“Canzone, cercala se vuoi.” 

Lucio Dalla.

Genova 1999.

Angelina abitava dei palazzoni grigi nella periferia della città, un posto dove si conoscevano tutti, come un paese, ma con più gente, aveva quindici anni e di lavoro voleva fare la Spice girl.

 Mtv non faceva altro che proporre quelle quattro fichissime ragazze che ballavano tutto il tempo, Samanta che abitava al palazzo di fronte, lei sì che assomigliava ad una Spice girl, tanto che Tony la amava e la veniva a prendere con il suo Kawasaki che faceva un rumore pazzesco ogni volta che arrivava in piazza, ogni volta che Angelina era dalla finestra e vedeva Samanta salire sulla Kawasaki verde di Tony si rabbuiava un poco, ma non le importava troppo si diceva, lei che ad una Spice girl non assomigliava niente, si diceva per l’ennesima volta che si sarebbe messa a dieta domani, apriva un pacchetto di patatine San Carlo e se lo mangiava tutto prima che finisse la canzone di Ambra “T’appartengo”: t’appartengo e poi ci tengo e se prometto poi mantengo, m’appartieni e tu ci tieni e se prometti poi mantieni”, questa semplice litania la teneva sveglia giorno e notte, lo walkman vibrava furioso sulla sua pancia sempre troppo grossa, sempre troppo gonfia, sembra ancora adesso di vederla ballare con le cuffie attaccata al suo stereo, adesso che è passato tanto tempo, sembra ancora adesso di vederla ballare sempre sulle stesse quattro piastrelle di camera sua, con le cuffie attaccate allo stereo col filo, che Angelina si vergognava ad uscire e andare a ballare con le amiche e amiche a dir la verità non ne aveva tante e si vergognava pure di cantare a squarciagola a casa, che suo padre Salvatore l’avrebbe presa per minchiona.

Spice girl vuol dire ragazza pepe, il pepe che aveva Angelina non lo poteva far vedere a nessuno, no come Samanta che quella il pepe glielo mangiavano dalle mani i maschi, che pareva una santa da quanto era bella, pareva una popstar, erano meridionali tutte e due Angelina e Samanta e con le stesse pezze nel sedere e le stesse chewing gum appiccicate negli autobus troppo vecchi e pieni di tossici che giravano per il quartiere, già il quartiere..

Posto di meridionali era quello, un gruppone di case popolari che non finiva mai, Angelina non si era messa a piangere quando all’ora del telegiornale Umberto Bossi gridava ai terroni di andarsene a casa loro, Angelina si era messa a piangere a dirotto quella volta che si era presentata tutta truccata di troppo e col vestitino stretto, mon dieu troppo stretto, alla festa della Croce Rossa del quartiere, Tony e i suoi amici, sarà che si erano fatti troppe canne quel pomeriggio, cominciarono a ridere a crepapelle una volta palesatasi Angelina.

“Angeluzza, ma come minchia ti sei vestita!!!” gridò per primo Carmine il folle, che gridava sempre forte per farsi sentire, paonazzo in volto anche a dicembre, che pareva avesse la febbre.

“Minchia, pare la maialina dei muppets!” Gridò Cesare, un altro terrone del luogo, che già rideva come un pazzo, ancora più di Carmine il folle e si era anche calato un trip quella sera.

Tony, bello e biondo, invece che difenderla rideva furtivamente, più Angelina lo guardava come per aspettarsi che da un momento all’altro avesse sguainato la spada in sua difesa, più Tony non poteva che aprire come ferine fauci quelle sue splendide ganasce, lui che era bello come un Dio, le risate di tutti le aveva tollerate, anche quelle delle ex compagne delle medie che in coro si erano messe a ridere di lei, che pareva si fossero messe d’accordo, mentre Angelina veniva squadrata da tutti senza pietà, Tony per non sbracare e rimanere nel suo contegno di bello e maledetto se ne andò un poco più avanti per evitare di riderle in faccia, andò al cesso a continuare a ridere, non voletene a questi bravi ragazzi di quartiere cari lettori, loro che erano tutta gente a posto, forse non tutti, ma quasi tutti e solo quella sera volevano un poco scherzare perché c’era festa e si videro arrivare quella maialona d’allevamento di Angelina, che ogni coscia era una mortadella e l’avevano sempre vista con la tuta della Diadora pezzata di sudore sotto le ascelle, se la videro arrivare incartata come una colomba di Pasqua della Lidl e cominciarono a ridere tutti, persino Tony che si preoccupava di ridere poco per sembrare più bello a quell’epoca , signore e signori, quella sera avreste riso anche voi, che si sa, la risata è come una vipera, che ti morde nell’erba alta al sole e non la vedi arrivare e t’avvelena, nessun appiglio per Angelina che dovette correre a casa in lacrime mentre uno le girava intorno col motorino e per far ridere tutti ancora di più faceva le pieghe con lo scooter a dieci centimetri dal corpaccione esasperato di Angelina che stava cercando di tornare verso casa e le gridava: “miii che bruttaaaa.”

