“Warfare – tempo di guerra” si avviluppa in una totale suspance antihitchcockiana, ovvero lo spettatore è allo stesso livello dei personaggi e viene stimolato bruscamente cosicché tra le attese, le voci di rapporto e le comunicazioni militari, la stasi ribollente di fosforo si squarcia con una bomba che recide a metà il film (come in “Oppenheimer” di Cristopher Nolan). Il BOOM di una carica c4 o un drop da musica dance innesca una pulsione martellante che non lascia tempo, che compatta in bpm sempre più vicini e ripetuti certi Battiti accelerati (di ciglia, di spasmi sessuali, cardiaci, di spari). Infatti l’inizio del film vede il gruppo di militari eseguire lo sguardo eccitato sul videoclip sessualmente ammiccante della canzone “Call on me” di Eric Prydz del 2004, un’esibizione fitness aerobico trasmessa nella televisione del campo, scatenando l’esternazione bestiale e festaiola in una cornice di sguardo ipersessualizzato che era al centro del recente “The Substance” di Coralie Fargeat. Si sobbalza dal rilassamento a una tachicardia ventricolare.

Tempo di guerra – una reale missione militare di un reparto di Navy SEAL statunitense in Iraq nel 2006 rimessa in scena tramite i ricordi e le testimonianze dei veri soldati, tra cui il regista Ray Mendoza, cercando di farsi il più realistica possibile, in uno shock caotico di sangue e adrenalina di cui “Salvate il soldato Ryan” ne è ormai professore emerito. L’inquadratura stringe stretta sui soldati americani come in un reportage di guerra – istantanee già saggiate nel film quasi-trattato “Civil War” dello stesso Garland. Ciò che manca però è riflessione – il film rimane solo sull’azione meccanica e sugli scossoni violenti e fisici con le sue apparenti ricadute psicologiche immediate. C’è totale assenza di impiego morale – non c’è tempo e spazio – in questo disimpegno apatico c’è il cortocircuito della messa in scena audiovisiva. Il minimalismo della visione dall’alto dei droni a visione termodinamica ricalibra quell’anima raggelante e distaccata del dispositivo onnisciente – con un richiamo a metà strada tra “La zona d’interesse” di J.Glazer e “Sicario” di D.Villeneuve. La visione è un asfissia crescente e non concede immediate letture o sovraletture, crea piuttosto un vuoto emotivo. Non c’è nessuna rielaborazione del rimosso dei ricordi dei soldati come avveniva invece nel puntuale “Valzer con Bashir” di Ari Folman, film animato sull’invasione armata in Libano da parte di Israele durante il conflitto degli anni 80 che culminó con il massacro di Shabra e Shatila del 1982, lì l’implicazione morale trovava un suo spazio. Entrambi i film presentano una vicenda militare vissuta in prima persona, in Warfare il regista-testimone Ray Mendoza è interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai. La scelta di sguardo di Warfare è stata però opposta, affronta i ricordi senza sprofondarci dentro rimanendo volutamente in superficie per rievocare realisticamente, sensitivamente quella porzione di Iraq, quell’operazione di salvataggio, quella fuga da un punto di vista molto radicato, da un mirino ben posizionato. Qui l’empatia è circostanziata e misurata in piccole dosi ma questo oltre a tangere lievemente l’ineccepibile messa in scena tecnico-teorica è anche il problema principale. Nell’attualità, che nel contesto cinematografico è vitale che non venga mai messa da parte soprattutto durante il Genocidio reale di GAZA, rimane un film di guerra dal respiro un po’ corto. Provocando un po’ si potrebbe dire che ci troviamo dalle parti di un “American Sniper” senza Trump che dà due pacche sulle spalle al vecchio Clint.

Il tranello sussiste e per Alex Garland che ha già dimostrato (anche insieme a Mendoza) di saper intercettare il contemporaneo in maniera acuta, vedasi il recente “Civil War”, viene da chiedersi se è cascato nella trappola o se non l’ha imbastita a dovere, si rimane perciò un po’ attoniti. Cosmo Jarvis, Will Poulter, Charles Melton, Joseph Quinn, Kit Connor, Michael Gandolfini, Taylor John Smith interpretano i compagni soldati reali di Mendoza che, come da prassi, vengono affiancati fotograficamente nei titoli di coda. Alcuni però rimangono col viso blurrato, facce cancellate come nel “Bianco Natale” di blackmirroriana memoria, un ennesimo cortocircuito etico-visivo tra spettatore, interprete e persona realmente vissuta.

Pezzi di carne e pixel su uno schermo sono ciò che non sosteniamo vedere e nel frattempo una musica martellante senza impegno è una pura pulsione di sopravvivenza, la testa però resta vuota.

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