Con l’estate si chiude la stagione cinematografica 24/25 ed è un periodo meno affollato di classifiche rispetto a dicembre, periodo nel quale si tirano le fila e si fanno le quadrature dei cerchi per l’anno solare che si è appena concluso. Ispirato dalla chiamata per stilare i miglior tre film della stagione da parte del gruppo ligure SNCCI (critici cinematografici) ne ho approfittato per allargare il discorso e fare un punto generale sulle visioni dell’anno, considerando l’annata da giugno 2024 a giugno 2025. Il cinema giustamente è prevedibilmente si è contaminato di attualità, non disperdendo e/o disdegnando per questo uno sguardo teorico volto a guardare in avanti verso nuove immagini tratteggiate da cardini esteriori: la superficie e l’apparenza, spesso de-spazializzata, ruvida e grezza, tra filtri Instagram e formati da social; contrastati e sovrimpressi da elementi interni che ne scavano la profondità, il negativo, la parte nascosta, ricercando valore nel realismo sordido e nei corpi in trasformazione.
- “The Seed of the Sacred Fig” di Mohammad Rasouluf

In Iran si fa un cinema urgente e Rasouluf dopo l’antologico “There is no Evil”, prosegue il discorso di liberazione dall’asfissiante tradizionalismo teocratico attraverso uno sguardo nuovo e tenace, rispecchiato dalle giovani donne e da un moto rivoluzionario. Viene mostrato in forma documentaria e autentica nelle riprese dirette e verticali delle manifestazioni che si intersecano con la fiction familiare e quotidiana ristretta negli interni e nelle lande deserte di Teheran dove il film è costretto clandestinamente a girare. Il film si imprime nelle ferite, non a caso ci si sofferma su un’occhio offeso con frammenti censori metallici ad accecare la vista. L’esilio e la contestazione dispiegano lo sguardo delle nuove generazione sull’atmosfera illusoria e menzognera montata dall’istituzioni, e nell’ambiguità etiche di una famiglia borghese costretta a unirsi e disunirsi, in una vera crisi patriarcale, in rituali quotidiani che si fanno via a via più assurdi. Si arriva al genere e al thriller quando tra i silenzi e le accuse reciproche ci si concentrerà su una pistola smarrita che è carica e pronta a sparare.
2. “Do Not Expect Too Much from the End of the World” di Radu Jude

Anarchico e dissacrante, 48 ore infinite di lavoro, guida nel traffico e di incontri e salti tra passato e presente, il film è montato con parti della pellicola rumena Angela merge mai departe di Lucian Bratu (1981) che controbilanciano e dialogano con le avventure di un’altra Angela , che rimbalza da una casa popolare all’altra per il casting di uno spot sulla prevenzione e sulla sicurezza sul posto di lavoro, intervistando possibili candidati: lavoratori divenuti disabili per infortunio. Una messinscena dell’ipocrisia, uno scacco teorico quanto disarmante e paradossale sul ricatto e lo scarica barile del potente sul debole, in una dimensione di umiliante mancanza di dignità e buona creanza, come l’avatar maschio-alpha caricatura virtuale della misoginia di “Andrew Tate” che la protagonista propone nelle pause tra un lavoro in un continuo straordinario non retribuito e una scappatella frenetica come un pasto mordi e fuggi. Una presa in giro pruriginosa e neoclassista, lo stesso distacco che il padrone rifila alle persone comuni per auto-assolversi con l’approccio mistificatorio e menzognero tanto della grande industria quanto del dispositivo audiovisivo: la pubblicità, i social, il cinema.
(ne dice meglio e più approfonditamente Marco Romagna qui)
3. “Emilia Perez” di Jacques Audiard

Nel Cinema di Jacues Audiard c’è una costante ricerca da parte dei protagonisti di una nuova identità, una nuova percezione di sé stessi. Il rifarsi una nuova vita è un riscatto sociale rivestito di festa e coreografie fresche, di musiche e canzoni perfettamente aderenti e calzanti nel tessuto narrativo del film che in un respiro unico di spiazzante bellezza dà vita a un passaggio: da Manitas a Emilia. Una soap con picchi lirici di Opera, un gangster movie sul narcotraffico travestito da musical, un film sociale, uno pseudo-procedurale, un carnevale di generi che non si sovrappongono ma si alimentano creando un’identità imprevedibile – santa e profana – incarnata semplicemente da Emilia Perez (Karla Sofía Gascón), circondata da altrettanta bravura e freschezza nelle prove di Zoe Saldaña e Selena Gomez.
4. “Monster“ di Hirokazu Koreeda