Non erano che dei poveri siciliani a Genova, Angelina non era che una povera siciliana a Genova, però un po’ più grassa ed è in questo ultimo aggettivo cari i miei lettori che si sono concentrate tutte le sue disgrazie, tutti i limiti e tutte le poche possibilità che quella povera ragazza grassa e figlia di terroni ebbe ad avere nella sua vita esangue, una vita che pareva corresse altrove a costruire monumenti all’invidia nelle piazze e nei bar.

Dopo quell’episodio che fece ridere tutto il quartiere, Angelina aveva solo quindici anni all’epoca, per i successivi anni la già timida Angelina non si presentò più in piazza a stazionare assieme alle altre ragazze, attraversava velocemente la piazza che era la stessa nella quale abitava ed era nata salutando meno che poteva, attraversava le strisce pedonali rigida dalla vergogna e prendeva l’autobus che l’avrebbe condotta fuori dal quartiere, dove macchinalmente, come un porco che cerca di scappare dall’ammazzatora, vagheggiava l’idea incongrua di essere un po’ meno grassa, l’odore di nuovo di posti mai visti, altri quartieri dove non era stata ancora umiliata.

Finita la scuola media con due anni di ritardo viste le due pesanti bocciature, fece tre volte la terza media, eh la ragazza non si applica dicevano i docenti e gliene fregava assai ai docenti che manco dicevano alla mamma di Angelina la classica frase, è intelligente ma non si applica, perché Angelina, chiamata così dal cuore di mamma, perché vista la sua mole avrebbe dovuto essere Angelona, intelligente non lo era affatto e andava male di tutte le materie.

“Allora che minchia vuoi fare nella vita?” Gridò esasperato il padre Salvatore alla seconda bocciatura.

Angelina non diceva niente, incalzata dalla mamma più pietosa e tendente al dialogo Angelina diceva che avrebbe studiato, avrebbe studiato solo per far contenti loro, che a lei non gliene importava un fico secco.

Finita faticosamente la scuola media Angelina dovette decidere cosa fare, nessun  lavoro la entusiasmava realmente, fu nel tempo torrido dell’estate dei suoi sedici anni che decise assieme all’amica Tania per il lavoro di parrucchiera, con la sua unica amica Tania, grassa come lei, si facevano le tinte a vicenda e negli anni avevano imparato a colorarsi i capelli e a truccarsi con un poco di furbizia, le pareva che questo fosse abbastanza figo come lavoro, cioè si lavori, ma fai diventare anche una donna più bella, lei stessa si sentiva più bella dopo una tinta o le sembrava che la sua amica Tania lo fosse dopo la sua messa in piega, si volevano bene lei e la sua amica Tania  che stava nel suo stesso palazzo e andavano qualche volta in centro a farsi i giri e comprarsi i trucchi e le tinte per i capelli e qualche volta andavano nei fondi del palazzo a fumare le sigarette senza aspirare e a ridere nella poca aria piena di fumo, ridevano solo se erano loro due e con nessun’altro ridevano, nessun rapporto con le amiche della scuola media più belle che se ne stavano in piazza ciondolando sugli scooter dei ragazzetti più tosti con una canna in bocca, se la guardavano quella grassona di Angelina assieme a quella sfigata della sua amica Tania e ogni volta che passavano, assieme o da sole i loro volti non potevano che indurirsi di disprezzo.

“Voglio fare la parrucchiera!” Così proclamò Angelina con i suoi capelli appena fatti dall’amica che le scendevano biondi tinti sulle sue spalle grosse.

Ecco sì, la parrucchiera, a quindici anni pensi che tutto ruoti intorno a te, come una che sognasse di fare la dottoressa per guarire il mondo, Angelina e Tania sognavano di fare le parrucchiere per far diventare belle tutte le donne del mondo, quello sì che era un bel lavoro.

Il lavoro le divise, dopo il corso da parrucchiera trovarono lavoro in due differenti zone della città, Angelina trovò lavoro in centro, trecentomila al mese assunta come apprendista, aveva diciotto anni ed aveva paura dei ragni, dei serpenti e degli appuntamenti, si muoveva con l’autobus Angelina e non vedeva più la sua amica Tania tutti i giorni come prima.

Lavorava da un coiffeur bello ed importante del centro, ma dopo sei mesi tutto quello che aveva imparato a fare era lo shampoo e pulire per terra, il coiffeur del centro se la guardava la povera Angelina e le diceva cattivo: “con quelle mani grosse come fai ad imparare a tagliare i capelli!”

