“Montagne verdi nei tuoi occhi rivedrò”
Marietto era nato maschio, ma già quando era nella pancia della mamma i dottori avevano detto che il cuore batteva come quello di una femmina, Marietto era alto e villoso, un bell’uomo si sarebbe detto,anche se oggi un po’ in avanti con gli anni, moro e con dei begli occhi neri, ma non gli erano mai piaciuti i giochi della guerra e dei cowboys, da bambino Marietto impastava le tagliatelle con la mamma, metteva il grembiule. Oggi che siamo nel duemila a Marietto ogni tanto capitava di sentire quei discorsi alla televisione, che adesso possiamo essere quello che vogliamo anche se ad un uomo ci piace un uomo, tanto che Marietto aveva anche visto che a Sanremo si erano baciati due uomini, non si impressionava di questi fatti Marietto,
che oramai si avvicinava ai cinquanta, il profondo guado della metà dell’esistenza? Marietto non si era scomposto né quando ne aveva fatti quaranta, né quando ne aveva fatti cinquanta, metà della vita ormai andata sì, quella che si dice essere la più bella, aveva negli occhi come un sorriso, il più delle volte lui ci rideva sopra, se non rideva pregava, se non pregava urlava come una bestia, tanto che la mamma gli diceva nei tempi passati : Mariettooo, Mariettooo basta cacciar questi urli e Marietto poco a poco, dopo aver preso in giro un paesano, dopo essersi fatto beffe anche con un solo sguardo del suo interlocutore, svelto di mano e di lingua Marietto, ma cosa avete capito, per lavorare e per menar discorsi, mica per altro, metteva
la lingua a posto e lasciava andare via la rabbia, che era come la marea, andava e veniva.Eh già, perché gli capitava pure d’arrabbiarsi a Marietto bello, lo sapeva che gli faceva male e che sembrava
proprio una checca, così negli anni quando si arrabbiava aveva imparato a gridare più forte e ad assumere una voce grave, come impostata, c’era da ridere quando si arrabbiava coi fornitori al negozio.
Marietto, Maria per i più cattivi, Mario solo all’anagrafe e al servizio militare, Marietto era di una altro stampo, di quelli che non esistono più neanche a volerlo fabbricare un altro come lui, Marietto era nato
tanti anni fa in un piccolo paese nei monti della provincia di Genova, dove viveva ancora e dove era sempre vissuto e credeva ancora nel buon Dio, aveva anche fatto il militare Marietto , proprio un uomo di altri tempi, aveva fatto un anno di naja come gli altri Marietto bello, eh sì che il tenente aveva ben visto che non era adatto, si era fatto una risata e lo aveva dichiarato abile alla leva, dodici mesi a Pordenone, un freddo bestia, Marietto si ricorda soltanto che per dodici mesi non ha parlato mai, per paura di sembrare… quello che è.
Si ricorda anche certi brutti scherzi lassù a Pordenone, ma quelli Marietto non ve li vuole raccontare, sono cose passate.
Marietto era casa e bottega e non prendeva mai la macchina per andare a Genova, se non al mattino presto, per andare ai mercati generali, dove comprava la frutta e la verdura e tante cose che gli servivano nel suo negozio che teneva un po’ di tutto per accontentare i pochi paesani, carta e penna per i pochi bambini del paese e ceri votivi da portare al cimitero, al negozio non mancava niente, era l’unico negozio rimasto in paese, di fronte alla Chiesa a tre passi da dove Marietto era nato ed aveva sempre abitato, la Chiesa nella quale Mariettino bello aveva iniziato ad amare colui che più aveva amato in vita sua, Nostro Signore Gesù Cristo, che non lascia indietro nessuno e a tutti porge il suo cuore immacolato, anche a Marietto.
Eh sì che da ragazzo le occasioni di uscire non gli erano mancate, ma lui rifiutava i passaggi in vespa dei paesani più belli, forse per paura di arrossire, Marietto non usciva mai la sera dopo le nove, neanche nel
fiore degli anni, le sue braccia si poggiavano soltanto sulle panche della piccola chiesa, per pregare.
Marietto pareva aver vissuto un tempo differente da quello dei suoi compaesani che ricordavano d’essere stati ai concerti dei Pink Floyd o di aver preso l’LSD battendosi di gomito tra una portata e l’altra alla cena parrocchiale, con i pargoletti cresimandi che andavano correndo per la sala dell’oratorio, gente tornata a frequentare un poco la Chiesa solo perché avevano i figli al catechismo, Marietto era sempre contento che qualcuno tornasse all’ovile, gli amici di scuola erano ormai padri, la droga, le serate, per Marietto tutta quella roba non era mai esistita, per Marietto l’evento dell’anno era Santa Teresa che cadeva come ogni anno il primo di Ottobre, santa patrona del paese o il trentuno di Maggio, fine del mese mariano, Marietto bello era aduso ad organizzare un piccolo pellegrinaggio al tempietto mariano in cima alla montagna, era il suo modo di salutare l’estate alle porte, cantando gli inni mariani con quella sua voce profonda e baritonale non appena si alzava, così rosa ed aerea se si lasciava andare ad una gentilezza.
La gente del paese si radunava tutta intorno a lui e si partiva per la montagna cantando le lodi alla Madonna, era un pellegrinaggio di cinque chilometri in salita ma a Marietto non pesava, non sentiva i piedi gonfi, né i clacson delle macchine bloccate dalla processione, Marietto viveva un’altra vita, con una dedizione alla tradizione commovente, la sua vita era un reiterarsi di tradizioni, dai canti per la Madonna ai ravioli fatti a mano, si abbeverava di tradizione, di riti e miti desueti, nessuno quasi più lo seguiva davvero col cuore, né i preti indiani, diventati sacerdoti per bisogno, né le vecchie devote più per abitudine che per sentimento, in Marietto vi era l’abitudine e il sentimento, Marietto interpretava la vita, era a suo modo
attore, di una parte che si era scritto da solo, nessuno lo aveva costretto a Messa da ragazzino, nessuno gli aveva detto che lavoro fare, lui fin da subito capì che doveva indossare un grembiule e un abito da sacrestano, abiti che lo convincevano nella loro singolarità che il suo ruolo era quello e quello dovevacontinuare ad essere, Marietto era, forse suo malgrado, diventato anche un poco malizioso venendo vecchio ed aveva recuperato un certo senso dell’umorismo antico, paesano e allo stesso tempo profondo, come una lavandaia che tanti panni ha lavato, egli non disdegnava la battuta salace che lo cavava d’impaccio o che nell’impaccio qualche volta ce lo metteva, perché la sua vita, come potete ben capire, aveva generato più di un equivoco. Eh già e che equivoci, ma negli ultimi tempi erano equivoci dappoco, oramai aveva cinquant’anni ed aveva una pancia che pareva un monsignore, così quella volta che quel bel ragazzo con la motoretta un pomeriggio d’estate era passato con degli amici a prendere due birre fresche, uno di fuori, non lo conosceva bene, ma non era la prima volta che passava di lì, forse qualcuno che aveva la casa in campagna, gente nuova, tanto che mentre cercava le Heineken e non le trovava Marietto con uno slancio di malizia e di desiderio disse: “ce le hai proprio al livello del cazzo”, aveva le birre davanti a sé e non le vedeva quel belinone.
