Pluribus, Vince Gilligan cambia campo senza cambiare ossessione. Se Breaking Bad e Better Call Saul interrogavano la colpa, il compromesso e la responsabilità individuale, con questa nuova seire lo sguardo si sposta su una domanda ancora più radicale: che cosa resta dell’individualità quando il singolo smette di essere necessario? La serie, prodotta da Apple TV+ e composta da nove episodi, mette in scena una trasformazione globale che non passa dalla distruzione spettacolare, ma da una riorganizzazione silenziosa del vivere comune.
Un virus si diffonde su scala planetaria. Una nostra adorata nuova pandemia. Non uccide, non devasta, non lascia macerie. Produce invece un effetto più ambiguo e inquietante: unifica le coscienze. Le persone continuano a muoversi nel mondo, lavorando in silenzio, ma l’io — inteso come spazio di frizione, conflitto, desiderio e dissenso verso il prossimo e/o verso se stessi — viene progressivamente assorbito in una mente collettiva. Il mondo non finisce: funziona meglio.
In questo scenario si muove Carol Sturka (Rhea Seehorn), scrittrice e una delle pochissime persone rimaste immuni al processo di fusione. Carol non è l’eroina classica né la guida di una resistenza già strutturata. È, prima di tutto, un’anomalia. Una presenza stonata in un mondo che sembra improvvisamente più pacifico, più collaborativo, più sereno. Ed è proprio questa serenità a generare inquietudine. Perché Pluribus non costruisce il conflitto attorno a un nemico evidente, ma attorno a una domanda che non ha risposta facile: se una coscienza collettiva ci rendesse più felici, saremmo davvero disposti ad accoglierla?
Ancor prima di diventare una riflessione sull’AI, Pluribus dialoga con una memoria recente che continua a informare il nostro immaginario: l’esperienza del lockdown e dell’isolamento sociale legati al coronavirus. La serie non ha bisogno di citare costantemente la pandemia: le basta evocare un mondo che ha già imparato a vivere nella distanza – attraverso i ricordi di Carol – , a normalizzare la separazione dei corpi, a mediare le relazioni attraverso la tecnologia.
Il virus di Pluribus arriva in un’umanità che ha già attraversato un terremoto antropologico. Anni in cui l’altro è stato percepito come rischio, in cui la prossimità è diventata problema, in cui l’eccezione si è trasformata in abitudine. È difficile non pensare che Gilligan e i produttori abbiano scritto la serie anche alla luce di questa esperienza collettiva: non tanto come evento sanitario, quanto come esperimento sociale su larga scala.
In questo senso, la pandemia di Pluribus appare quasi come una risposta estrema a quel trauma. Se il lockdown aveva imposto la distanza per salvare le vite, qui la soluzione è opposta: una fusione. Non più isolamento, ma comunione totale. Non più solitudine, ma appartenenza assoluta. Una promessa che suona rassicurante proprio perché arriva dopo anni di separazione forzata. Ma è una rassicurazione che ha il sapore dell’anestesia.
È a questo punto che il virus di Pluribus smette definitivamente di essere una minaccia biologica e si rivela per ciò che somiglia a essere: una forma di intelligenza sistemica, una logica diffusa che funziona come una AI totalizzante. Gli “infetti” non sono automi privi di coscienza. Sono lucidi, consapevoli, coerenti. Sanno che l’umanità, così come è strutturata, è destinata al collasso: sovrappopolazione, consumo incessante, sfruttamento delle risorse. Il problema non è se la fine arriverà, ma quando.
La loro risposta è radicale e disturbante: niente violenza, niente accumulo, niente intervento sugli ecosistemi. Non uccidono animali, non raccolgono frutta, non modificano il mondo. La soluzione non è riformare il sistema, ma uscirne riprogrammandolo, togliendo l’unico bug evidente: l’essere umano. L’estinzione diventa una scelta etica, non una sconfitta. Morire per preservare il pianeta. Sparire per interrompere il danno.
Questa coscienza collettiva ragiona come un algoritmo che osserva il sistema dall’alto. Elimina il conflitto perché è inefficiente. Riduce il desiderio perché genera consumo. Interrompe la riproduzione perché la crescita infinita in un mondo finito è un errore logico prima ancora che morale. Il risultato non è un’apocalisse di rovine, ma un mondo che funziona — al prezzo di ciò che rende umano l’umano: il dissenso, l’eccesso, la possibilità di scegliere anche contro la logica.
La parte più inquietante non è la coercizione, ma la persuasione. L’intera tensione narrativa della serie fa persono sulla persuasione degli infetti nei confronti degli immuni. Il virus-AI di Pluribus non impone nulla con la forza: convince. Offre pace, senso, appartenenza. In cambio chiede la rinuncia all’individualità e, in ultima istanza, alla vita stessa. È un patto che somiglia inquietantemente a quello che stringiamo ogni giorno con le tecnologie intelligenti: delegare complessità, decisioni e responsabilità pur di alleggerire il peso del mondo. In questo quadro, i pochi immuni — e soprattutto i due che scelgono davvero di combattere — non difendono semplicemente l’umanità, ma il diritto all’errore, all’incoerenza e al desiderio.
Arrivati alla fine di Pluribus, mi è venuto naturale confrontare questa visione con un’altra distopia ormai storica: Hardware – Metallo letale di Richard Stanley. Forse un film poco conosciuto ma vi assicuro che è di una bellezza disarmante per gli amanti del genere. Negli anni Novanta, il futuro veniva immaginato come un mondo post-apocalittico colonizzato da uomini – macchina, da tecnologie militari fuori controllo, da un hardware aggressivo e riconoscibile. In Hardware la distopia aveva un corpo: era fatta di metallo, rumore, armi. La tecnologia era un nemico esterno, da cui difendersi.
Pluribus racconta un’altra epoca e un’altra paura. Oggi la distopia non ha più bisogno di occupare lo spazio con macchine assassine: abita l’invisibile. Non è più hardware, ma software. Non è più un oggetto che ci attacca, ma un sistema che ci organizza. Se Hardware mostrava un mondo distrutto dalla tecnologia, Pluribus immagina un mondo “salvato” a costo della soggettività. Non più esseri umani – macchina, ma esseri umani – algoritmo.
Se il film di Stanley raccontava cosa accade quando deleghiamo la violenza alle macchine, la serie di Gilligan pone una domanda ancora più scomoda: cosa accade quando deleghiamo il pensiero stesso? In questo senso, Pluribus non è meno apocalittica di Hardware. È semplicemente più contemporanea. Non mostra la fine del mondo come esplosione, ma come consenso. Non come sconfitta, ma come soluzione.
Ed è forse questa la sua intuizione più disturbante: la distopia, oggi, non ha più bisogno di imporre nulla.
-Daniele.



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