#15: L’innocente (Louis Garrel)

Che periodo stellare per Louis Garrel: un cameo vocale in Coma di Bonello, una comparsata di lusso ne Le vele scarlatte, il ruolo di Patrice Chereau in Forever Young (in cui è l’aspetto migliore di un film già di per sé magnifico), una grande prova nell’ultima, straziante fatica autobiografica del padre Philippe, Il grande carro, e soprattutto – dopo una manciata di irrisolte operazioni di rodaggio – alle prese con il progetto che finalmente sprigiona totalmente il suo potenziale dietro la macchina da presa.

L’innocente è una commedia leggera, anzi, leggerissima, imprevedibile e solo in apparenza sciocca, che gioca in modo molto intelligente sul concetto di messa in scena – con l’apice della strepitosa pantomima in autogrill – senza che il discorso teorico prenda mai il sopravvento sul turbinio degli eventi, sull’umanità dei suoi personaggi, sull’anima ludica di un film che è un autentico spasso da seguire anche nei suoi piccoli sbandamenti.

Trovata dopo trovata, gag dopo gag, prende forma un pastiche che inizia quasi come una parodia de Lo straniero di Welles e finisce come un giallorosa di Lelouch, in cui il più snob dei divi d’oltralpe di oggi mostra quel lato scanzonato che da lui non ci si aspettava e si mette generosamente da parte, lasciando il centro della scena ai suoi attori, a cominciare da una Noémie Merlant semplicemente radiosa che ruba la scena a tutti.

Emancipatosi dall’ingombrante eredità paterna, Louis Garrel trova la sua dimensione, intrattiene e diverte, restituendo nobiltà alla frusta commedia francese contemporanea pur restando coi piedi ben piantati nel terreno del cinema popolare: cosa chiedere di più?

#14: Animali selvatici (Cristian Mungiu)

È ancora possibile fare cinema politico senza inciampare nelle trappole della retorica e senza scadere nel proselitismo d’accatto, senza sacrificare la propria identità estetica e la solidità della scrittura alla necessità di veicolare un messaggio in modo che nessuno possa fraintenderlo o metterlo in discussione.

È solo una delle tante caratteristiche virtuose che elevano oggi la cinematografia rumena al rango di più importante produzione nazionale di tutto il vecchio continente, e spiace che a trovare posto nella nostra programmazione di sala – faticosamente e in forte ritardo, tra l’altro – sia stato soltanto l’ultimo lavoro di Cristian Mungiu, che forse perde di misura il derby contro i rivali Radu Jude e Cristi Puiu, ma firma comunque una delle disamine – anzi, radiografie, considerando il titolo originale – più profonde e sfaccettate della situazione sociopolitica nazionale ed europea.

La Romania di Animali selvatici è una terra di confine, stritolata fra l’ingombrante retaggio filosovietico e le nuove, rigide istanze occidentali, un caos multilingue e pluriculturale in cui, come recita l’adagio popolare, ognuno è “il terrone di qualcun altro”, una polveriera sottoposta a una continua pioggia di scintille, e Mungiu rende l’idea con un film teso e mai accomodante, in cui ogni parte in causa, più che le proprie ragioni, ha la propria dose di torto e di responsabilità, che viene fuori e rivela il peggio di tutti nell’ormai celebre ripresa ininterrotta di 15 minuti a camera fissa dell’assemblea cittadina, un capolavoro di costruzione drammatica e di ingegneria sonora che lascia stupefatti.

Un’opera minacciosa, opprimente e tristissima, che incornicia forse il Natale più misero e disumano mai visto su grande schermo, il giusto antidoto allo sguardo semplicistico e manicheo di Ken Loach che si è imposto in questa chiusura d’anno, una sonda che ispeziona impietosamente le nostre paure più superficiali e ci invita a tenere d’occhio, invece, i torvi scenari che incombono all’orizzonte.

#13: Io capitano (Matteo Garrone)

È stato al centro di un accesissimo dibattito sin dalla sua presentazione a Venezia, sommerso dai dubbi sulla sua identità produttiva e soprattutto sulla sua missione politica: è un assist, per quanto involontario, ai proclami anti-immigrazionisti del governo in carica oppure una deliberata istigazione all’incontrollato esodo di massa? È un film che intende sensibilizzare il pubblico al più destabilizzante e inarrestabile evento geopolitico del secolo o che finisce per dare ragione a chi dietro questa crisi umanitaria generalizzata scorge soprattutto motivi economici?