Chi è il mostro? Il racconto del film procede per vari punti di vista e a ogni cambio di sguardo cambiamo obbiettivo su chi possa essere il mostro che dà il titolo al film, perché passando in rassegna tutti i personaggi sembra che in ognuno di loro si annidi il male. Tutto è velato di mistero e calunnia, là dove l’incomunicabiltà malcelata mistifica la verità e disorienta il nostro sguardo. Koreeda scandaglia questa storia familiare e di amicizia senza arroccarsi in una banale sociologia e riesce a seguire con delicatezza il germogliare di un rapporto autentico. Siamo assorbiti in un turbine emotivo di incomprensioni. tra percezioni e apparenze in cui affondare una riflessione sul plagio mentale. Un mondo che non li capisce, i mostri.
5. “Here” di Robert Zemeckis

Qui una prova di straordinaria teoria cinematografica, un luogo, un’ inquadratura, il tempo che l’attraversa dall’origine del mondo fino ai giorni nostri. Un quadro (ristretto) che si scompone attraverso diverse “picture in picture”, immagini nell’immagini che dialogano tra lo spazio e il tempo creando un montaggio interno, messo in movimento magistralmente, ereditato dalla graphic-novel “Here” di Richard McGuire (1989). Storie e pezzi di memoria che si perdono nel tempo ma che si legano e si sostituiscono. Il punto macchina che si muove solo quando è il momento giusto, ovvero quando è il momento di lasciar andar via – quel luogo (di memoria): l’inquadratura che placida cambia prospettiva ed esce dalla finestra facendosi cornice sempre più piccola, sempre più lontana.
6. “The Substance” di Coralie Fargeat

La “sostanza” che sta nell’apparire e che degenera nell’horror più rivoltevele. La replica e il ringiovanimento nel body-horror fantascientifico dal contrappasso temporale. Personalità multipla, scienza matta e violenta nelle deformazioni mostruose più riuscite del cinema recente.Uno e due sono la medesima cosa eppure Demi Moore e Margaret Qualley se ne dimenticano, il corpo è un guscio, un’arma seduttiva a doppia lama per un doppio-ego indomabile. Le regole del gioco sono semplici come il tranello della caducità della forma perfetta. Un’estetica di martellante fluorescenza dallo sguardo complice e compiaciuto. Lo status, le star, il potere inaudito della tonica superficie, del ritmo di un desiderio ossessivo: trappola contemporanea nell’abominevole contorno che fagocita il malsano disfacimento della liquefazione al piano zero della notorietà. I nuovi mostri.
7. “Linda e il pollo” di Chiara Malta e Sébastien Laudenbach

Sfrenato e divertentissimo in uno stile dal tratto svelto e delizioso, un turbine di colori che riflettono le personalità monocromatiche dei personaggi, i toni caldi per i bambini e le tinte più fredde per gli adulti. Linda e il pollo ha una gestione emotiva equilibrata ma soprattutto ha un ritmo strepitoso e una composizione tra le più libere e divertenti dell’animazione per bambini(?) recente. Tutto è stilizzato e curato in punta di pennello dal candore della slapstick alla delicata rielaborazione di una perdita.
8. “Hit man” di Richard Linklater

Incastrare i criminali studiando e interpretando vite (im)possibili, uscire dalla mediocrità fingendo. La commedia degli equivoci dell’anno, dal sapore quasi classico, brillante e non scontata nel suo registro comico-grottesco ma che non mette in secondo piano un’intelligentissima riflessione sulla recitazione e la vita reale soprattutto per quanto riguarda la comprensione, o meglio la proiezione, di sé stessi nel mondo. Il campanello di Pirandello suona per la prima volta.
9. “A different man” di Aaron Schimberg

Tra ipocrisia e pietismo, il limite tra persona e apparenza è scardinato in un teatro Off di Broadway, amicizia e superficie, di nuovo messa in scena del collasso torbido dell’Io. C’è qualcuno più bravo di me a interpretare me? Qualcuno di più autentico? Il narcisismo è violento e meschino e marcisce in ogni scoria di cambiamento sedimentando nell’uomo diverso, differente da prima, che non sa più chi è. Il campanello di Pirandello suona sempre due volte.
10. “The wild robot” di Chris Sanders

Ci sarebbe potuto benissimo essere “Flow” di Gints Zilbalodis, outsider film animato lettone, primo storico vincitore indipendente ai Golden Globes e agli Oscar. Invece c’è il suo rivale “mainstream” di una Dreamworks che ritrova una via corretta, tratto dalla graphic novel scritta da Peter Brown. Un film che genuinamente parla di cura, dell’accettazione del diverso, di “mostri” non capiti, temi non proprio nuovi, lo stesso regista Chris Sanders ne ha già trattato più che egregiamente in “Lilo e Stich” (2003) e in “Dragon Trainer”. Eppure Roz, il robot selvaggio, nel suo apprendere il mondo ci accompagna nella formazione di una comunità che deve imparare a stare insieme – caricando di ironia e piccoli traumi un film che dimostra generosità anche sul lato tecnico dove la CGI è in ottima commistione con lo stile ruvido del pennello naturale – proprio come un robot che riesce ad adattarsi a un’isola selvaggia. Come si può poi non intravedere una brezza di nostalgia sepulvediana, personale culto infantile, scusami gatto di “Flow” ma Zorba ci ha messo lo zampino.
(EXTRA) FILM ITALIANI:
“Anywhere anytime” di Milad Tangshir

