
La favola bucolica della famiglia che vive nel bosco ha affascinato e indignato tutta l’Italia, più o meno nella stessa misura. C’è chi ha urlato allo scandalo e chi, di riflesso, ha trovato sana e giusta la scelta di rimanere lontani dal caos della vita di città.
Chi ha ragione?
Per me esiste una sola risposta: nessuno.
Catherine Birminghan, 45 anni, australiana e Nathan Trevallion, 51 anni, inglese hanno scelto l’Abruzzo come meta ideale per crescere i loro tre figli. La cronaca di queste settimane ci restituisce una narrazione affascinante. Questa famiglia, infatti, coltiva frutti e ortaggi, prende l’acqua da un pozzo e utilizza un pannello solare per la corrente.
Musica per le orecchie degli ambientalisti.
Tutto perfetto se non fosse che l’abitazione della famiglia è sprovvista di un bagno, i bambini non sono mai stati vaccinati, la pediatra che li ha in carico dichiara di averli visitati una sola volta e nel settembre del 2024 sono stati portati in pronto soccorso per un’intossicazione da funghi.
Scommetto che comincia a “suonare” meno perfetto di come appare.
I bambini tuttavia appaiono felici, sereni e appagati. Non frequentano la scuola: studiano a casa e questo, chi è genitore lo sa, vuol dire ammalarsi poco o nulla. Perché sono gli ambienti chiusi a far proliferare virus e batteri cosa che di certo non può accadere respirando l’aria fresca e pulita del bosco.
Il tribunale si attiva, i servizi sociali si attivano e quello che ne consegue è che viene sospesa la potestà genitoriale, e i bambini vengono immediatamente allontanati e ospitati all’interno di una comunità insieme alla madre.
Quasi contemporaneamente però accade qualcosa di molto sospetto: il governo si schiera e lo fa apertamente. Dalla Meloni a Salvini, e il tragitto è piuttosto breve, si alza a gran voce il grido che questi bambini siano stati tolti alla famiglia illegittimamente.
“Magistrati cattivi”, per intenderci.
Occorre, inevitabilmente, mettere tutto ciò che sta accadendo su una bilancia e osservare cosa pesa di più, cosa pesa meno e cosa non pesa affatto.
Lungi da me fare del qualunquismo ma una cosa dobbiamo dirla: come sono cresciuti i nostri nonni?
Non vi piace come paragone? Ok, ne trovo un altro. Quanti quartieri ghetto ci sono in Italia?
La mia Sicilia, e nello specifico la mia città (circa 80.000 abitanti), ne è piena. Edifici fatiscenti sotto gli occhi di tutti: siamo sicuri che dentro quelle abitazioni le condizioni igienico sanitarie siano rispettate?
Siamo sicuri che le famiglie che occupano quegli appartamenti abbiano i riscaldamenti funzionanti?
Cosa separa il disagio di moltissime famiglie dalla famiglia che vive nel bosco? Una sola cosa: il clamore mediatico. Nessuno interviene quando un appartamento viene occupato illegalmente: questo vuol dire che una famiglia (quella che resta fuori) non ha più un tetto, e l’altra famiglia (quella che il tetto lo ottiene con la forza) gode di privilegi precari e momentanei. I riflettori si accendono magicamente quando un bambino mangia accidentalmente un fungo avvelenato, e vi stupirà sapere che si tratta di un incidente piuttosto comune. Pericoloso ma comune.
La famiglia che vive nel bosco è stata accusata di far socializzare poco i propri figli, ma ci sono testimonianze che rivelano il contrario. I bambini frequenterebbero regolarmente amici e coetanei.
E ancora… in cosa i bambini che vivono nel bosco sono diversi da quelli che vivono in appartamento?
Siamo davvero sicuri che la normalità, intesa come “ciò che fanno tutti”, sia la cosa più giusta?
Quanto socializza un bambino che quando torna a casa ha libero accesso a internet e device?
Quanto è reale, e sana, la routine di coloro che frequentano una scuola? Cosa mangia un bambino che -non vive nel bosco-?
Personalmente credo che la decisione del tribunale sia stata giusta: ci sono delle regole e vanno rispettate. I figli non sono proprietà dei genitori e se non ci sono tutte le condizioni che la legge prevede allora è giusto garantire a questi bambini (tre minori) cure, assistenza, igiene e sicurezza.
Esiste però un enorme falla nel sistema: nemmeno i bambini che vivono in pieno centro sono al sicuro, ma in quel caso nessuno indaga. Perché?
Perché l’apparenza conta più della sostanza.
L’unica cosa sensata sarebbe garantire a tutti i bambini l’EQUILIBRIO. I minori esposti ai social non sono meno in pericolo dei minori che vivono nel bosco. Perché un genitore che monetizza con i social attraverso video che vanno virali proprio perché ad essere protagonisti sono i figli viene ritenuto idoneo alla potestà genitoriale?
Probabilmente, ma questo è tutto da dimostrare, le condizioni di salute dei bambini che -vivono nel bosco- non rispettano gli standard della legge italiana ma ciò a cui si fa riferimento è strettamente legato al fisico: esami del sangue, valori nutrizionali e curva della crescita. I figli -della modernità- invece stanno benissimo, apparentemente. Ma com’è la loro condizione emotiva? Ammesso che il loro colesterolo sia a posto in che condizioni si trova la loro psicologia?
Indagherei più su ciò che non si vede che su quello che può essere visto. La pressione emotiva a cui tutti i bambini dai 4 ai 18 anni sono sottoposti è un fattore che non teniamo mai in considerazione. Gli standard che devono rispettare, la produttività a cui devono obbedire… queste cose fanno bene ai bambini “normali”? È più pericoloso farsi male mentre si fa una passeggiata nel bosco o mentre si passeggia dentro la mente di una società che ci vuole tutti uguali e performanti?
Se vogliamo che i bambini siano al sicuro dobbiamo volere che lo siano TUTTI: non solo quelli “diversi” da noi.
LA SCONOSCIUTA


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