Il colonialismo delle subculture.
Nel cuore scintillante della moda contemporanea si annida una contraddizione feroce: quella tra la narrazione dell’inclusività e la realtà di un sistema ancora saldamente fondato su privilegi di classe, razza e genere.
In un’epoca in cui le passerelle sembrano più rappresentative e i brand dichiarano di voler “dare voce ai margini”, viene da chiedersi: chi ha davvero accesso al potere nella moda? Chi può studiarla, crearla, viverla? E chi viene soltanto osservato, usato come ispirazione esotica per un’estetica che resta elitaria?
C’è un privilegio sottile, che non si vede nelle foto patinate delle sfilate, ma che definisce chi può raccontare la moda e chi, invece, resta fuori dal racconto.
Chi può veramente permettersi di esserci ?
Studiare moda oggi è un atto politico.
Non per la natura dei corsi, ma per il fatto stesso che solo alcuni possono permetterselo.
Tra rette inaccessibili, costi di materiali, stage non retribuiti e la necessità di vivere in grandi città, il sistema accademico e lavorativo della moda esclude silenziosamente chi non appartiene a una classe sociale alta.
Il talento, senza risorse, non basta.
Come si dice da me “Senza denare nun se cantano messe”
E in un paradosso crudele, lo so anche perchè chi ha accesso alle opportunità non sempre ha qualcosa da dire anzi risulta banale, svogliato, e nel frattempo chi ha visione contenuto resta fuori, invisibile.
Questo vale ancor di più per chi viene dal Sud, per chi ha un contesto migrante, un corpo non conforme, si veste all’armadio solidale.
Il merito crolla davanti a una realtà in cui le origini e i codici sociali decidono l’accesso prima ancora del talento.
Studiare moda è un privilegio sopratutto oggi, in un’industria che continua a parlare di inclusività mentre alza barriere economiche, sociali, culturali. Le rette dei grandi istituti sono inaccessibili per molti; i bandi sembrano cuciti su misura per chi ha tempo, capitale e relazioni.
Non talento, ma possibilità se non hai questi driver, è semplice, resti fuori.
Non è una questione di talento. È una questione di patrimonio.
Come disse una volta la mia amica Azzurra Rinaldi “Gira e rigira se parla sempre de sordi” – i soldi che poi sono una subordinazione di potere.
Subculture svuotate, ripulite, vetrinizzate.
Le subculture, un tempo spazio di opposizione, sono oggi mangiate vive dall’industria, dai CEO, dal marketing.
Punk, queer, gotico, street, underground tutto viene assorbito e trasformato in estetica vendibile a chi, ovviamente, può permetterselo appartenente a quella stessa classe sociale alta che prende e non riconosce. Un loop tristissimo.

I brand di lusso si appropriano di linguaggi nati dal basso, spesso in contesti di marginalità e resistenza, senza restituire nulla a quei mondi.
Un colonialismo delle subculture.
Intanto, sulle passerelle si celebra la diversità. Ma spesso è un costume (da clown) non un cambio di sguardo vero e proprio.
Il rischio è il subculture washing ovvero la messa in scena della marginalità purché filtrata, ripulita dal suo dolore, dalla sua sporcizia.
Femminismi, queer culture, estetiche carcerarie, Sud globali, disabilità, persino la salute mentale tutto viene assorbito, purché resti innocuo.
Chi guarda davvero dal basso?
Chi ha vissuto le periferie, le discriminazioni, il carcere, la precarietà, la transfobia, il razzismo sistemico, l’antimeridionalismo, la violenza di genere, la voglia di evadere. Insomma quella roba che ti chiude le porte in faccia anche quando porti bellezza e verità.
Si prende l’ornamento, si scarta il messaggio.
Si indossa il disagio, senza viverne la condizione.
Lo si fa per moda.
Quella moda che fa sognare il margine, e veste il privilegiato.
La moda guarda alle subculture, ma non con loro.
Non ne vuole condividere i rischi, né le origini. Perché alla fine contano i numeri.
Le guarda dall’alto, ne prende la forma, e le svuota di senso.
Le deturpa, le umilia, le straccia i vestiti, li prende con prepotenza perchè poi si resta fuori a urlare e chi ti ascolta? Sei solo un pazzo anzi, un atipico.
La finta inclusione
Oggi la parola d’ordine è inclusività.
Casting inclusivi, storytelling “dal basso”, collezioni “diverse” quartieri disagiati usati come sfondo per shooting.