Pareva che lui nelle sue mani tenesse il terzo o quarto segreto di Fatima, se per caso Angelina una volta finito il lavoro si attardava a guardarlo tagliare i capelli il parrucchiere bello ed importante, che non voleva farsi rubare il mestiere, trovava ad Angelina qualcosa da fare, se aveva appena pulito tutto e non c’era altro da fare la mandava a comprare le sigarette per lui o la sua amatissima moglie o a prendere il caffè per tutti, mai avrebbe assunto una chiattona simile, persino negli annunci di lavoro che metteva sul quotidiano genovese egli ci teneva a specificare che richiedeva bella presenza, quella chiattona di Angelina gli era capitata perché quel farabutto del suo amico che gestiva la scuola di taglio gli aveva promesso che gli avrebbe mandato quattro ragazze carine come apprendiste e lui era a corto di personale, si era anche raccomandato, lo sai che ci tengo a ste cose, niente gli era arrivata questa che sembrava la mucca Carolina, non aveva avuto il coraggio di dire: no, tu no. In fondo si era detto, mi lavorano e costano un cazzo,

Il rischio era che imparasse e poi dovesse davvero tenerla, se lo immaginava il suo amico della scuola di taglio ridere cattivo, adesso ti becchi sta chiattona, bello scherzo che gli aveva tirato, nel negozio più chic della città, dove ricevere uno shampoo procurava più godimento che andare nei centri massaggi , la shampista doveva stare attenta a tutto, al tipo di capello, all’acqua che non doveva essere né troppo calda, né troppo fredda, al modo di frizionare, anche al tono della voce, veniva redarguita Angelina se non usava un tono di voce abbastanza flautato o se non chiedeva al cliente se l’acqua andava bene, anche se l’acqua andava benissimo, meglio che ricevere una sega da una professionista, fare la shampista in quel negozio era un lavoro di fino.

Il negozio si chiamava “Da Lello e Lella”, ma non fatevi ingannare dal nome scanzonato, vigeva il più assoluto professionismo, il salone di bellezza si estendeva su tre piani, Lello e Lella erano affiatatissimi, tanto che facevano anche scambio di coppia, nel reciproco rispetto dicevano loro, così vociferavano le colleghe più esperte nelle pause, per Angelina che era ancora vergine era fantascienza, Lello stava per Antonello, Lella per Graziella, entrambi di bell’aspetto, anche se avevano passato i cinquanta, lampadatisssimi e sicuri di loro stessi, sfoggiavano una protervia contenuta quanto costante con la timida Angelina, contenuta perché si dovevano contenere di fronte a quell’animale debole di Angelina e si dovevano contenere davanti ai clienti, davanti ai quali bisogna sempre sembrare educati, il negozio era pieno di quadretti con fotografie di fotomodelle coi capelli fatti, in mezzo a quei quadretti di fotomodelle si stagliava orgoglioso il ritratto fotografico di Lella di spalle in tanga ad Ibiza con la schiena nuda, che a cinquant’anni vantava chiappe abbronzate e palestrate come pochi.

Su Angelina, surclassata anche dalle colleghe più belle e smaliziate non poteva che cadere l’onta dell’inutilità e dell’obesità, cosa inutile le diceva sempre suo padre, come usa dire a Palermo, non era proprio obesa a dire il vero, anche se era molto grassa, delle volte finito di spazzare a terra e fare gli shampi si metteva le mani dietro la schiena con le spalle un po’ curve e una sottile vergogna e si guardava intorno, come a cercare qualcuno che avesse bisogno di lei, ma di lei in quei momenti non aveva bisogno nessuno.

Fu a diciotto anni compiuti che ci provò per la prima volta un ragazzo con lei, Enrico detto il Putrella, per via del suo lavoro di muratore, Enrico il Putrella era secco e lungo come una putrella, aveva una faccia tutta serrata in una strana complessione che lo faceva parlare come fosse Paperino, parlava poco e veloce il putrella, diceva ansioso e pieno di tic:” allora, allora, ci esci con me uno di questi giorni? Ti do il mio numero? Te lo doo?”

Batteva speranzoso con il martello della disperazione un: “ssei carina e aggiungeva, facendo sforzo di fantasia, hai degli occhi stupendi, era il cuore che andava oltre l’ostacolo e oltre la sua s blesa per dire nuovamente, in velocità, come se qualcuno lo potesse interrompere da un momento all’altro: ssei carina.”

Ad Angelina che era carina non l’aveva mai detto nessuno esclusa sua mamma e qualche volta la sua amica Tania dopo avergli fatto la messa in piega, non gliel’aveva mai detto un uomo soprattutto, né con una s normale, né con la s blesa di quel poveraccio di Enrico il putrella.

Enrico il putrella si era fatto i debiti e si era comprato una Fiat Barchetta, anche lui viveva alle case popolari, ma la banca gli aveva fatto il finanziamento perché aveva il posto indeterminato da muratore, non c’erano cazzi, il putrella ogni mese si comprava un profumo ed una camicia nuova a coprire il suo corpo troppo magro e pagava speranzoso una rata della sua spider targata Fiat che, bontà sua, lo avrebbe fatto finalmente decollare nello straordinario mondo della fica.

Certo per prendere la fica, gli dicevano gli amici, devi comprare un Bmw, dove cazzo vai con la spider della Fiat?