Ladri di biciclette nell’era dei delivery, nella semplicità Tangshir ritrova l’anima s-composta del capolavoro neorealista nel dedalo di una Torino nevralgica e rionale. La condizione dell’emarginato è rintracciabile in ogni angolo (tramite smartphone) finché c’è un campo di sguardo, ed è “ovunque e in ogni momento” (in)visibile – come una consegna a domicilio.
“Invelle” di Simone Massi

Un gomitolo anarchico e resistente di un’animazione unica, uno stile graffiato che mischia sguardi e visioni di campagna con sferzate politiche e poetiche. Unico e prezioso.
FILM SERIE ITA
“Dostoevskij” di Fabio e Damiano D’Innocenzo

Poliziesco scarnificato con il rinomato “amletico” Filippo Timi (mostro di bravura) nel ruolo del fracido poliziotto impasticcato. Una favolaccia sporca di cattivi maestri e bambini dormienti che si perde immersa nel male di vivere. Esistenze flebili sull’orlo di un nichilismo atavico e un senso permanente di oltraggio e abbandono che portano all’annientamento.
(EXTRA2) TEATRO
“Equus” regia di Carlo Sciaccaluga – Teatro Nazionale di Genova

Lo spettatore si traveste arbitrariamente da critico, da attivista e di fronte a un’opera rimane sull’attenti, pronto a interpretare e a giudicare attraverso la propria visione del mondo, rimanendo coinvolto nel gioco stesso, nel circolo vizioso dello sguardo, dell’occhio di dio che rintocca le dissonanze dell’io nel mondo. Equus è la sostituzione del divino classico con l’idolo passionale, inconscio. Viene naturale ricercarsi nell’altro magari riconoscersi, sentirsi inadeguati e scappare, galoppare verso la libertà. La fuga dalla gabbia sociale è anche il tema di “Centaur” di Aktan (kirizighistan) – film immenso sul legame ancestrale tra uomo e cavallo. Carlo Sciaccaluga riprende il testo già trasposto mezzo secolo fa da Marco Sciaccaluga, una questione tra padre e figlio, che ritorna come l’eterno ritornare del “cavallo di Torino” di nietzschiana memoria nel film di Bela Tarr. Di “Equus” abbiamo anche una buonissima versione cinematografica diretta da Sidney Lumet e interpretata da Richard Burton e Peter Firth ma è a teatro che sprigiona tutta la sua forza eversiva e passionale. Nella nuova versione in questa spirale scenografica che lenta accompagna le allucinazioni oniriche gli attori e i performer si muovono in una coreografia (curata da Claudia Monti) attenta ai dettagli più fisici e animaleschi. Il testo di Peter Shaffer è un caposaldo ma è la prova complessiva della compagnia a trasportare nell’abisso pulsionale lo spettatore. Da sottolineare in particolare un generosissimo e sorprendente Pietro Giannini nel ruolo cruciale di Alan Strang.
(EXTRA3) FUORI SALA/FUORI NORMA/FUORI FORMATO
“Non c’è(ra) nessuna Dark Side“ di Barbara Elese e Erik Negro

Fuori norma, un cinema provvisorio dell’Assenza dove le immagini orizzonti sbiadiscono in sovrimpressioni sciogliendosi l’una nell’altra, sostenendosi e perdendosi allo stesso tempo nel magma delle superfici. Tutto si riconduce a un gioco nel quale il cinema è il regolamento libero e il montaggio il suo sviluppo anarchico. Negli scarti si nascondono le parti fondamentali, fuori dalla realtà e fuori dalla memoria, aprendo a un discorso senza capo ne coda – con un inizio sempre diverso e una fine(!?) (im)possibile.
“From Ground Zero” ideato da Rashid Masharawi

22 cortometraggi, 22 sguardi, 22 voci da ascoltare da Gaza – la narrazione di una tremenda attualità con un filtro più sottile e proveniente dal basso, direttamente dai filmaker palestinesi. Nelle genesi più difficoltose e rudimentali ne escono una serie di diversi generi (documentario, fiction, animazione, videoclip…) e diverse storie tutte unite da uno sfondo di macerie e bombardamenti.
“Night” di Ahmad Saleh

La notte vestita con un mantello scuro osserva dall’alto le rovine di una città bombardata in un ambiente costruito e animato in stop motion. Una madre cerca la figlia e non riesce a dormire. Il film con pudore e rispetto rielabora il lutto tra le macerie attraverso una visione onirica che avvolge lo spettatore in un’atmosfera notturna e silente. Ahmad Saleh descrive la condizione delle persone inermi agli orrori della guerra e dà vita a un mondo sospeso tra sogno e realtà. Nelle tenebre in cui le stelle vengono lasciate cadere come detriti al suolo l’illusione della notte si spegne lentamente. Si chiudono anche gli occhi di chi cercando ristoro nel sonno non troverà mai la pace.


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