Il blu perfetto è un blu profondo che si trova negli abissi (marini), il primo fumetto da mangaka di Satoshi Kon è “Kaikisen-la stirpe delle sirene” (1990) che tratta di una leggenda del mare in relazione/contrasto al mondo reale, più sprofonda è più si fa scuro mischiandosi con le ombre e perdendosi nel mondo onirico dell’inconscio. Perfect Blue è l’immersione nell’incubo di Mima, un’idol in crisi d’identità che ha appena deciso di abbandonare il canto per la recitazione. Come immersa in un acquario senza via d’uscita, stretta in un appartamento monocellulare, Mima è sempre più sola come un pesce rosso nel profondo blu che diventa sempre più scuro e nero, come un fondale in cui si perdono i sensi e dove c’è un forte senso di morte.

“un uomo segue una ragazza, una ragazza segue la propria ombra” con queste parole Satoshi Kon sintetizza la trama del suo primo film durante la sua uscita nelle sale giapponesi nel 1997, Perfect Blue è liberamente tratto dall’omonimo romanzo di M.Takeuchi e mostra l’altro volto del successo, ovvero la dualità sgretolata di una psiche che si sdoppia e si confonde tra i piani più bui e loschi della violenza e dell’invidia. Un film che propone la fragilità tossica dell’idolatria che viene distorta grazie ai continui riflessi degli specchi onirici in cui lo spettatore si perde insieme alla sua protagonista. Grazie al montaggio ellittico si salta di scena in scena e non si capisce più cosa sia reale e cosa proiezione mentale, collassano i confini tra la vita vera e la messa in scena di un “crime”oltre i limiti convenzionali di rappresentazione. Erede della forza del tratto e dell’espressività del disegno di Otomo (creatore di “Akira“) Kon insieme alla sua casa di animazione (Madhouse) crea questa atmosfera inquietante in cui immerge l’anima sempre più in frantumi di questa giovane attrice, che se la deve vedere con personaggi a tratti realistici e a tratti deformi ma inseriti in un contesto sempre in bilico tra realtà e allucinazione. Attrazione e respingimento sono le forze che li animano e sono rivolte verso gli altri ma anche a loro stessi.

Il contesto è perturbante in quanto tratta il fenomeno delle idol, giovanissime star canore dall’aspetto piacente sempre allegro e innocente, che ebbe un grandissimo successo televisivo negli anni 80 ma che vide con gli anni 90 una degenerazione in cui il pubblico fanatico si avvicinò troppo alle proprie beniamine, dando vita a veri e propri atti di stalking. Nel caso di Mima questo moto di disordine sociale va a causare lo sbriciolamento della sua sanità mentale in cui si insinua la rappresentazione di un suo doppio, ormai altro da lei, con la quale entra in conflitto – una proiezione violenta che mantiene immutata la “purezza” originaria e che rifiuta il cambiamento con un’inquietante innocenza apparente. L’attrice Junko Iwao doppiatrice nella versione originale della protagonista è stata essa stessa una idol che ha vissuto in prima persona l’angoscia procurata dallo stalking, in una sua intervista nel documentario “Satoshi Kon – L’illusioniste” definiva il ruolo delle idol negli anni 90 nella sua completezza, facendone scaturire soprattutto le ombre: “le idol erano trattate come marionette, dovevano essere sempre sorridenti e in forma per poter danzare anche con 40 di febbre, in più avevano una vita privata tormentata da fan sempre più invadenti e gelosi”.

Nella contemporaneità degli anni 20 del 2000 con l’impazzire dei social, l’ossessione verso i sempre più numerosi “idoli” moderni è aumentata vertiginosamente, e lo spazio virtuale tra il personaggio famoso e il fan si è assottigliato. Le community dei fandom di alcune supercelebrità hanno infatti preso una deriva difensiva aprioristica estrema, creando eserciti di fanatici carichi d’odio pronti a tutto per il proprio mito. Il migliore esempio recente sul tema è “Swarm“(Sciame) di Donald Glover e Janine Nabers.

“Perfect Blue” anticipa un accecante disagio sociale ma è ancora più da ricordare per l’ardire rappresentativo che non retrocede di un passo a mostrare il perturbante, le violenze (psicologiche, sessuali, omicidi) non risultando mai di cattivo gusto. E se questa sofferenza estremamente esibita a una protagonista donna desse un eccessivo fastidio ne dà una risposta esaustiva, sempre nel già citato “Satoshi Kon – Illusioniste” l’animatrice Aya Suzuki, che ha lavorato al film e si è posta lo stesso cruccio riguardo a questa violenza gratuita:

“Inizialmente il film mi disturbava, perché tormentavano così tanto quella ragazza? Perché soffriva così tanto? (Quando chiesi a Kon) La vostra rappresentazione delle donne non è sempre “carina”, lui mi rispose: perché loro mi rappresentano, è molto interessante quando mi sento rappresentato in un film, io sono sempre dentro i miei film. Soprattutto per Perfect Blue Mima è Satoshi Kon – i suoi tormenti psicologici rappresentano quelli che Kon ha sulle politiche e pratiche del mondo dell’animazione e del manga. Questo mi ha fatto cambiare prospettiva”.

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