Il ragazzo un po’ stranito prese più veloce che poteva la bottiglia senza raccogliere la provocazione e pagò. Marietto era proprio innamorato dei maschi, lo era sempre stato, da ragazzino una volta addirittura lo disse in confessione, il parroco si fece allora grave, erano i primi anni 80 e Marietto sapeva già da qualche tempo
di che pasta era fatto, fu la prima e l’unica volta che confessò ad un prete i suoi desideri, aveva solo undici anni e gli disse pieno di vergogna: “Don io guardo i maschi”. Il parroco buono fece finta di non capire da quanto era buono e disse: “ma che cosa significa che guardi i maschi?” Tremando tutto, caldo e freddo assieme disse, un poco esitando: “Li guardo perché mi piacciono, mi piace Luca che sta nell’ultimo banco, io sono nei banchi centrali e mi giro sempre, ho paura che mi veda” si raccolse la testa tra le mani.
Era in prima media, era un bambino.
Il parroco non indagò molto, disse al ragazzetto solo di dire quattro Ave Marie e quattro Gloria al padre e che se gli fosse ricapitato di guardare un maschio di tornarglielo a dire.
Gli ricapitò molte volte, anche mentre serviva la messa per lo stesso prete e lo sguardo gli volava su un compagnuccio carino che faceva la comunione, ma Marietto non glielo disse più, a undici anni capì di colpo che non poteva dire, capì che spesso era meglio non pensare, perché se la pensi poi una cosa la dici, capì che il suo amore doveva ancor di più andare verso quell’uomo così buono che è stato messo in croce, lui era la sua guida, lui la sua unica passione rivelata. Certo gliene erano capitate di occasioni quando era ragazzo, occasioni che per la maggior parte delle volte aveva disatteso, occasioni in cui aveva fatto finta di non capire, era in quelle strane occasioni che Marietto arrossiva come una collegiale, faceva un passetto indietro e colmo di vergogna, in un momento nel quale non lo vedeva nessuno, cercava di farsi un segno della croce, delle volte però, delle volte il cuore batteva più forte, si ricorda ancora di quella volta che aveva appena preso la patente, fresco di autoscuola gli venne voglia di fare un giro fino al mare, fu alla spiaggia di Vesima che si tirò su le brache al ginocchio e mise i piedi in mare, lui uomo dei monti non sapeva nuotare, nessuno mai gli aveva insegnato, fu coi piedi sulla battigia, felice e un poco sbigottito con la sua bella patentina nuova e i piedi nudi che si sentiva caldo e freddo assieme quando l’acqua del mare ci arrivava sopra, aveva paura di buttarsi in acqua, faceva un caldo… Delle volte diceva, devo imparare a nuotare in piscina, ma poi non ci andava mai, quel giorno ebbro dell’appena conquistata licenza di guida si recò a mare.
Quel giorno guidò addirittura fino a Vesima, confine del Comune di Genova, nella sua testa di diciottenne dei monti era come approssimarsi sulle colonne d’ercole, era chiaramente ancora un po’ rigido, ma già abbastanza sicuro alla guida, se una cosa si fosse fatta con le mani lui l’avrebbe imparata, non ve n’era una che non imparasse il nostro Marietto bello, che impastava meglio della mamma. Fu lì che verso l’ora del tramonto se ne stava il nostro Marietto, all’epoca un ragazzotto niente male, alto, muscoloso e ben proporzionato, un bel moro, fu allora che sentì una voce ed una lingua che lui non conosceva affatto, che mai aveva compreso in vita sua, lui che aveva la terza media e non guardava tanto la televisione, era già allora per le cose pratiche, gliene capitò una niente male quel giorno, ma vi prego, nonditelo a nessuno, Marietto arrossirebbe ancora.
C’era un ragazzo con la chitarra biondo e bello che cantava così:
Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us, only sky
Marietto non capiva una parola ma non poteva smettere di guardarlo, si era anche andato a sedere sui sassi un poco più lontano ma il ragazzo continuava a cantare.
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Marietto non poteva che restare incantato di fronte a quel ragazzo dai boccoli perfetti, ma non diceva una parola.
Il ragazzo si avvicinò e gli disse: are you from here?
Marietto che a malapena sapeva l’italiano e che di solito parlava solo il genovese disse soltanto:” non capisco, scusa, scusa ma proprio non capisco”: era tutto rosso.
Era tutto rosso e il cuore gli batteva all’impazzata. Fu allora che il ragazzo coi boccoli biondi aprì un poco la sua camicia a fiori e si avvicinò a Marietto per fargli una carezza, la terra sembrò tremare sotto i piedi di Marietto assieme a tutta la sua persona.
Finirono per baciarsi in una vertigine di sguardi e mani che si chiudevano a cingere il viso dell’altro, come un tesoro rivelato, i due ragazzi si guardavano e si tenevano per mano, accarezzandosi il volto con le mani l’un l’altro, mani che dopo poco andarono altrove.
Fecero l’amore tra gli scogli mentre il sole calava e Jhon Lennon in cielo si fumava una canna.
Finito di fare l’amore il ragazzo gli lasciò una sua foto e gli disse indicandosi di chiamarsi Mike e di essere di Sydney, nella foto Mike stava davanti ad una grande casa bianca dal tetto rosso col giardinetto fuori e l’erba ben tagliata, a fianco altre casette tutte diverse e tutte uguali, in mezzo alla foto c’era Mike bambino tutto biondo che con un sorriso bello di bimbo agitava attorno ai suoi
fianchi un hula hoop senza farlo cadere, disse soltanto troppo velocemente: that’s Australia, my home.
Sorrise e se ne andò, non si rividero mai più. Era il 1988, c’erano ancora l’Unione Sovietica e Freddy Mercury.
Marietto conservò l’immagine nel libretto delle foto della comunione, da ragazzo ogni tanto andava a sbirciarla e pensava ancora a quel tipo, gli rimase incollato davanti agli occhi per un po’, poi se ne
andò, come se ne vanno i sogni. Marietto non era uomo da locali notturni, andava a dormire sempre presto.
La mattina nella sua vita sempre uguale, dal lunedì al sabato doveva andare a lavorare, alla Domenica a servir messa e prima della Messa delle dieci bisognava fare il catechismo, era sempre stato un ragazzo che si dava da fare Marietto, questo ci tenevano a precisarlo tutti in paese, perché Marietto era il centro del paese, conosciuto da tutti, ritirava i pacchi di Amazon della gente che andava a lavorare, se c’era una signora anziana che aveva bisogno gli portava la spesa a casa nelle sue ore libere, anche nella pausa pranzo, quando chiudeva il negozio, non risparmiava una fatica il buon Marietto.
