Con l’entrata in vigore della Legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale, l’Italia si è data per la prima volta un quadro generale su come gestire le opere prodotte – o co-prodotte – dall’IA. L’idea di fondo è semplice: un lavoro è protetto dal diritto d’autore solo se dietro c’è un vero contributo umano. In altre parole: se l’ha fatto davvero una persona. È una precisazione interessante perché arriva in un momento storico in cui, paradossalmente, una grande quantità di immagini che circolano non hanno più un autore. Non solo quelle generate dall’IA: anche nella cultura pop più banale, nelle edicole e su TikTok, spuntano forme visuali che non appartengono più a nessuno.

Il caso più curioso è quello dei Brainrot: piccole figure, faccine, creaturine che nascono sui social come meme e che in poco tempo finiscono materializzate in edicola sotto forma di figurine, giocattolini, blind box, portachiavi. E la cosa più buffa è che ogni azienda ne fa una versione propria: Panini, Skifidol, marchi minori, linee anonime… tutti producono la loro variante dello stesso fenomeno, senza che nessuno possa rivendicare una paternità. I Brainrot nascono in rete come immagini astratte, una forma minima replicabile all’infinito che non appartiene a nessuno. Sono “image” nel senso di Mitchell: idee visive, concetti, sagome che vivono nell’immaginazione collettiva più che su un supporto. Ma nel momento in cui finiscono in edicola diventano qualcos’altro: diventano “picture”, immagini incarnate in un oggetto fisico. Prendono corpo, odore, peso. Hanno un prezzo. E, soprattutto, nessun proprietario.

Ciò che è nato come scherzo di internet diventa merce, ma una merce strana: non esiste modello originale da proteggere, non esiste licenza da rispettare. Ogni azienda può appropriarsene, modificarla, impacchettarla e venderla senza commettere alcuna violazione. È una forma di capitalismo mimetico, caotico, quasi anarchico, in cui l’immagine non è più un bene da difendere, ma un materiale comune da usare liberamente. Un meme che diventa oggetto senza smettere di essere libero.

A questo punto viene spontaneo chiederselo: ma il diritto d’autore serve davvero a proteggere le idee? O serve a garantire che quelle idee restino vendibili? Storicamente, il copyright nasce come meccanismo economico: stabilisce chi può trarre profitto da un contenuto. È un recinto, più che una tutela. È la logica del capitale che si applica anche ai pensieri. Ed è qui che i Brainrot – e, più in generale, molte immagini prodotte dall’IA – cortocircuitano il sistema. Sono immagini senza padrone: senza firma, senza copyright, senza confini. Proliferano, mutano, si replicano senza chiedere permesso. Sono, in un certo senso, immagini “aliene”: non rispondono alla logica dell’autorialità, della rarità, della proprietà esclusiva. Appartengono alla collettività, all’ecosistema memetico, a quella zona grigia in cui la creatività è più virale che originale. E proprio per questo, loro malgrado, sembrano andare contro il capitale: non si possono imprigionare, non si possono blindare, non si possono mettere a reddito nel modo tradizionale. Il loro valore non sta nell’essere rare, ma nell’essere ovunque.

Questa dinamica, in fondo, non è nuova. Gli ex voto – immagini popolari, collettive, diffuse nei secoli – funzionano esattamente così: nessun autore, mille mani, mille variazioni. Oggetti che non appartengono a nessuno e che, proprio per questo, raccontano tutti. Immagini che si tramandano attraverso la ripetizione, non attraverso l’originalità. Gli ex voto vivevano, come i Brainrot di oggi, grazie alla comunità più che nonostante essa. Nessuna firma, nessuna proprietà, solo circolazione.

Forse è questo il punto più sorprendente: che dentro un mondo che misura ogni cosa in termini di proprietà, licenze, esclusività, esistano ancora immagini che nascono senza chiedere nulla, che vivono senza padroni, che non hanno bisogno di un nome per esistere. Immagini che non vogliono essere firmate, ma ricordate. Non possedute, ma condivise. Non archiviate, ma lasciate andare, come fogli leggeri in un vicolo di vento.

Forse i Brainrot, i meme, le figure generate dall’IA ci raccontano proprio questo: che una parte della cultura non può essere domata, incasellata, chiusa in un contratto. Che alcune immagini sono come semi trasportati dall’aria: germogliano ovunque, senza che nessuno possa davvero dire: “È mio”. Ed è allora che riemerge l’intuizione delle forme popolari – dagli ex voto alle icone reinventate dal web –: l’immagine, quando è davvero viva, sfugge sempre al suo autore. Si stacca dalla mano che l’ha creata e trova altre mani, altri occhi, altri mondi.

Forse è questo il destino delle immagini più libere: non essere rare, ma prolificare.
Non essere preziose, ma circolare.
Non essere un bene, ma un passaggio.

E ricordarci, ogni tanto, che non tutto ciò che facciamo deve avere un padrone.
A volte basta che abbia un posto dove andare.

-Daniele.

Note:

Diritto d’autore: cosa cambia con l’entrata in vigore della nuova legge sull’intelligenza artificiale – C. Lamantea, G. Perucci:

https://www.sib.it/articoli/diritto-dautore-cosa-cambia-con-lentrata-in-vigore-della-nuova-legge-sullintelligenza-artificiale-di-c-lamantea-e-g-perucci

Legge 132/2025: IA e diritto d’autore in Italia:

https://www.e-cons.it/news/legge-132-2025-ia-e-diritto-dautore-in-italia

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