Verissimo, si diceva Enrico il putrella, che si risolveva nel fare più straordinari, perché un giorno se la sarebbe comprata davvero la Bmw, magari usata, ma se la sarebbe comprata e allora sì, gli diceva Tonio il suo collega più bello al cantiere, un po’ ridendo, un po’ credendoci e un po’ no, allora sì che è come trovare la fica sugli alberi, tu sali sull’albero e raccogli la fica, anzi no, nemmeno sali, scrolli un poco l’albero e questo fa cadere una fica nelle tue braccia, avere la Bmw è come avere gli alberi della fica, ma per fare gli alberi ci vuol la terra, Enrico non possedeva né casa, né terra, era un terrone delle case popolari, negli anni che furono quando i terroni erano gli immigrati, cominciavano ad arrivare gli albanesi, tutti con il coltello in mano, non c’era da fidarsi dicevano al bar sotto i palazzoni grigi dove il putrella abitava, il putrella non sapeva che risolversi nell’andare a casa e lavare nuovamente gli interni della sua Fiat Barchetta, che fuori l’aveva già lavata il giorno prima, metteva una nuova fragranza nell’abitacolo e gli sembrava così di coltivare la sua alcova, come si coltiva la fica sugli alberi.

Qualche volta, con la fica sugli alberi in testa gli capitava di essere un poco distratto, come quella volta che cadde dai ponteggi e si procurò un trauma cranico, sette giorni a casa, meglio che il suo collega Turi, che a suon di cercare anche lui la fica sugli alberi ci era morto, cadendo dal quinto piano, forse una tavola dei ponteggi un poco malmessa, c’erano indagini in corso, chi diceva che se l’era cercata, che Turi un po’ minchione era.

Tony il bello non aveva di questi problemi, sempre con una donna diversa, aveva fatto per poco tempo il muratore, una sua ex fiamma gli aveva consigliato di fare l’agente immobiliare, un bel ragazzo come te, diceva, è sprecato a fare fatica, ed era vero, e come li convinceva con i suoi occhi azzurri i clienti, non era nemmeno un terrone Tony, si chiamava Antonio Moser, veniva dalle rive del Tagliamento nel Friuli, che anche là tanti anni fa c’era della povera gente e si moriva di pellagra, tanto che i suoi genitori si erano trasferiti a Genova perché suo padre aveva trovato lavoro all’Italsider, all’altoforno.

Enrico aveva già da tempo puntato quella ragazza un poco in carne, ma come chiederle di uscire? La vedeva sempre alla fermata del bus o in piazza, ma non sapeva come dire, così si inventò il coraggio e lui che era talmente timido da sembrare dislessico, cominciò a tallonarla come pensava usassero fare i fighi veri.

Le si affiancava con la macchina e le diceva frasi come: “Ciao ti ho notata, si ti ho notata, tu mi hai ntat, sono Enrico, piac Enrico.”

Si mangiava le parole Enrico il putrella, ma il concetto si capiva.

Lei sorrideva lusingata e per le prime volte, non certo per spocchia, quanto per timidezza, entrambi erano quasi vergini, se si esclude qualche capatina a puttane del putrella, Angelina era illibata, per le prime volte Angelina rifiutò i passaggi in macchina del putrella, un po’ impaurita, se incalzata avvampava nel suo rossore, patologicamente timida, era timida tanto quanto era grassa ed era timida perché era grassa, nessun dubbio.

Poi, fu una Domenica dagli autoscontri, che il putrella gasato dal pungiball delle giostre dove aveva assestato un destro niente male, con due birre in corpo si risolse nell’andare da Angelina, che se ne stava lì, sempre nella stessa piazza dove tutti loro abitavano e dove erano arrivate le giostre, ma dall’altro lato, per prendere il bus, fu in quel frangente che il Putrella gridando per farsi sentire, in una botta di coraggio gridò: “amoreee, ma vogliamo sempre prendere il pullmann? Ti porto io no!!!”

Nessuno lo considerò. Putrella prese la macchina e si affiancò ad Angelina sulla fermata e con lo sguardo del bravo ragazzo stavolta, con un cambio di passo e un abbassamento della voce che sembrava studiato disse: “cara ti ci porto io dove devi andare.”

Angelina, cui il putrella era sembrato infine gentile, almeno così si diceva lei, ma in realtà le sembrava anche bello, altrimenti non sarebbe salita, come sono relativi i concetti, accettò di salire in macchina.

“Dove, dove dv vai?”

“Vado da mia zia, nei palazzi più su.”

Ed era vero, non è che fosse così entusiasmante la vita della povera Angelina. 

Putrella ebbe poca occasione di parlarle perché il viaggio in macchina fu brevissimo, appena due curve, non sapeva che dire e disse: “ce l’hai, ce l’hai ce l’hai il telefonino?” Lo disse così male che Angelina non capì.

Era il 2002 e Putrella tirò fuori dal cruscotto della macchina un aggeggio grande come un ananas di cui Angelina non capiva benissimo l’utilizzo.

“Ah, scusami. Arrossì.”