Tanto che anche ora grasso com’era si doveva fermare delle volte d’estate col fiatone su per i ripidi sentieri che in Liguria si chiamano crose con i loro ciottolati rossi, c’era una signora che abitava
proprio in cima ad una crosa in un palazzo senza ascensore, tutte le volte che Marietto le portava la spesa sudava sette camicie, ma gliela portava e non chiedeva un soldo di più, sapeva che la povera
donna era inferma. Non si risparmiava il povero Marietto e tutti gli volevano bene, un pochino, tutti da casa loro, con le loro famiglie dicevano anche qualche volta: eh, è un peccato che Marietto stia solo, se glielo dicevano lui diceva sempre che aveva tanto da fare…E faceva e faceva, faceva la pasta fresca, faceva il ragù, faceva i ravioli, gli gnocchi, le melanzane alla parmigiana, faceva tutto a tutte le ore,
per casa e per il negozio, fino a che non cadeva esausto, per dormire, se si risvegliava nella notte, con un freddo cane, là in quei monti, pregava, pregava nostro Signore che è tanto buono e che aiuta
e perdona tutti, anche quelli come lui, perché lui chiedeva perdono a Dio dei suoi atti impuri quando era ragazzo, ora aveva una pancia che sembrava un monsignore e una risata che negli anni era
diventata acida, uno sguardo che si era fatto violentemente sarcastico da quando era rimasto completamente solo, gli erano morti gli anziani genitori, gli volevano così bene a Marietto, che mai
dissero una parola riguardo quel fatto, soltanto la madre gli ultimi anni ripeteva come in una nenia già sentita tante volte, vedendo quel figliuolo tanto buono e operoso eppure così solo: sposati Marietto, sposati e fammi morire contenta. Marietto che aveva fatto tutto per la mamma quando era in vita, anche le notti insonni, anche le
iniezioni e le pulizie a tutto il suo corpo per lunghi anni inerte, Marietto non poteva sposarsi, non poteva farla contenta anche in questo e la mamma si struggeva, anche se non lo diceva, nessuno
diceva niente, forse a casa loro tutti ridevano e dicevano: frocio, culattone, buliccio, lo dicevano sicuramente e Marietto lo sapeva, ma tutti gli portavano rispetto siccome che era lui a portare avanti
il paese, a fare la sagra tutti gli anni, a portare alla Comunione e alla Cresima i ragazzi, papà di tutti e di nessuno.
Ora se la rideva Marietto che era diventato grasso come un cappone, ora che era grasso e vecchio, aveva sempre la battuta che faceva ridere Marietto, ora che il sogno di un amore era ormai lontano e
la vita rimaneva quel poco che era, aveva assunto una giovane sudamericana dal culo alto che scendeva giù dai suoi vent’anni, un sorrisone così, rideva sempre quando Marietto apostrofava il
tale e il tal altro, qualcuno avrebbe detto che era una serva furba, qualcuno osservandola meglio avrebbe detto che aveva solo vent’anni, se parlava pareva danzare.
Aveva bisogno di qualcuno di svelto nel negozio, le comari del paese gli davano una mano e lui le pagava con dei cesti di roba e qualche soldo a nero, che i soldi gli era più caro metterli alla banca al
signor Marietto Parodi, le comari cominciavano ad invecchiare e a dover tenere i nipotini, aveva assunto un ragazzo del paese per un certo tempo, lui che si fidava solo di quelli che parlano dialetto,
poi però questo ragazzo aveva trovato posto in Comune e lui che non sapeva come fare fino a quando venne in soccorso un muratore sudamericano che si trovava lì di passaggio, Marietto neanche sapeva cosa era Internet e figuriamoci se avrebbe messo un annuncio, andava solo per conoscenze, ma questo ragazzo dell’Ecuador sembrava proprio un bravo fante, ed era un po’ che andava a comprarsi il panino con la frittata e la birra Moretti da lui verso mezzogiorno, da almeno tre mesi che facevano i lavori lì di fronte, aveva anche un crocifisso d’oro al collo, sono della nostra
religione diceva Marietto, pareva confortato da questo e chiaccherando uscì fuori di questa Luz, appena diplomata in ragioneria, che non trovava lavoro, fu messa in prova, Marietto sulle prime la squadrava con sguardo duro di padrone, poco abituato alle straniere, ma la straniera si rivelò svelta e molto brava nel lavoro, sempre gentile con gli anziani, tanto che aveva anche imparato a dire
belin. Come rideva quando diceva belin, lei che era nata dall’altro capo del mondo e che da pochi anni risiedeva a Sampierdarena, il quartiere latino della città, una risata contagiosa, una risata che puoi avere solo a vent’anni, Marietto la assunse, poteva essere sua figlia, aveva anche imparato a fare il pesto e le lasagne, tanto che Marietto diceva alle signore: guardate, questi li ha fatti lei, è più brava di me.
Prendeva il treno la mattina presto e la corriera per venire al paese, faceva un lungo viaggio ma era contenta, coi suoi primi soldi si era comprata un vestito per andare in discoteca, aveva fatto vedere
le foto nel telefonino a Marietto che subito le aveva detto papale papale: bagascia lo diventi se non lo sarai già.
Luz non sapeva risolversi che in una risata, sicura del fatto suo sabato sera sarebbe andata a ballare. E sì che era stato un ballerino anche lui il nostro Marietto quando era poco più che un ragazzo, alle
feste di paese se ci fosse stato un liscio avrebbe saputo portare la donna nel ballo meglio di chiunque altro, gli uomini del paese erano tranquilli e anzi si complimentavano, dicevano: belin
Marietto, fossi capace io a far ballare la mia donna così.
Tra di loro ogni tanto, tra una lasagna e un grignolino, partiva sottovoce il commento: tanto è innocuo.
Con gli anni gli era anche passata la voglia di ballare, ora se ne sedeva placido alle feste di paese dopo che aveva preparato da mangiare per cinquanta, se ne stava lì in mezzo a quei rusteghi a bere
anche lui un po’ di rosso della casa, quieto quieto, con un sorriso che sembrava una maschera del carnevale di Venezia.
Insomma che Marietto era vecchio e dopo le sette di sera tirava giù a metà la saracinesca mentre metteva a posto e qualche sera gli pesava un po’ di più servire l’ultimo cliente ritardatario che faceva capolino sotto la saracinesca a metà. In quella mezz’ora contava i soldi, erano ormai quarant’anni che lavorava, aveva iniziato non
appena finite le medie, cercando di prendere quasi tutte le sufficienze per levarsi di lì, era un po’ stanco orca loca, se la vedeva tutta lì la vita, se la sentiva piovere addosso, era allora che partiva con la sua voce profonda un: “laddove c’è carità e amoreee, lì c’è Dioo…!”
