Monster: La vera storia di Ed Gein non è la solita serie su un serial killer.

Non ci troviamo davanti all’ennesimo prodotto netflix: Dahmer o Mindhunter, per citarne alcuni dei più conosciuti.


Monster: La vera storia di Ed Gein si muove su un territorio più profondo ed inquieto, dove il racconto dei crimini commessi diventa pretesto per interrogarsi riguardo il rapporto stesso tra cinema e corpo, tra immagine e morte. Fin dalle prime puntate è chiaro che Brennan non vuole raccontare semplicemente chi era Ed Gein ed il contesto storico che in parte l’ha influenzato, ma parallelamente anche il fenomeno mediale che si è costruito intorno alla figura del macellaio: un immaginario intero, un’ossessione collettiva che ha dato il via al miglior cinema americano.

Gein, il contadino del Wisconsin che negli anni Cinquanta profanava tombe e scorticava cadaveri, è diventato suo malgrado una matrice, un punto di partenza. Non tanto per i suoi delitti, quanto per la loro capacità di contaminare la cultura visiva. Da Psycho di Alfred Hitchcock a Non aprite quella porta di Tobe Hooper – BELLISSIMO – , fino a Il silenzio degli innocenti, la sua figura si è rifratta in mille volti e simboli: il figlio devoto e represso, il macellaio contadino, il carnefice domestico che trasforma la casa in un laboratorio anatomico.
La serie lavora proprio su questo cortocircuito, costruendo un discorso che va oltre la fiction biografica per diventare una riflessione sulla genesi dell’immaginario horror e sulle sue implicazioni estetiche.

Parallelamente al racconto della vita di Gein, Brennan – insieme Winkler – mette in scena la genesi dell’immagine del “mostro” attraverso l’analisi socio-culturale e visuale. Con Psycho – ad esempio – la violenza privata, intima ossessiva e macabra si trasforma in archetipo cinematografico. Prima di Hitchcock non era mai accaduto nulla di simile nel cinema statunitense.

Il Gein ideato da Brennan diventa così un regista involontario: seziona, compone, assembla corpi femminili per creare un’immagine che lo rispecchi. È un gesto che richiama, in maniera perturbante, quello del regista stesso, che taglia e ricompone frammenti di pellicola per dare vita a un nuovo corpo — il corpo del film.

La serie spinge questo parallelismo fino in fondo, evocando implicitamente una delle frasi più celebri di Jean Cocteau: “Filmare è un po’ morire.” Se filmare significa sottrarre alla vita un frammento di tempo, catturare un istante e fissarlo per sempre, allora il montaggio cinematografico diventa una forma di vivisezione. In questa prospettiva, l’atto di Gein — scegliere, incidere, unire — non è solo orrore ma anche, paradossalmente, creazione. La creazione di una nuova identità, che implicitamente è la creazione di un’immagine. Il suo laboratorio di morte diventa la parodia macabra di una sala di montaggio, un set dove l’immagine e la carne coincidono.

L’intera serie non è il classico racconto morboso al quale netflx ci ha abituati, Monster: non indulge nel compiacimento, non costruisce tensione per accumulo di efferatezze, ma riflette sul meccanismo stesso che spinge lo spettatore a guardare. Brennan non tratta lo spettatore come una scimmia da laboratorio – ecco il laboratorio che torna! – ma chiede ad esso di interrogarsi. Si chiede a colui che guarda su cosa posare l’occhio; cosa scartare e cosa conservare di quel rigore analitico quasi onirico.

Vi prego di guardarlo in lingua originale, il doppiaggio italiano ha rovinato l’intepretazione FANTASTICA di Charlie Hunnam.

-Daniele.



Lascia un commento

In voga