“No, non ce l’ho quello, ma ci possiamo vedere domani in piazza per le otto e mezza di sera, facciamo solo due chiacchere quando torno da lavoro e poi vado a casa”. Ci tenne a concludere con quel mezzo appuntamento, però sotto casa, andiamoci piano.

Putrella incassò il sì con studiata compostezza e disse facendo rientrare l’antennina nella guida del suo telefono cellulare: “peccato che non avevi avuto il cellulare se era che ce l’avevi ti memorizzavo.”

Quella sera il Putrella era gasato con il suo impianto stereo nuovo, la musica dance rimbombava che sembrava di stare in disco, arrivato a velocità sostenuta alla fermata come fosse un capo della mala del cartello di Bogotà o almeno così gli pareva a lui, fece una frenata con un pochino di derapata in curva prima della fermata del bus, come per far vedere che lui andava forte, ma con controllo.

“Ce ne andiamo dai giochi?”  Disse il putrella senza balbettare. Intendeva i giochi per bambini che stavano al centro del grande piazzale.

Era in trance agonistica.

Se ne andarono al centro della piazza dai giochi per i bambini, a quell’ora i bambini non c’erano e non erano neanche ancora scesi i ragazzi che erano tutti a mangiare, Putrella aveva incredibilmente campo libero.

Vai Putrella, sei tutti noi, pensava lui stesso.

Insomma, che scherzarono un poco, Putrella era composto e scherzoso solo al momento giusto come un attore di teatro e con la sciabola in mezzo ai denti disse, senza tremare: “andiamo a mangiare sul lungomare, offro io.”

La frase gli era venuta così bene ed era arrivata dopo una serie di sguardi e ammiccamenti reciproci che Angelina non poteva dire di no, quella sera il Putrella avrebbe espugnato la fortezza, quella sera il Putrella si sentiva come un calciatore in finale al Bernabeu, aveva l’adrenalina a mille.

La serata marciava alla grande, Putrella ordinò un carrello di fritto misto, disse così, allora se non puoi portare un carrello ci porti una betoniera di fritto misto, Angelina rideva, rideva forte ed era tutta rossa come chi non ride mai e tutt’insieme gli scappa da ridere, come uno in preda ad un forte starnuto.

Putrella sembrava il capo, faceva il simpatico oltre le sue possibilità, i camerieri giovani e professionali sorridevano agli implacabili attacchi del putrella che ad un certo punto voleva anche offrire da bere ad un cameriere, il quale declinò e spiegò lentamente, come per domare una belva, che non poteva bere in quel momento.

“Allora beviamo pure pe ttia.” Diceva il putrella in siciliano, per sentirsi grosso.

“In culo a te a quelli come te” disse sottovoce alla sua amata il putrella guardando il cameriere andarsene e alzando il bicchiere al cielo, la sua amata non la smetteva di ridere, non aveva mai riso tanto.

Finirono in spiaggia con le mani da tutte le parti, un poco maldestri e mal assortiti com’erano dopo cinque minuti avevano già la sabbia nelle mutande e nelle scarpe, la scopò in riva al mare di Voltri, la sverginò sotto una Luna chiara, sei troppo bella, le disse sincerò prima di venire, in quei momenti e in quegli anni e prima di venire la tua bella diventa un angelo, sborrò dimentico di tutto, estasi, nessun dubbio, estasi,  la luce della luna li abbracciava entrambi, per una volta insieme, per una volta sicuri.

Si cominciarono a frequentare, Putrella aveva la fidanzata, aveva scrollato l’albero della fica ed era scesa una principessa grassa e gentile, sull’albero della fica anche il putrella aveva intagliato il suo cuore.

Fu così che diventarono fidanzati.

Al cantiere lo prendevano un po’ per il culo i muratori, uno disse: “Putrella da quando hai trovato l’amore sembri più serio, non ridi più, come mai?”

Era diventato serio.

Tre anni dopo ebbero una bambina e Putrella, serissimo, senza ridere più la fece battezzare e si tatuò il nome sul braccio.

Era stato un incidente, ma i bambini si sa li manda il destino che è più grande di noi, e quindi Putrella santificò la mancata retromarcia e offerse da bere a tutti: “ sono padre porco Dddio!

Era una bambina, era venuta su magra magra come lui, che le bambine prendono dal padre si sa e come gli volevano bene il suo babbo così magro che non stava nella camicia e la sua mamma che dopo il parto era diventata un po’ più grassa ancora, ma Putrella se la scopava sempre e le faceva prendere la pillola per contenere il suo seme selvaggio.

Il tempo passava e la famiglia diventava sempre più forte ed unita, impareremoo a camminaree, le cantava Enrico il putrella, quando la vedeva così piccina cadere per terra dopo i primi passi, ballare piano in controluce, moltiplicare la nostra voce, così cantava Zucchero tanti anni fa.

La bambina si chiamava Donatella, non era certo bella, ma vi era una gioia in lei, una tale gioia che sembrava irradiare il mondo intero, né il Putrella, né Angelina erano stati mai amati tanto come quella bambina, altri tempi.