Aveva imparato anche la sudamericana che pareva sotto sotto più lieta nel canto, parevano un duetto delle volte, lui così profondo e baritonale da voler prender vezzo di imitare quelli bravi, pareva essere altra cosa da lui quando cantava, lei invece sempre così leggera e uguale a sé stessa, senza un peso sullo stomaco, aveva un ombelico scuro che le usciva fuori dai corpetti sempre poco castigati per Marietto che le gridava:” crovite, brutta putten.”
Copriti… Donnaccia…
Ma lei rideva, Marietto voleva fare il burbero della commedia e lei faceva la svampita, erano perfetti e intanto il lavoro passava più in fretta. Era sempre in quell’orario tardo e volto al crepuscolo che si presentava Maurizio il radiologo con la scusa di comprare un litro di latte delle volte egli palesava la sua persona prima di tutto attraverso la sua ampia dentatura, aveva i denti uno quasi mezzo centimetro dall’altro, arrivava lì delle volte che non diceva quasi niente e ci piazzava lì il suo sorriso di tricheco triste.
“Avete lavorato?”
“E no?” Rispondeva Marietto che correva da un banco all’altro.
“Cosa vuoi Maurissiio?” Chiedeva sempre gentile la sudamericana.
“Un litro di latte”
“Solo un litro di latte?”
“Mi manca solo quello”
“Non darglielo Luz, si è munto già ieri sera e ha fatto il latte per ieri e oggi”
E la sudamericana rideva e come se la rideva mentre gli dava un litro di latte, due euro senza scontrino e diceva colpendolo nell’ombelico” Ma Mauricio è toro e no vaca”
“Non starci a dire così che se lo mena di nuovo stasera e poi non lo compra più qua il latte”
Il radiologo abbozzava agli angoli della bocca un sorriso, prendeva il suo litro di roba e se ne andava a casa.
Delle volte si fermava per più tempo, delle volte per un solo saluto, parlava poco, gli si scioglieva la lingua solo se avesse dovuto parlare di figa, allora non l’avrebbe smessa più. E sì che erano anche andati alle medie assieme Marietto e il radiologo, a scuola tanti anni fa, ma
tanti che sembra una favola, in un pomeriggio del doposcuola…
Era caldo quel giorno, era quasi di Giugno e il radiologo, già allora ribattezzato così e mai più mutato nel suo temibile soprannome, né nell’intenzione, ne aveva una voglia pazza, veniva chiamato il radiologo perché lui alle donne faceva i raggi, le stava a guardare come un fesso che perde la parola, da lì il soprannome, c’era chi diceva fosse un maniaco, fu nei bagni mentre fumava senza esserne capace una sigaretta, aspirando sempre troppo poco per poi tossire, che Maurizio, con la scuola ormai deserta, erano le 16, si sentì libero di calarsi le brache e trastullarsi un po’, la luce penetrava tutta dall’ampia vetrata, la scuola era in collina e sovrastava il piccolo paese, nessuno
l’avrebbe mai visto farsi una sega su tutto il paese, al doposcuola pomeridiano per ciucci quel giorno erano in quattro, gli altri somari non si erano presentati, erano lui, due ragazze che mai sarebbero entrate nel bagno dei maschi, il professore che stava nell’aula a spiegare, il bidello al piano di sotto a leggere la Gazzetta dello Sport e Marietto poverino, che a scuola ci capiva così poco e quel pomeriggio avrebbe voluto fare la torta di mele con sua nonna che gli voleva tanto bene.
Il radiologo si stava ampiamente masturbando con la sua barba di tre giorni, aveva tredici anni ma era pelosissimo e già barbuto, questa ve la dobbiamo proprio raccontare, che qua al paese alcuni la sanno e si sa che se la sa uno, poi la sanno in due e quando la sanno in due poi la sanno in tre e la sa anche chi non la vuol saper.
Insomma, che questo racconto ha girato per anni, chi diceva che non era vero, che non era possibile, chi lo amplificava inventando una sua versione per gli astanti, ma chi avrà poi cominciato a dirlo a tutti? Giudicate voi.
Questi sono i fatti e quello che realmente è accaduto.
Prima di raccontarvelo lasciate che vi faccia una premessa: qualunque accadimento di questo genere nella bigia vita del nostro eroe, non è più ricorso poi per tanto, ma tanto tempo, tanto che Marietto ed anche il radiologo, parevano esserlo scordati anche solo pochi anni dopo, e di quella storia rimanevano soltanto voci che aleggiano dietro le spalle, senza toccare mai il diretto interessato
davanti alla faccia, come scrosci improvvisi di vento, che ti sporcano il viso e non sai il perché.
Insomma, girava voce, tanti anni fa e qualcuno l’ho sentito anche di recente mormorare qualcosa riguardo, ma è meglio che vi dica la verità, ecco, è andata così: il radiologo si stava alacremente
masturbando nei bagni della scuola, si faceva dall’età di sei anni almeno sei seghe al giorno, da quando poi aveva imparato a venire era una festa, si masturbava anche dieci volte al giorno, spesso
in bagno, dopo aver fissato a ricreazione con i suoi occhi di fesso il culo della compagna di scuola, non aveva altro modo di dire, i genitori lo portarono dal dottore della mutua, disse che un’attività di
quel tipo può presentarsi anche precocemente e disse di non temere, peccato che il radiologo a quell’epoca si masturbava sempre, anche dietro le siepi, qualcuno lo aveva anche visto tanto che lo
avevano anche cacciato a pedate, lui stava zitto, incassava e portava solamente il suo fringuello un poco più in là, un po’ rosso in viso, ma non avrebbe saputo dire. Vienici di nuovo a farti le seghe qua, che ti diamo di nuovo le carezze coi piedi, il radiologo non rispondeva, ma continuava nella sua missione, solo un poco dopo.
Quel giorno a scuola il povero Marietto sbadigliava, non era fatto lui per i libri e le materie della scuola, per lui era tutta una perdita di tempo in attesa di arrivare a casa e fare una bella ricetta con la
mamma, che lei sì che gli voleva bene, come Iddio, solo di religione Marietto prendeva sempre dieci, l’unica storia alla quale credesse, l’unico incanto che non potesse mettere in un forno a cuocere o che non avesse un nome di maschio, quel giorno, ammorbato dal vecchio professore, chiese di andare al bagno e che cosa ti vede il giovane Marietto che avvampava pieno di acne a quell’epoca se solo vedeva in viso un compagnuccio che gli era gradito, che cosa ti vede? Non i
compagni più aggraziati che quel pomeriggio erano in giro a bighellonare e baciare le ragazze sulle panchine, ma quella bestia di Maurizio il radiologo che automaticamente diventa interessante senza
che lui lo voglia, il radiologo era con il cazzo in mano che se lo menava di brutto, Marietto mai aveva visto quell’affare agli altri, solo il suo aveva visto, ve lo posso giurare. Marietto, che sbadigliava, chiese di andare al bagno e non lo vede lì con il cazzo in mano?
