “il segreto è il tempo, passa del tempo con lei, tutto il tempo che le serve, perché è il tempo che le lusinga e poi il tempo dà sicurezza“; è il riciclo di un consiglio che Cheyenne (ex rock star depressa interpretata da Sean Penn) ha ascoltato da un conoscente e che rigira a un ragazzo innamorato di una sua coetanea.

In ogni personaggio, indipendentemente dall’età, in Sorrentino c’è sempre questo eterno adolescente che viene fuori, che scalpita, che non si disunisce come il Fabietto di “è stata la mano di Dio“, che non si abbandona al presente ma ha il coraggio di provare a fidarsi del futuro. Infine la grazia è un’autoassoluzione di un giovane vecchio o di un vecchio giovane, poco importa la differenza. G-U-E! Forza Napoli! Skibidiboppi! Ciuf!









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