Vi era in quella bambina una tale fiducia nel mondo e una tale fermezza d’animo che instillavano in tutti un certo rispetto, da piccina imparò a cantare, cantava col babbo che intonava con lei le canzoni della Pausini, lui un po’ più stonato, cantava con la mamma, che da quando era diventata mamma non voleva più fare la Spice Girl e si erano nel frattempo pure sciolte le Spice Girls, chissenefrega, aveva altro per la testa Angelina, che era finalmente felice.

Enrico, il papà, che in giro era così serio e non arrivava mai dopo le otto di sera a casa, con sua figlia si metteva a cantare e al suo compleanno per i suoi diciotto anni si truccò come Freddy Mercury con la canotta che usava il grande Freddy ai concerti e i baffi disegnati, lo schermo della tv mandava il testo e la musica di “Who wants to live forever” , iniziarono a cantare tutti assieme, Enrico, Angela e Donatella. Who dares to love forever?

Era diventata brava a cantare Donatella, tanto che nel 2022, a 17 anni era approdata ad X-Factor, tanto che tutti i giudici le avevano fatto i complimenti, da Fedez ad Ambra Angiolini, c’era Ambra sì a fare da giudice a sua figlia, Angelina che era tra il pubblico si era commossa.

Donatella aveva scelto di cantare quella canzone che tanto piaceva a sua mamma, tante volte l’avevano cantata a casa assieme, ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno, ora avevano l’occasione di cantarla davanti ad un pubblico di milioni di telespettatori e davanti ad Ambra, un sogno.

Donatella tutta magra e tutta voce, curve poche, ringraziò tutti, ringraziò i genitori che con tanti sacrifici le avevano fatto prendere lezioni di canto, ringraziò Fedez e Ambra Angiolini, davvero un bel quarto d’ora di celebrità.

Donatella cerco di replicare quel quarto d’ora tante altre volte.

Così magra e determinata, non appena compiuti diciotto anni, senza la valigia di cartone, ma con un bel trolley nuovo dei cinesi, partì alla volta della capitale morale d’Italia: Milano. Si trasferì a Milano in cerca della celebrità.

Non pesa il trolley, perché ha le rotelle, pare che puoi andare anche in America, il suo tipico rumore delle ruote che sfregano terra pare che non c’entri niente con le valigie di una volta dei migranti, caricate in spalla con silenziosa fatica nei treni, portate come un peso dai poveri, tanto che i ricchi hanno sempre avuto un servitore per le valigie e chi se lo poteva permettere pagava un uomo alla stazione, non con il trolley che usa oggi, il trolley era il rumore per Donatella di chi vuole irrompere in scena, il rumore di qualcuno che ha un lungo viaggio da percorrere fino all’ombelico del mondo, a Milano, il trolley è democratico, leva la fatica a tutti, ricchi e poveri, belli e brutti.

Andò a vivere in una casa con i coinquilini, tutti universitari, lei andava ancora al liceo, si era trasferita per fare la quinta in un liceo classico del centro, per i contatti si augurava lei che era così speranzosa e pregna di futuro ed anche coscienziosa, non fumava e non beveva, faceva gli esercizi per la voce tutti i giorni e cominciava a fare qualche piccola seratina nei locali.

Donatella aveva una voce bellissima, come potesse essere uscita una simile creatura da due sempliciotti come Angelina e Putrella è un mistero, era la prova che la vita non è come l’aritmetica, la somma di due addendi uguali non produce sempre esattamente il doppio nel suo totale, né Putrella, né Angela avevano metà della bravura di Donatella e nemmeno la sua conoscenza di tutta la pop music, un po’ si erano appassionati nel tempo per andare appresso alla loro unica figlia.

Aveva tutta la magrezza di Enrico il putrella, della mamma poco, lei diceva gli occhi, gli occhi della mamma le venivano, gli occhi di chi chiede, di chi chiede perché dubita di sé, qualche volta nei momenti di rassegnazione, lì a Milano da sola o da sola con tanta gente le venivano gli occhi della madre, gli occhi della madre che si specchiavano in quelli del padre e che senza dire niente dicevano qualche sera, qua non ci sono i soldi, qua non è mica che sia quel granché, ma senza dirlo, bastavano gli occhi.

Non aveva certo avuto un’infanzia agiata Donatella, l’affitto da pagare, i muratori che facevano i furbi e non pagavano le ore in più al povero Enrico e tutto il corollario, erano andati ad abitare a Voltri quando lei era bambina per cercare di non far respirare alla bimba i miasmi delle case popolari, ma quelle case malconce ritornavano talvolta nei racconti di Enrico, nel pudore con il quale parlava degli amici d’infanzia finiti in carcere o quasi morti con la droga in corpo, avevano voluto evitare a Donatella lo strazio dei palazzoni, ma quello strazio e quella tristezza di bambini soli e non amati li portavano nel cuore, qualche volta Enrico doveva imitare gli altri papà di Voltri, più borghesi di lui, per cavare fuori un sorriso di padre saggio ed affettuoso del 2000, non voleva essere come quel terrone che lo aveva cresciuto, neanche Angelina voleva sembrare una terrona, mangiava molta focaccia colle cipolle, non sappiamo se si sentisse più genovese per questo, Angelina mangiava sempre molto, Enrico quasi niente, Donatella poco più di niente, le piacevano i dolci e detestava la birra, le sembrava amara.