Aveva il cazzo in mano e non si curava di chiudere la porta, andava su e giù che era un piacere con la sua mano e sì che il radiologo era brutto, ma già brutto quando era uno scolaro, ora è ancora più
brutto e Marietto era bello, ora un po’ meno bello e insomma che Marietto non lo aveva mai visto davvero un cazzo, che giornaletti per quelli come lui non ce n’era e senza dire nulla si avvicinò, come rapito.
“Vattene, brutto frocio” sibilò quel serpente del radiologo che ora voleva gettare tutto il suo veleno per terra.
Ma Mariolino non se ne andava, come incantato da quel gesto, stava lì e lo guardava, continuava aguardarlo e il radiologo non chiudeva la porta, una sega infinita, non si poteva dire quanto tempo era che quel ragazzo aveva il cazzo in mano, forse due ore, non pensava a niente, il bello era quando arrivava a non pensare a niente, era lì che sarebbe durato ore, ad un certo punto, con gli occhi fuori dalle orbite, il radiologo prese di forza la testa di Marietto e la costrinse sul suo pene eretto, Marietto che era anche più alto di lui non si distolse, cominciò il lavoro e lo finì come in estasi.
Il giorno dopo a scuola provarono ad andare di nuovo nei bagni, ma c’era sempre gente cazzo, no ora arriva questo, no ora arriva quello, nessuno dei due osava darsi appuntamento a casa, optarono per il torrente. Si frequentarono per un periodo sempre nel torrente, era estate ma in quel posto non passava mai nessuno, non c’era l’acqua profonda per fare il bagno e non c’erano sentieri per arrivarci, bisognava scendere per monte, fu il radiologo ad avere l’idea.
Disse: vediamoci dalla fermata della corriera sotto l’autogrill, ti porto io. Camminarono giù per monte per un tempo che parve ad entrambi infinito, giù ci doveva essere il fiume, un bel po’ giù.
Arrivarono per caso in questo posto dove davvero non andava nessuno neanche d’estate, trovarono una grossa roccia dietro la quale nascondersi se avessero visto arrivare qualcuno, perché può
sempre arrivare qualcuno, quello diventò un altrove, diventò il luogo destinato alle piogge di sborra acida del radiologo, quella di Marietto doveva essere sborra più delicata, non fumava e non beveva
alcolici allora e beveva tanto latte come un vitellino.
Non c’erano cellulari, incredibile a pensarci adesso, era possibile che Marietto stesse dei pomeriggi interi ad aspettarlo senza vedere arrivare nessuno, era possibile che il radiologo stesse dei pomeriggi
interi senza vedere arrivare nessuno, vietato telefonarsi a casa, il radiologo non voleva, il padre lo avrebbe preso per frocio, che si vedeva già come era quel bambino. Qualche volta, come per voler ricambiare, il radiologo prendeva in mano il cazzo a Marietto e lo
masturbava, mai glielo prese in bocca, come faceva Marietto, non era mica frocio. Si facevano delle seghe lunghissime, se lo prendevano in mano e si guardavano espletando una sessualità ingenua e basica, vera e primigenia, non si spogliarono mai nudi completamente per
paura sempre che arrivasse qualcuno, se ne stavano lì sudati, con la maglietta e le scarpe e le braghe calate a menarselo a più non posso, montagne di seghe una dietro l’altra tra gli alberi verdi che
davano frescura anche agli ossessi.
Delle volte Marietto pareva non andare bene a tempo con la mano sicché il radiologo lo spingeva via e faceva da sé, lasciando Marietto interdetto, confuso e colpevole, non è come farsele da soli
pensava e soffriva e aveva paura che il radiologo non si presentasse più, quasi che gli veniva da piangere a Marietto, ma si faceva vedere duro, che il radiologo non voleva tanti baci e tanti abbracci, il suo amore iniziava alla base del cazzo e finiva sulla punta della cappella, Marietto era spaventato, così giovane e senza sapere, cercava di fare meglio che poteva.
Era soprattutto dopo la terza o quarta sega o pompino ricevuti dal radiologo il quale prendeva sempre più di quello che dava, che quest’ultimo come improvvisamente schifato proclamava: giusto
perché ho voglia di sborrare che non ti mando via.
“Non dirlo più” faceva Marietto triste e lo masturbava come poteva e non poteva lasciarlo, che non ne aveva altro.
Finì che glielo disse: “senti io non sono come te, è meglio che non ci vediamo più”
Tornò a farsi le seghe da solo il radiologo e così Marietto, per pochi mesi era sembrato diverso, ma non poteva durare.
Chi aveva detto che si inculavano, chi che erano fidanzati, chi che Marietto lo pagava e si faceva anche schiaffeggiare… In tutti i modi.
Nulla di tutto questo, eh sì che la gente ne ha di fantasia quando vuole, la gente è cattiva.
Al paese una volta un ragazzo glielo chiese, davanti a tutti, gli disse passando in vespa, con un amico dietro, che erano già lì a ridere e fumare gli spinelli, in quattro o cinque motorette che parevano accerchiarlo, uno gli disse: “Oh, ma cosa fai le seghe a quel segaiolo del radiologo? Han detto che lo paghi per farti picchiare.”
Marietto diventò tutto rosso e corse giù per una crosa ripida senza rispondere fino a che quei monellacci in motorino non si fossero completamente dileguati dalla sua testa, vide un’edicola votiva della Madonna e si mise a pregare, a rivolgersi alla Madonna che lo aiutasse, che lui non ne poteva più.
Nella realtà non era successo che questo, per meno di due mesi, qualche piccolo aiuto reciproco che due ragazzi meno fortunati si davano l’un l’altro, prima di capire entrambi che non era cosa da
fare, per meno di due mesi pensarono tutti e due ogni giorno a quel giaciglio nel torrente fino a che non ci pensarono più, il radiologo tornò alla sua vita solitaria di sempre e alle seghe fatte coi
giornalini, Marietto tornò in Chiesa e pianse molto, come una femmina, non si potrebbe dire che avesse pianto d’amore, non poteva dire, nemmeno a sé stesso, pianse e basta, da diventare rauco, tanto che il parroco vedendolo così giù gli chiese che cosa avesse, ma Marietto, che già una volta gli aveva raccontato, non gli raccontò più e disse che piangeva perché si sentiva solo, si sentiva tanto solo, allora il parroco, come un amico, diceva che Gesù era il suo migliore amico e non lo lasciava mai solo, Marietto aveva gli occhi così pieni di lacrime che pareva crederci, anche quando il parroco se ne era andato e lui piangeva e si raccomandava a nostro signore, in croce davanti a lui, fu
davanti a tutta quella disperazione che maturò una fede d’acciaio, indelebile, si risolse che Dio non l’avrebbe abbandonato mai e sotto sotto, se gli scappava di fare peccato anche solo con i pensieri,
Iddio già lo perdonava.
