Il Frankenstein di Guillermo Del Toro disponibile su Netflix, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, non si discosta poi molto dal romanzo originario di Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo [1816]. Del Toro sceglie di non reinventare il mito, ma di riportarlo al suo nucleo più autentico: la tensione fra creazione e colpa, fra desiderio di conoscenza e orrore per la vita generata. Dopo Pinocchio [2022], era inevitabile che il regista messicano tornasse a interrogarsi sulla figura di un’altra creatura “assemblata”: entrambe, il burattino di legno e il mostro di Shelley, sono corpi costruiti dall’uomo e abbandonati al mondo, condannati a cercare un’anima in un universo che li rifiuta. Solo che, se Pinocchio apparteneva ancora a un registro favolistico, il nuovo Frankenstein si muove in pieno territorio postmoderno: una riflessione sull’immagine, sulla carne e sull’identità artificiale, dove il mito letterario diventa specchio delle inquietudini contemporanee. D’altronde la figura di Frankenstein è l’emblema stesso del postmoderno.
Del Toro struttura il film su una doppia prospettiva. Da un lato c’è Viktor Frankenstein, figlio di un padre severo che lo educa alla scienza e alla ricerca ossessiva della perfezione attraverso la medicina. La sua è un’esistenza mutilata dalla perdita materna, e quella ferita diventa il motore della creazione. Tornando a Pinocchio, come scriveva Giorgio Manganelli in Pinocchio: un libro parallelo [1977], «Generare significa ignorare, contagiare, abbandonare, uccidere. Chi genera compie un sacrificio umano, quello stesso che venne compiuto su di lui» é proprio questo il destino di Viktor: sacrificare la propria vita per donarne una nuova a qualcosa che non dovrebbe esistere.

Dall’altro lato, il film adotta il punto di vista della Creatura Frankenstein — un essere gotico, malinconico e poeticamente “mostruoso”, come solo Del Toro poteva immaginarlo. Un freak che inizialmente parla poco ma esprime tutto attraverso il corpo, la pelle, la postura. Se Viktor cercava l’amore nella scienza per colmare il suo vuoto, la Creatura cerca la morte come atto d’amore inverso: desidera finire, dissolversi, chiudere il cerchio. Immortale per errore, soffre della propria eternità come una condanna.
In questo doppio movimento — la vita che genera la morte e la morte che chiede la vita — Del Toro intreccia i due destini fino a confonderli. Viktor e la Creatura diventano specchi uno dell’altro, due metà della stessa ossessione: colmare un vuoto, dare forma a un’assenza. E come sempre nel cinema del regista messicano, è il corpo a farsi linguaggio, superficie su cui si scrive il dolore della creazione.
Alla fine, Frankenstein è un film sull’abbandono e sulla mancanza d’amore. Ma è anche un film su ciò che oggi intendiamo come “ricerca della verità” — un concetto che Del Toro smonta, problematizza, rende fragile. Nessuno dei due protagonisti possiede davvero la verità: né Viktor, che crede di poterla costruire in laboratorio, né la Creatura, che tenta di trovarla nella fine, nella morte. È per questo che il film non prende posizione morale: adotta due sguardi e li lascia coesistere, costringendoci a comprendere — e quasi giustificare — anche le azioni più brutali.
Del Toro ci suggerisce che non esistono più i confini netti tra bene e male, tra umano e inumano, tra creatore e creatura. Tutto è contaminato, ibrido, carne e pensiero insieme. In fondo, come cantano I Cani, «i cattivi non sono cattivi davvero, ma anche i buoni non sono buoni davvero — proprio come me e te». Ed è forse qui che il Frankenstein di Del Toro trova la sua attualità più radicale: nella consapevolezza che nessuno è innocente, e che dentro ogni gesto di creazione si nasconde, inevitabilmente, una forma di distruzione.
-Daniele

![[Pluribus: l’AI-deologia della fine]](https://acumedellagrume.com/wp-content/uploads/2026/01/pluribus-finale.jpeg?w=1024)

![[Brainrot, IA e altre cose inutili. Un’altra idea di cultura]](https://acumedellagrume.com/wp-content/uploads/2025/11/maxresdefault.jpg?w=1024)

Lascia un commento