Parigi, la Senna, Celine Dion, la controversa cerimonia di apertura e poi? Che altro? Cosa ricorderemo di queste ultime Olimpiadi? Come ricorderemo questa manifestazione che, più che unire, sembra aver diviso? Ma soprattutto… Chi ricorderemo? Credo di poter affermare con certezza che tutti ricorderemo l’oro di Martinenghi: biondo, bellissimo e perfetto nel ruolo del vincitore. “Ho colto l’attimo”, ha affermato. Le sue dichiarazioni post gara sono state ineccepibili: un vincente che si esprime da vincente. Oro colato per la nostra stampa.Ricorderemo senza alcun dubbio le medaglie vinte. Avremo memoria della vittoria e spazzeremo via l’ombra della sconfitta. È umano. È naturale. È profondamente ingiusto. Siamo, prima di ogni altra cosa, fallibili. Quando si tratta di una competizione sportiva è più difficile fare i conti con gli insuccessi. È complicato per chi lo sport lo racconta, per chi lo guarda e soprattutto è complicato per chi lo sport lo fa. 

Gli atleti, vale la pena ricordarlo, non sono macchine da guerra indistruttibili. Si preparano, studiano e lavorano sodo per vincere, questo è ovvio, ma siamo davvero sicuri che ad essere importante sia soltanto il risultato finale? Personalmente ricorderò la mano di Federica Pellegrini che si tende verso quella di Benedetta Pilato. Un gesto dolce, quasi materno, ma soprattutto consapevole. Perché l’unico appoggio che un atleta può aspettarsi di ricevere è quello di un altro atleta? I giornalisti che si sono occupati della telecronaca di queste Olimpiadi hanno “brillato”, ma non positivamente. Benedetta Pilato ha 19 anni, si aggiudica il quarto posto e il giornalismo italiano la deride. Le lacrime di questa straordinaria nuotatrice non vengono ritenute vere. Impossibile, per la stampa italiana, essere orgogliosi di un mancato podio. “Ma ci è o ci fa?” ha osato dire Elisa Di Francisca.

E così, oltre ai nomi e ai cognomi degli atleti, abbiamo dimenticato anche il buon gusto e l’eleganza. Quali sono gli elementi che definiscono un campione? Cosa ci rende vincenti? Siamo davvero sicuri che la risposta sia “una medaglia”? È fondamentale, vitale oserei dire, tenere in considerazione il viaggio. Esiste il percorso, il panorama, le contraddizioni e, perché no, anche la paura: Angela Carini docet. La -caccia alla medaglia- è stata spietata e durissima. Mancare il podio vuol dire deludere tutti, e allora mi chiedo se non sia proprio questa la formula da cui ripartire. La narrazione noiosa e nauseante dell’atleta che rinuncia a tutto pur di raggiungere l’obiettivo è davvero l’unica possibile? Ho sempre avuto un debole per le storie che nessuno racconta, e queste Olimpiadi sono state stracolme di vite che nessuno ha preso in considerazione. Adesso che tutto è finito e i riflettori si sono finalmente spenti è chiaro ed evidente che c’è stato spazio per tutto, anche per quelle informazioni che meritavano di rimanere ai margini.

Tutti abbiamo letto di Tamberi e della sua fede nuziale, ma nessuno ha chiesto a Filippo Ganna (ciclista che si aggiudica la medaglia d’argento) se le parole di Aldo Cazzullo lo hanno, in qualche modo, ferito. “Non è sempre stato così come lo vediamo oggi. Era grasso e dislessico”, ha scritto Cazzullo. Sarà una mia deformazione ma io da chi le parole dovrebbe saperle usare mi aspetto di più. Vincere ha reso Filippo Ganna giusto e realizzato: qualsiasi altro epilogo sarebbe stato un fallimento. Tutti ci siamo chiesti se Imane Khelif, pugile algerina, fosse realmente una donna. Nessuno però ha chiesto ad Angela Carini se si è sentita schiacciata, e influenzata, dalle polemiche pre-gara. Su quel ring Angela era da sola e 45 secondi possono essere sufficienti per farsi male: 45 secondi possono bastare per provare dolore e paura. Il punto, per una volta, non è l’identità di genere. Per il CIO il match era equo e la questione è puramente sportiva, controversa è vero ma pur sempre SPORTIVA. Cosa dire delle innumerevoli intromissioni nella vita di Khelif? Il comitato olimpico l’ha ammessa alla competizione femminile, tutto il resto è chiacchiericcio da bar che non giova a nessuno. Imane non è la “spacca nasi” invincibile che ci hanno raccontato: non è imbattibile e nel corso della sua breve carriera ha anche perso. Salire sul ring vuol dire accettare le regole e forse Angela Carini meritava consigli migliori di quelli che ha ricevuto. Forse qualcuno avrebbe dovuto ricordarle che salutare l’avversario è doveroso e che, una voluta accettato di combattere, le parole stanno a zero. Perché non si è rifiutata prima? Cosa c’è dietro un match che viene disputato a tutti i costi? Oltre agli allenamenti che mettono in gioco tutti i muscoli del corpo è necessario allenare la mente, e addestrarla agli imprevisti.C’è un risvolto della medaglia che nessuno ha voluto vedere, ci sono storie che nessuno si è preso l’impegno di mettere sotto i riflettori. A farne le spese è lo sport: lo sport ha perso su tutta la linea. 

Che Olimpiadi sono state? Nonostante tutto, e tutti, io ho intravisto uno spiraglio di luce: Yusuf Dikeç, tiratore turco. A diventare virali, per una volta, non sono stati i fisici statuari di Ceccon o Djokovic. Gli spettatori di tutto il mondo sono rimasti incantati dalla normalità e dalla naturalezza! Ci siamo improvvisati genetisti e endocrinologi ma abbiamo sorriso quando Yaqin Zhou, con estrema naturalezza e ingenuità, ha morso la sua medaglia imitando le nostre azzurre. Qualcuno (stupidamente) ha storto il naso quando Alice Bellandi (oro nel judo) ha baciato la compagna in diretta mondiale, ma ci siamo emozionati quando Giovanni Toti ha consolato Soren Opti. Siamo gli stessi spettatori: i nostri occhi sono i medesimi. Dobbiamo solo decidere cosa vale la pena osservare. Raccontare la vittoria si può, anzi si deve ma non è pensabile ridurre tutto ad una medaglia. Educhiamo gli atleti, gli allenatori e la stampa alla sconfitta. Educhiamoci alla perdita. Perdere vuol dire avere avuto, e vuol dire poter avere di nuovo. 

LA SCONOSCIUTA 

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