Il radiologo era un pazzo vero, parlava solo di fica oppure non parlava affatto, da tutti ritenuto poco più di un demente, riuscì a trovare un impiego in un hotel di lusso della riviera, unico requisito: patente B.
Lo presero per sparecchiare inizialmente, poi piano piano imparò a servire ai gran signori, era facchino e uomo di fatica, non gliene fotteva un cazzo di essere un servo, di stare dieci minuti col
posacenere in mano mentre una sciura di Milano ciccava ubriaca, non gliene fregava niente che per chiamarlo alcuni ricchi gli lanciavano un: ragazzo! Ragazzo prendi questo, ragazzo muoviti!
Ragazzo non vedi che l’ombrellone non mi copre! Ma sei scemo?
Lo chiamavano ragazzo anche ora che aveva cinquant’anni, per i clienti facoltosi era il ragazzo che porta le valigie, un animale, anzi no, ai cani volevano più bene.
Al radiologo piaceva solo guardare la fica, lui non aveva Dio, da ragazzo Dio per lui era Penthouse, la Madonna Moana Pozzi.
Camminava per il giardino immenso dell’hotel mentre portava via gli avanzi di un party con la sua collega Maddalena, lui teneva il sacco nero, lei buttava gli avanzi, ad ogni sosta egli chiedeva senza
pudore apparente: me la dai? No, era la risposta le prime volte, oramai Maddalena non gli rispondeva nemmeno più.
Il radiologo non aveva né Dio, né orgoglio, scopava puttane negre a poco prezzo il giorno di paga, poi il giorno dopo e poi il giorno dopo ancora, poi per un po’ se lo menava in attesa dello stipendio venturo e del quindici del mese che doveva pagare l’affitto, se gli rimaneva ancora qualcosa andava a puttane.
Il radiologo era davvero brutto, lui alle donne faceva i raggi, ma loro parevano non intercettarlo mai, come non esistesse, solo una volta una donna si innamorò di lui, era una spazzina che veniva a ritirare i rifiuti nell’hotel di lusso dove Maurizio raggi x lavorava, ma a lei non faceva i raggi, a lei porgeva solo i cartoni pieni di spazzatura, fu lei a scherzare un po’ con lui, una volta dopo averlo provato ad invitare ad un aperitivo, gli chiese addirittura cosa facesse quella sera dopo il lavoro, con i suoi occhi uno da una parte e uno dall’altra, era anche grassa e un poco zoppa, con una faccia enorme che pareva una luna con tanti crateri, gli occhi troppo grandi e troppo storti, eh sì che anche lei poteva avere un cuore.
“ Vai via, fai schifo” le disse senza alcuna pietà, non aveva mezze tinte il radiologo, per lui o era bianco o era nero, se soffriva non rimuginava, al massimo si sfogava nel prendere a calci qualche cane randagio che gli fosse capitato a tiro o nell’apostrofare ogni donna che vedesse con sozzi commenti, ma anche lì il più delle volte peccava di scarso coraggio e si limitava a ruminare i commenti tra sé e sé, se faceva i complimenti alla diretta interessata finiva per essere canzonato,
così evitava di farli, quando riusciva ad evitarlo, al lavoro un collega sulla carta d’identità nella sezione segni particolari avevano scritto ratto, una biondina aveva riso molto, il radiologo aveva cancellato con la penna e si era tenuto il documento con quella brutta parola cancellata con la penna.
La spazzina arrivò che lui aveva già vent’anni, aveva la patente e i soldi per andare a troie, non avrebbe mai perso tempo con quella terremotata, un sacco di negre la davano per poco vicino ai
centri commerciali della città, tanto bastava a quel demente che nemmeno considerava la possibilità che la troia potesse non godere, per lui questa parte del discorso non era in dubbio, semplicemente
non esisteva, il suo ritardo gli impediva di coglierla, lui sapeva che doveva lavorare per sborrare dentro alle negre.
Marietto era un po’ più accorto del suo sventurato compagno di scuola, egli più difficilmente avrebbe subito una pubblica reprimenda, egli negli anni aveva imparato a badare a sé stesso per quel che poteva e i raggi non li aveva fatti mai a nessuno e se gli era capitato di posare uno sguardo indiscreto sapeva d’aver guardato e sapeva che non si doveva guardare più, sapeva anche guardare senza essere guardato, sapeva canzonare senza essere canzonato, aveva negli anni sviluppato quel tanto di malizia da non cadere più vittima della sferza degli insulti, nessuno mai che gli avesse detto più: brutto frocio.
Gli ultimi a umiliarlo pubblicamente erano stati quelli del servizio militare, una scena così pecoreccia e atroce da restare indelebilmente impressa negli occhi di Marietto, una scena che non vi racconteremo perché a Marietto vogliamo bene, quelli là di bene non gliene avevano voluto affatto, ma lasciamo stare, Marietto non vuole che si parli di questo e noi non ne parleremo.
Ecco che Marietto negli anni era diventato il papà di tutti e tutti si erano dimenticati di lui, a quanti aveva insegnato l’Ave Maria, a quanti aveva organizzato i campi estivi, le gite a Gardaland, le partite del torneo parrocchiale e quanti si erano ricordati di lui? Ve lo dico io, nessuno, quando diventavano grandi sviluppavano quel sentimento di disprezzo tipico che si rivolge a quelli come lui, che li saluti sì, ma a quattro palmi dal tuo culo, come si dice.
Quanti ragazzetti aveva portato sul suo furgone quando andavano a fare le trasferte, che i genitori non ce li portavano e lui se li caricava nel furgone dietro, rischiando pure di prendersi la multa e che risate quella volta che avevano vinto il torneo parrocchiale e si erano ubriacati, Marietto aveva trentasette anni ed era sbronzo assieme a tredici ragazzini tutti sul suo furgone, tutti a ridere e a cantare che adesso non se lo ricorda più nessuno e tutti ora hanno delle barbe da hipster e sono diventati dei papà attenti e sospettosi e se uno così toccasse mio figlio?
Era ventilata questa ipotesi una volta in una cena tra genitori.
Si formò un capannello di giovani padri quella sera al ristorante che con la scusa della protezione dei santi pargoli ne dicevano delle belle, tutti a dire e non dire, a guardarsi con cenni di quasi muta solidarietà, a cementare una finta e passeggera amicizia nel piacere del pregiudizio, di esprimere un vigoroso, ignorante e atavico pregiudizio.
Chi diceva soltanto: “eh uno così sempre intorno ai ragazzini…”
Chi aggiungeva: “io non dico che sia così, però…”
Chi arrivava col carico da novanta e infine sbottava sanguigno: “se quello lì tocca mio figlio io vado in carcere, ma lui va sottoterra.