Ma la domanda vera è: chi decide cosa viene incluso? E a quali condizioni?
L’inclusione, nel sistema moda, avviene solo se addomesticata, se sa stare.
Le voci radicali, quelle che parlano di lotta, sfruttamento, disuguaglianza reale, vengono tenute ai margini o trasformate in linguaggio pubblicitario.
Una disobbedienza impacchettata, confezionata col packaging migliore per poter vendere rabbia che possa essere estetizzata.
Ci si appropria delle lotte senza sostenerle davvero.
Si parla di body positivity, ma si continua a mostrare sempre gli stessi corpi.
Si espongono corpi queer e trans, ma si ignorano le violenze sistemiche che vivono fuori dallo show.
Si finge di guardare dal basso, ma si resta comodi nei propri privilegi. Per paura di contaminarli, o peggio, di perderli.
Oggi qualcuno ha provato a fare spazio. Il Camera Moda Fashion Trust ha finanziato quattro brand emergenti: Lessico Familiare, Institution, Francesco Murano, Moja Rowa.
È un inizio. Congratulazioni a loro.
Ma per ogni talento che ce la fa, quanti altri restano invisibili?
Mentre il lusso espone borse da 1.200 euro, le aziende che le producono chiudono una dopo l’altra.
Nel 2024, oltre mille manifatture italiane hanno chiuso solo tra Marche e Toscana.
Non è un caso è il risultato di un sistema che valorizza l’immagine e ignora chi la rende possibile.
Brand internazionali vengono indagati per sfruttamento e lavoro sottopagato.
Il lavoro creativo viene celebrato solo se non disturba.
Siamo alle solite.
Il resto, la fatica, il sudore, il disagio sociale viene nascosto sotto i tappeti vellutati dei grandi uffici e delle grandi scuole, dei salotti di mamma e papà che guardano con sorriso le creazioni del privilegiato di turno che ha rubato all’amico.
L’illusione del cambiamento
Certo, esistono progetti come il Fashion Trust, che premiano l’indipendenza creativa con fondi e mentorship, ma rappresentano l’eccezione, non la regola.
Per ogni stilista premiato, ce ne sono decine che non riescono nemmeno a candidarsi.
Che non possono nemmeno permettersi di studiare e farne lontanamente parte non per mancanza di idee, ma per mancanza di mezzi.
Un sistema costruito ad hoc per tenere in vita chi può resistere economicamente al tempo dell’attesa.
Un tempo fatto di buio, mentre si aspetta una luce che sembra un faro di luce che gira nelle carceri utilizzato per sorveglianza e sicurezza in cerca di chi “vale” senza esagerare.
La moda potrebbe essere uno strumento di trasformazione reale.
Lo è stata, in passato.
Potrebbe dare voce a chi non l’ha mai avuta.
Potrebbe raccontare storie rimosse, territori dimenticati, soggettività invisibilizzate.
E in un clima di cambiamento sociale, ci avevo sperato. Ci spero ancora.
Le scuole di moda dovrebbero aprire in quelle periferie che usano per fare gli shooting. Dovrebbero iniziare ad offrire rette accessibili, borse di studio reali, possibilità di pagamento rateale nei contesti dove manca l’ambizione e resta solo il margine e lo sconforto. Mostrare il reale, basta con questa finzione. Stiamo capendo, abbiamo compreso.
Così come per i centri antiviolenza: non serve offrire un rifugio in farmacia se a quelle donne non dai gli strumenti per andarsene davvero.
La verità è che, finché si guarderà il basso solo per ispirarsi, senza scendere davvero in quei sobborghi, resterà solo potere travestito.
Come un infiltrato di polizia in un centro sociale (cit. riferimento PAP Napoli)
L’alternativa?
Resta difficile. Ma esiste.
Ed è lì che ci si sente davvero inclusi, compresi. Abbracciati.
Nelle scritture, nei collettivi, negli spazi indipendenti, nelle pratiche radicali, nelle micro-resistenze.
Nelle realtà di chi continua a creare anche senza invito.
Di chi vuole raccontare anche senza palco o platea, se non quella di sempre.
Se non possiamo entrare nel sistema, possiamo almeno sabotarne la vetrina.
E costruire altrove.
Grazie a chi mi abbraccia sempre, a chi mi guarda con gli occhi lucidi e mi dice “mo verimm” – vi voglio bene.
In foto Dario Biancullo – evento Madonna de Rose Venerdì 30 Maggio 2025
Articolo di Serena Parascandalo


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