Qualche settimana fa mi sono imbattuta in un post su Instagram che era interessante sia per il contenuto ma soprattutto per la premessa che lo precedeva.

“Scusate per il testo lungo”.

Mi sono domandata dunque quale sia il tratto caratteristico della nostra epoca e alla fine mi sono data una risposta che non mi è piaciuta.

LA VELOCITÀ. 

Non abbiamo più tempo, fingiamo di averne a sufficienza ma le cose che contano davvero, che dovrebbero contare davvero, ci passano davanti e noi nemmeno le percepiamo. 

Cosa ha valore? Cosa è importante?

Anche in questo caso mi sono data una risposta che mi piace poco: IL CONSENSO. 

Quando scattiamo una foto, scriviamo una poesia, un racconto o postiamo una riflessione ciò che più ci interessa è ricevere consensi e apprezzamenti.

-Nulla di nuovo- starete pensando. Ma quando questo meccanismo si inceppa e diventa infernale? 

Nel preciso momento in cui -chiediamo scusa- ai nostri follower per averli invitati a leggere, osservare e comprendere qualcosa di poco immediato, poco social: poco instagrammabile. E così quelle piattaforme che dovevano avvicinare, ridurre la distanza (chissà quale poi) e renderci tutti più consapevoli, sensibili e inclusivi si sono trasformate in luogo ostile in cui nessuno razionalmente vorrebbe mai vivere ma in cui tutti, altrettanto razionalmente, bivacchiamo. 

Siamo analfabeti emotivi, leoni da circo che sbandierano slogan in cui non credono davvero.

“Le cose belle hanno il passo lento”, ho letto da qualche parte. Ma il ritmo a cui siamo sottomessi è quello di un click distratto: troppo veloce per cogliere la bellezza, la poesia e la verità.

Citiamo frasi di scrittori che nemmeno conosciamo.

Cosa abbiamo fatto a Bukowski? In cosa lo abbiamo trasformato? Che ne è stato dell’uomo che scriveva della depravazione della vita? Abbiamo appiccicato le sue parole ovunque privandole della cosa più importante: il senso.

E di Frida Khalo che ne abbiamo fatto? Cosa abbiamo fatto alla donna che non voleva conformarsi? In cosa abbiamo trasformato l’artista che non si è mai piegata?

Abbiamo stampato la sua faccia e l’abbiamo spalmata su maglie, calzini, e felpe. La velocità, che è figlia della distrazione, ha distrutto tutto ciò che crediamo di rispettare. Non abbiamo tempo per leggere un libro, per osservare un dipinto e conoscerne la storia e allora rubiamo citazioni e riflessioni illudendoci che così verremo percepiti come dotti. 

Ciò che facciamo è privo di profondità, di spazio e di sostanza. Siamo -forma- ma nessuna delle nostre idee ha davvero un peso, perché noi stessi ne siamo privi. 

Che posto è quel posto in cui un autore si scusa con il proprio pubblico per aver scritto un testo troppo lungo? 

È triste ammetterlo, ma sappiamo già che tutto ciò che non strizza l’occhio all’immediatezza non attirerà 

la nostra attenzione. Le immagini dominano il mondo, ma raccontano davvero chi siamo o solo chi vorremmo essere? In questi anni di anonimato ho compreso che le parole possiedono un’ossatura spessa e definita: se solo si ha il coraggio di lasciarle andare in giro senza l’ingombro dell’estetica.

Ha avuto un prezzo non mostrare mai il mio volto? Certamente. Lo ha avuto. Ho più perso o guadagnato? 

Non saprei dirlo con esattezza, ma una cosa la so. 

Non vi chiederò mai scusa per aver scritto un articolo troppo lungo. Mai. 

LA SCONOSCIUTA 

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