No, no, non hai capito.”
Tutti a darsi virili pacche sulle spalle e ad offrirsi sigarette.
Una mamma ad un certo punto disse la verità, stufa di questa montagna di facezie, disse: “se non vi ha toccato a voi non toccherà nemmeno i vostri figli, ma la smettete di dire cazzate? Non ci pensate
neanche, Marietto è una persona come si deve. Nessuno si permise di ribattere perché di Marietto si poteva dire tutto, ma non che guardasse i bambini, Marietto ai bambini gli voleva bene e quante volte gli era capitato di pensare di averne uno, che non lo diceva a nessuno il povero Marietto, perché i bambini bisogna farli con le donne e Marietto era un uomo semplice e di cuore che quando era stato al presepe vivente e aveva visto in una culla tra il bue e l’asinello un bambino vero che faceva la parte di Gesù bambino si era commosso, si era messo a piangere come una ragazza.
Il radiologo non piangeva mai eppure soffriva, faceva capolino più spesso al negozio da quando c’era la bella sudamericana, tanto che Marietto se li guardava e rideva con gli occhi quando il radiologo la aiutava a portare le casse pesanti giù dal camion e da bravo bottegaio per il servizio gli regalava un pacchetto di biscotti, te li pucci nel latte la mattina, era diventato più cinico e burbero con la vecchiaia, era inacidito come latte mai bevuto.
Grazie, diceva il radiologo, che ben altro avrebbe pucciato in quella sudamericana svelta, ed era con un filo di disappunto che la salutava mentre la vedeva salire sulla moto di uno sconosciuto biker che
le porgeva il casco, chi era costui?
“Lo conosci Marietto? “
Marietto se lo guardava il suo amico radiologo con volto fintamente interrogativo e un sotto sotto un poco divertito, facendo proprio la faccia di uno che dice: e che ne so io…
Un bel motociclista ce l’aveva portata via.
Marietto era proprio contento di quella satanassa, sarebbe tornata l’indomani sempre alla solita ora e avrebbe fatto i ravioli con lui, che a fare i ravioli ci vuole la mano e questa figgetta ce l’aveva e stava simpatica a tutti e mentre parlava sembrava che ballasse.
Quando Luz era da sola nel negozio e metteva la musica latina sembrava di stare a Bogotà, avevano anche preso a venirla a trovare i pochi sudamericani del paese, perlopiù badanti o muratori, gente
tranquilla che lavorava, una paesana in paese pensavano, loro che a loro modo cercavano un paese, ma il loro, un paese lontano di gente povera, che tutti loro ricordavano come meglio del paese attuale dove vivevano, un paese dove tutti loro avevano lasciato una mamma o un fratello, un pezzo di cuore.
“Hey guapa, come stai? Me lo hai lasciato il pane?” Diceva la signora ormai da trentacinque anni in Italia.
“Hey guapa.” Diceva soltanto il muratore in vena di complimenti.
Luz i complimenti se li beveva tutti a tutte le ore, anche al sabato notte quando andava ai bagni Estoril a fare la diva e a ballare sul cubo e il ghiaccio si scioglieva nei cocktails troppo annacquati che non ubriacavano e tutti i maschi se ne stavano là a ridere tranquilli e parlare tra loro tra un accenno di danza e uno sguardo alle ragazze, che pareva fosse tutto uno scherzo, ma uno scherzo non lo era per niente. Chi faceva finta di provarci e diceva che aveva scherzato, chi ci provava per davvero dimenandosi sotto di lei e chiedendole di andare a bere al tavolino, Luz non si sedeva al tavolino con tutti o
meglio si sedeva con chi piaceva a lei, il più delle volte andava solo per ballare, così dicono le donne, che in discoteca paiono prese dal virtuosismo, a Luz non mancava il senso del ritmo, era flessuosa e gioconda, serissima se si trattava di scegliere il maschio giusto, se trovava la sera quello che le piaceva, il respiro si faceva più forte, ma lei non lo dava a vedere, continuava a ballare come se seguisse soltanto la musica, a provarci chiaramente dovevano essere loro e quanti erano, sempre troppi, Luz aveva una miniera d’oro in mezzo alle gambe, d’oro era la catenina che aveva al collo, d’oro gli orecchini, sull’ombelico aveva un diamante, che era finto, ma non ditelo a nessuno e in mezzo alle gambe una miniera d’oro e quanti cercatori d’oro erano periti in vane ricerche, ma chi aveva trovato quell’oro, eh sì perché c’era anche chi l’aveva trovato, passeggiava tranquillo per le
vie della città, respirava in un’altra maniera. Ne aveva fatti entrare tanti nei suoi sotterranei questa bella signorina?
E chi lo sa! Domandateglielo voi.
Secondo alcuni tantissimi, ma si sa che la gente parla perché gli brucia la lingua, secondo lei quasi nessuno, solo se mi innamoro diceva sempre. Erano in tanti a chiederselo, il radiologo le contava i peli della fica ogni volta che la vedeva e la seguiva su Instagram, che è il trionfo della femmina, che è laddove il desiderio si intasa più di
frequente oggigiorno, tra messaggi letti e non letti e serate a letto, chi da solo a guardare qualcuno altrove e chi in compagnia.
Instagram non era l’appendice, Instagram era per Luz il centro di gravità permanente, quando si sentiva in forma, fosse stata in discoteca o al mare, si faceva scattare una foto e la metteva su
Instagram, ma Luz era anche una ragazza simpatica, le piaceva ridere con tutti, tanto che aveva messo una foto che le aveva fatto un boyfriend di Marietto che si faceva il segno della croce, tra il
serio e il faceto, una sera alla chiusura del negozio, mentre lei se ne usciva in minigonna per la serata, al lavoro portava i pantaloni lunghi, ma quella sera si era cambiata nel retro del negozio, che si divertiva a far motteggiare il vecchio Marietto e sotto sotto, anche se non lo voleva dire, si divertiva un poco anche Marietto.
Se ne andò, come se ne va la primavera, trovò lavoro in un fast food del centro, più vicino a casa sua, ringraziò Marietto tantissimo e gli diede un mese di preavviso, gli disse guarda sto cercando,
non aveva niente contro quell’ambiguo figuro di Marietto, ma davvero un’ora e mezza sui mezzi pubblici era un po’ tanta diceva, lo aveva anche invitato al fast food, Marietto non ci sarebbe andato mai, che per lui era come andare in America a piedi.
Marietto che faceva fatica a trovare del personale provò a chiedere ai suoi parenti, alle signore per bene che frequentavano il negozio chiese se avevano qualche figlia da raccomandargli, ma nessuno
sapeva aiutarlo, veniva una sua vecchia cugina, qualche ora la mattina, ma era lenta, Marietto non sapeva come dirglielo, bisogna essere svelti a servire i clienti, ma aveva troppo rispetto di sua
cugina che già si prestava a venire al mattino, ma al pomeriggio doveva tenere il nipote.