I suoi genitori le parevano così umili, umili come il bue e l’asinello che fanno caldo con il loro fiato a Gesù Bambino la notte del venticinque di Dicembre, Donatella sentiva in cuor suo tanto amore certo, ma anche tanta mestizia, tanta tristezza nascosta dietro i loro sorrisi, dietro le sorprese per il compleanno, tanta tristezza impastata con la calce sulle spalle del putrella e negli occhi della madre, un figlio non può riscattare una vita sfortunata e per quanto si sforzassero di apparire allegri davanti alla loro Donatellina tanto allegri quei due poveri diavoli non erano, Donatella nelle notti da sola nella claustrofobica camera mansardata a Milano aveva cominciato a fare un sogno ricorrente: sognava che erano tutti sul terrazzo di un amico di suo padre dove da lontano si vede il mare, sognava che c’era un grosso corpo sulla battigia di donna morta, le onde si spezzavano contro quel grosso corpo, no impossibile non può essere, ecco che puntualmente si svegliava.

Ed ecco che dopo un simile incubo, ancora prima di bere il caffè, ecco che Donatellina, da sola in quel soppalco dove viveva a Milano, senza finestre, cominciava a cantare quella canzone che cantava sempre con la mamma: ci vorrebbe il mare su questo cemento, così cantava Marco Masini.

Aveva una tale fiducia Donatellina, una fiducia enorme negli altri, nessuno le aveva mai fatto del male e lei come un fiore raro si dava agli altri, nessuna delusione d’amore, con l’unico ragazzo che aveva avuto dai quindici ai diciotto anni aveva avuto quello che lei chiamava “una separazione consensuale”, roba da adulti responsabili, ma che dico da adulti, da saggi, ma quando cantava d’amore a chi pensava? Per dirlo ci vorrebbe il mare, quello di Voltri però, torbido degli scarichi fognari di tutta una città, quartiere portuale di Genova non troppo distante dai palazzoni, si poteva fare il bagno vedendo le navi cariche di merci avvicinarsi, grandi come palazzi, strano paesaggio.

Milano brillava d’occasioni e la malinconia che qualche volta le toccava il ventre si palesava sul far della sera, Milano le dava ancora una bella botta d’adrenalina, non aveva ancora preso ad essere un posto come un altro, era ancora il luogo dei contatti e delle serate, per dimenticare la periferia di Genova, così lontana dalla trionfale fontana di Piazza De Ferrari e dalle vie del centro genovese che Donatellina non aveva mai attraversato in grande stile, Milano le pareva un mare infinito di gente, per lei cresciuta a Voltri, piccola delegazione ai confini del Comune di Genova fatta da due vie una parallela all’altra ed una via che va al porto  vedendo sempre la stessa gente, con la mamma e il papà sempre un poco stanchi che venivano dalle case popolari del Cep, lì vicino, Voltri capitale della focaccia genovese e della malinconia, dove una coppia di figli di terroni provava a dimenticare grazie ad una figlia che pareva un portento, belin le risate, quando ridevano e scherzavano e il Putrella imitava Freddy Mercury con passo vacuo e voce caricaturale, morivano dalle risate nell’appartamento piccolo e dignitoso di Voltri, mutuo a tasso variabile.

“Ci vogliono tre generazioni di ricchi per scacciare la tristezza da una famiglia” così le disse una sera una stagionatissima Ornella Vanoni in uno splendido locale di Milano dove sia la Vanoni, sia Donatella avevano scelto di andare ad ascoltare una bellissima serata di cantanti che facevano omaggio appunto alla Vanoni stessa, Ornella si era messa di lato e in fondo per non essere vista da nessuno, la vide solo Donatella, come un’apparizione.

Che bello che sarebbe stato riascoltare sé stessi da vecchi negli occhi e nel canto di giovani speranzose, la Vanoni era andata ad ascoltare un omaggio a sé stessa da parte di alcune ragazze che cercavano di imitarla nella sua inimitabile voce, stupendo, come non morire mai.

Se ne uscì con questa frase una vecchissima Ornella Vanoni in versione vecchia zia profetica : “ci vogliono tre generazioni di ricchi per scacciare la tristezza da una famiglia”, non aggiunse quasi niente la grande cantante, si era rivolta ad una giovinetta che stava seduta nel tavolino a fianco a lei in quello splendido locale di Milano, quella giovinetta era proprio Donatella, ma proprio io? Sì!

