Era il 2019 e la Mattel introduceva per la prima volta sul mercato una bambola con disabilità.

Pura strategia di marketing o qualcosa di più? 

L’universo Barbie è un concetto controverso: all’estero i prodotti sono molto apprezzati ma in Italia qualcuno storce il naso, e a ragione direi.

“Con Barbie puoi essere tutto ciò che vuoi”, questo è lo slogan pubblicitario che promuove il lancio di ogni singolo prodotto perché è di questo che si tratta: un prodotto commerciale.

Barbie nella versione infermiera, dottoressa, veterinaria, astronauta e, ovviamente, principessa.

Ma la disabilità non la scegli. La disabilità accade e sottrarsi, il più delle volte, è assolutamente impossibile. 

Il 2026 si apre con un nuovo volto, l’ennesimo.

-Barbie autistica- si aggiunge alla linea Fashionistas: una collezione pensata per rappresentare la pluralità dei corpi. 

Il campo scelto in questo caso però è insidioso e particolarmente minato: lo spettro autistico comprende moltissime varianti. Nessun soggetto autistico è uguale all’altro! Ma come si presenta esteticamente questa Barbie? Gomito e polsi sono articolati al fine di riprodurre movimenti ripetitivi (come lo stimming) e gli occhi sono inclinati lateralmente come a ricordare che i soggetti autistici non prediligono il contatto visivo diretto. Tra le mani un fidget spinner  (un comune anti stress) e un tablet utilizzato come mezzo di comunicazione alternativa. Sul capo una cuffia 

anti rumore e, per chiudere il cerchio, un abito a trapezio scelto proprio per ridurre il contatto tra tessuto e pelle che, comunemente, infastidisce i soggetti autistici.

Avete notato che ho utilizzato l’avverbio -comunemente-? È sinonimo di -solitamente-.

Occorre aggiungere altro? 

La Barbie autistica della Mattel, nata per includere, non include proprio nessuno: ingabbia semmai.

L’operazione è stata quella di mettere insieme tutta una serie di stereotipi dimenticando la cosa più importante: la diversità.

Il classico messaggio motivazionale che una donna donna può essere tutto ciò che vuole, purché sia vestita in modo succinto e indossi tacchi a spillo, era già démodé ma se a questo aggiungiamo il collage che è stato realizzato per produrre un prodotto in cui gli autistici dovrebbero riconoscersi il risultato è un disastro assoluto. 

L’obiettivo dovrebbe essere scardinare gli stereotipi non costruirne di nuovi, senza contare che le battaglie vere non si combattono sugli scaffali ma nella quotidianità. Le sfide vanno affrontate tra i banchi di scuola, per la strada o al supermercato: in posti dove la diversità è un problema solo perché non sappiamo farci i conti.

Un disabile non è un essere superiore, o inferiore, da trattare con i guanti bianchi: merita rispetto e attenzione come chiunque altro. Gli ostacoli vanno eliminati agendo sulla burocrazia, sulle barriere architettoniche e sulla sanità.

Il ritornello che “siamo tutti uguali” e “siamo tutti inclusi” è una cosa in cui non dobbiamo, e non possiamo, più credere. Non ci occorrono narrazioni edulcorate ma racconti reali e, se è necessario, anche spiazzanti.

La disabilità non può essere imbustata e venduta.

La disabilità non ha un prezzo che può andare in saldo perché la disabilità non fa sconti.

Probabilmente ciò di cui abbiamo bisogno davvero è rendere visibile ciò che nascondiamo sotto al tappeto. È necessario accendere un faro sulla neuro diversità e comprendere che non esiste, per nessun essere umano, un solo modo di “funzionare”. 

LA SCONOSCIUTA 

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