Insomma, Marietto era daccapo nel negozio, tanto che aveva ridotto i quantitativi di pasta fresca e di dolci e non riusciva a stare dietro a tutte le ordinazioni che aveva, che venivano dagli altri paesi
ed anche dalla città per i prodotti di Marietto, perché Marietto aveva le mani d’oro. Ne parlava con tutti, se qualcuno gli avesse dato una mano! Era così solo, anche in negozio. Se ne stava lì a lavorare per quattro in attesa di trovare un sostituto. Così doveva correre a togliere le teglie dal forno prima che si bruciassero tra un cliente e l’altro, delle volte la gente aspettava e sbuffava e Marietto non ci sapeva che fare. Ne aveva parlato anche con il radiologo, lamentandosi più d’una volta, quel ritardato annuiva senza
dire nulla, con i suoi denti di castoro diceva; hai ragione Marietto.
Non aveva nessuno il radiologo, che era tutto solo anche lui, anche a lui fisiologicamente dopo i cinquanta era calato il desiderio, come a Marietto, e faceva i raggi imperterrito alle donne sì, ma delle volte anche un po’ pro forma, per abitudine e perché non avrebbe saputo cosa fare, non aveva amici, non aveva più i genitori, che erano recentemente mancati, come Marietto era completamente
solo, come Marietto faceva un poco pena ad un paese intero e a chiunque lo avesse visto. Uomo solitario ed impacciato, che dietro la sua brama di femmina nascondeva un grande vuoto, un’eclissi di senso che lo aveva stordito fin da bambino, ma non avrebbe saputo dire, non sapeva più cosa dire ed ancora più scarni erano i suoi discorsi con Marietto da quando se ne era andata la bella sudamericana. Ma lo vuoi il latte sì o no? Gridava Marietto di fronte al radiologo che si era come incantato.
Prendeva sempre un litro di latte tutte le sere dalla sudamericana, ora era passato e non spiccicava parola.
Avrebbe voluto dire che lo voleva dalle belle tette nere di Luz il latte, ma non lo disse, non arrivò nemmeno a pensarlo.
Disse soltanto: no, ho ancora il latte di ieri.
Il giorno dopo si presentò la mattina e disse: se hai bisogno per questo periodo ti aiuto io, non voglio niente.
“Ma ci mancherebbe Maurizio, tu hai già il tuo lavoro”! Disse Marietto che colpito da tanta generosità chiamò dopo tanti anni il radiologo per nome. Finì che il radiologo, che faceva i turni al Grand Hotel, aveva dei pomeriggi o delle mattine libere di cui non sapeva cosa fare.
Non aveva più neanche il vizio di spararsi cinque seghe al giorno e davvero non sapeva come impiegare il suo tempo libero, non aveva un amico, un genitore, Maurizio il radiologo era solo al mondo e l’opportunità di aiutare Marietto nel negozio lo aiutava a sentirsi un po’ meno solo. Non aveva un amico, un genitore, una donna, un hobby, persino la bambola gonfiabile che si era comprato tanti anni prima giaceva ormai impolverata in soffitta, assieme ai giornalini porno che
Maurizio conservava con un vago senso di affetto, ma non avrebbe saputo dire, non sapeva discorrere di niente e niente lo interessava più, la sua vita era un buco nero di solitudine che il radiologo faceva fatica persino ad identificare come tale. Fu così che dopo mesi e mesi nei quali Marietto si sdebitava sempre offrendogli ampie buste della
spesa piene, perché il radiologo non voleva soldi, Marietto lo invitò a cena al ristorante, disse pago io, eh no, non voglio sentir ragioni.
Se ne andarono al ristorante e offrì Marietto, se ne stavano lì assieme in silenzio e non dicevano niente, non avrebbero saputo cosa dire, Marietto soltanto lo ringraziava, disse ad un certo punto:
“che fine avrà fatto Luz?”
Il radiologo non rispose.
Era forse innamorato?
Non avrebbe concepito un sentimento così articolato, ma al nome della ragazza ebbe un sussulto.
Il radiologo lo guardava zitto e dopo un po’ ruminò dentro la sua testa di ritardato solamente un: che bella troia.
Marietto vide che il suo amico non rispondeva e troncò il discorso.
Gli venivano in mente il viso e le cosce, il viso e le cosce, la seguiva su Instagram e quelle immagini si erano impresse in lui, gli si erano appiccicate addosso, lo seguivano anche al lavoro, dopo un bella sfacchinata a portare le pesanti valigie dei gran signori egli si sorprendeva nel corridoio dell’hotel, stanco e con il cellulare in mano, quelle volte soltanto con il cellulare, si faceva ogni tanto qualche sega a casa prima di crollare in un sonno profondo e senza sogni.
Il buon Marietto prese lentamente ad invitarlo sempre di più a cena, scoprendosi nel tempo come obbligato ad invitarlo tutte le sere, se si dimenticava una sera il radiologo lo chiamava, diceva: mangi da me?
Ma poi finivano sempre a casa di Marietto che aveva cucinato di buono, da brava massaia che era. Finirono per farsi di nuovo compagnia, come amici s’intende, verso le nove e mezza, finita la cena, il radiologo se ne andava a casa, a cinquant’anni a quell’età dopo due giornate di lavoro ti viene proprio da andare a dormire, delle volte lo aiutava la sera a pelare le patate o a montare a neve le
uova anche a casa, facevano sempre qualcosa e parlavano poco, Maurizio non sapeva cucinare, ma sapeva assistere Marietto nelle cose più facili e lunghe, a casa Marietto cucinava e Maurizio lavava
i piatti, mangiavano in silenzio davanti al televisore, non importava che trasmissione vi fosse, se parlavano di qualcosa era del negozio, Maurizio il radiologo non trovava nulla da dire sul suo lavoro, del resto a Marietto poco interessava.
Non sapevano che fare se non lavorare, Marietto almeno aveva la Chiesa a tenergli compagnia, Maurizio il radiologo nemmeno quella.
Fu una sera che dopo cena più stanco del solito Maurizio si appoggiòs ul petto di Marietto e subito si addormentò. Marietto accennò un timido sorriso, lasciò Maurizio dormire sul divano e si andò a coricare nel suo letto da solo, crollò sul letto morto di fatica col suo corpaccione vecchio e grasso, senza pregare.
Fabio Canepa


![[Pluribus: l’AI-deologia della fine]](https://acumedellagrume.com/wp-content/uploads/2026/01/pluribus-finale.jpeg?w=1024)

![[Brainrot, IA e altre cose inutili. Un’altra idea di cultura]](https://acumedellagrume.com/wp-content/uploads/2025/11/maxresdefault.jpg?w=1024)

Lascia un commento