“Me l’ha detto una volta un nobile russo parente dei Romanov a Zurigo, non ci credi amore?” aggiunse la Vanoni con il suo inimitabile tono svagato di vecchia megera piena di stile, non è forse tutto per alcuni lo stile?

Donatella era in silenzio, non sapeva che dire, sì stava proprio parlando con lei, non c’erano che loro in quella parte della sala.

“E se proprio ricca non lo sei stata mai e non lo diventerai, la Vanoni vuotò il bicchiere con la vodka, fatti almeno una bella trombata ogni tanto”.

La Vanoni rise di gusto e si eclissò.

Ricercò tante volte Ornella Vanoni in quel locale, tanto che le parve di esserselo sognato di aver veramente visto Ornella Vanoni.

 Tornò tante volte da sola Donatellina, che avrebbe forse voluto una mamma milanese ed importante come Ornella Vanoni e non quel disastro di Angelina che pure così tanto aveva fatto per lei e che la chiamava tutti i giorni al cellulare e le mandava dei lunghi messaggi vocali nei quali cucinava, guardava la tv, fumava, andava a fare la spesa, era in coda per pagare, usciva e aspettava l’autobus, Angelina avrebbe voluto avere Donatella sempre lì con lei per provare a fingere di non esser triste, ma Donatellina era a Milano adesso.

Fu una volta che con qualche cocktail di troppo e si che a Donatella non piaceva bere, ma era sempre così sola in quei locali notturni, una volta la avvicinò un tale, un uomo distinto e di bell’aspetto, sulla cinquantina, ma tenuto per bene, fu quell’uomo a qualificarsi come un talent scout, le diede il suo contatto, disse vieni a Cologno Monzese, ti faccio fare un provino in Mediaset, amo il talento, disse l’uomo magro e abbronzato mentre esibiva una dentiera bianco perla, si videro davanti ai cancelli di Mediaset, l’uomo dal sorriso ricostruito salutò il portinaio nella guardiola che parve ricambiare, ma cambio passo e marciapiede obbligando Donatella ad inseguirlo, fu tre svolte dopo che trovarono l’ingresso di un hotel.

“Salve dottore” disse il concierge ossequioso.

“Ho qui il mio studio e tutte le mie carte” disse l’uomo di Mediaset, sai aggiunse “faccio la spola tra Milano e Madrid perché lavoro anche per Telecinco, a proposito, sai cantare anche in spagnolo?”

Donatella non ebbe il tempo di rispondere, perché all’uomo importante di Mediaset squillò il cellulare, rispose mentre era al bagno e non si curò di chiudere la porta mentre parlava con una certa Raissa in vivavoce. 

Donatella lo vide improvvisamente dalla porta socchiusa denudarsi dalla vita in giù per farsi un bidè, mentre rassicurava Raissa al telefono di non temere, che Gerry Scotti l’avrebbe chiamata a breve.

Donatella se ne andò avvampando di vergogna!

“Amore, perché mi fai perdere tempo?” le gridò dalla finestra l’uomo di Mediaset non appena finite le sue abluzioni.

Milano correva forte e Donatella arrossiva, non un comportamento fattivo e propedeutico alla produzione di spettacolo.

E perché poi questa gente non la chiamava con il suo nome?  Eppure, lei si era presentata! Perché la chiamavano amore? Perché questa disinvoltura nell’usare una parola così speciale?

Donatella ripensò tante volte ad Ornella Vanoni, a come era apparsa e scomparsa, come i fantasmi e ripensò anche all’uomo di Mediaset, così cortese, ma così determinato, ma qua usa così?

Non ci credeva Donatella, che nel frattempo aveva trovato lavoro alla libreria Feltrinelli a Milano e ogni giorno puliva per bene la sua mansarda, è un lavoro momentaneo certo e si ha anche la possibilità di parlare di cultura, così diceva a sé stessa mentre alla cassa della Feltrinelli pagava come gli altri una biografia di Gino Paoli.

Che strano, Gino Paoli vive a Genova, si era detta, eppure non l’ho mai visto, c’era chi le aveva indicato il bar dove Paoli e Tenco solevano passare i loro pomeriggi in zona Foce a Genova, eppure gli dei della musica parevano così lontani, fu in una sera di pulizie che sulle note di “Questa lunga storia d’amore” non appena finito di pulire tutti i libri e le foto con lo spray, Donatellina si addormentò mentre la musica ancora suonava:” fai finta di non lasciarmi  mai anche se… Dovrà finire prima o poi”.

Iniziò a sognare, c’era una lunga strada sul mare, da una parte campagna a perdita d’occhio, dall’altra il mare, ma dov’erano?

 L’autostrada della vacanza segnerà la tua lontananza, cantava Califano, ad un certo punto tra le curve e tra le dune su una splendida spider rossa apparve lui, il Califfo in persona, giovane e bello, che rideva alla guida della sua spider, a fianco a lei giovane ed aristocratica Ornella Vanoni ed ad un certo punto, prima di entrare in un tunnel come un bacio.

Perché l’estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco, poco.

Fabio Canepa

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