La verità, almeno per chi scrive, è che il punto sta altrove, da tutta un’altra parte, né nell’origine del fenomeno, né nei suoi effetti, bensì nel suo svolgimento, nel percorso di scoperta e di crescita di uno di quegli individui che vediamo ridotti a statistica e a numero e che invece è un essere umano con le nostre stesse aspirazioni, i nostri stessi desideri e il nostro stesso bisogno di ambire a qualcosa di più.

Dopo un adattamento collodiano così personale da difettare di empatia e di calore, Matteo Garrone ci riprova e fa centro con il suo Pinocchio africano che attraversa, opportunamente calate sul piano della realtà, le stesse (dis)avventure del burattino di legno, imbattendosi nel Lucignolo, nella Fata Turchina, nel Grillo Parlante o nel Mangiafuoco di turno, fino all’agognata traversata del Mediterraneo a bordo di una bagnarola che fa da balena e che vedrà il protagonista che abbiamo conosciuto all’inizio diventare non un “bambino vero”, ma un uomo consapevole delle sue responsabilità e del suo ruolo, capitano di se stesso e delle decine di suoi compagni di viaggio.

Con questo approccio, Garrone schiva abilmente le trappole della retorica e della gretta pornografia del dolore à la Cafarnao, con una messa in scena ricercata ma mai gratuitamente estetizzante e con un racconto coinvolgente ma mai emotivamente ricattatorio: un film a cui che poteva venir fuori profondamente sbagliato per migliaia di motivi diversi e che invece, miracolosamente, è una grande vittoria, morale ma soprattutto cinematografica.

#12: Decision to Leave (Park Chan-Wook)

Sono rimasti in pochissimi, oggi che si è molto cauti a descrivere i rapporti tra uomo e donna, a credere nelle potenzialità cinematografiche e nelle capacità di rinnovamento dell’amour fou, il cliché con cui gli spettatori di ogni epoca – esclusa questa, forse – hanno visto, sognato e scongiurato come deriva estrema, a metà fra desiderio e violenza, delle loro fantasie romantiche.

Park Chan-Wook è sicuramente il più irriguardoso e il più sfacciato di tutti, un autore capace di ricorrere alle tinte più forti mantenendo comunque una grande raffinatezza, di raccontare ossessioni, patologie, abusi, torture, feticismi e tormenti non (solo) con l’intenzione di turbare lo spettatore ma (anche) con l’ambizione di portarlo ad avvertire quelli che, stando alle sue parole, sono i temi base del suo cinema, “la paura e il dolore, la paura prima dell’azione violenta, il dolore dopo”.

Rispetto a un passato fatto di vendette, preti vampiri, giovani che si credono robot e legami sul filo dell’incesto, Decision to Leave è piuttosto uno studio sulla repressione, sulle inibizioni che si traducono nella nostra incapacità di relazionarci col prossimo, sulle barriere che ci imponiamo nel tentativo di non cedere al desiderio: una visione delle cose che si esplica in un film registicamente perfetto, che tiene i suoi personaggi costantemente divisi, ora fisicamente, con vetri, specchi e schermi a frapporsi di continuo fra loro, ora linguisticamente, con una protagonista che è di fatto una persona diversa a seconda che si esprima in coreano o in mandarino, ora narrativamente, con due passioni raccontate a distanza e destinate a non incontrarsi mai.

Un magnifico melodramma che è anche un grande saggio sull’atto della visione e sui fraintendimenti che essa causa, sulla realtà che crediamo oggettiva e che invece ci costruiamo per sopravvivere: in altre parole, un grande film sul cinema.

#11: Spider-Man: Across the Spider-Verse (Joaquim dos Santos, Kemp Powers, Justin K. Thompson)

Vista la sua portata rivoluzionaria e la velocità con cui ha inciso nell’immaginario collettivo, credo sia legittimo, se non sacrosanto, schiacciare il pedale della prova del tempo a tavoletta e riconoscere che Spider-Man: Un Nuovo Universo ha rivestito sull’animazione occidentale contemporanea la stessa importanza che ha avuto Akira su quella orientale degli anni ’80.

Non è semplice alzare la posta se il tuo riferimento è il vertice dell’intrattenimento cinematografico degli ultimi anni – live-action compresi – ed è quindi naturale che ambizioni così smisurate portino ogni tanto a un certo stato di saturazione, a un “volume tutto a 11” che in certi momenti può farsi assordante, a una specie di horror vacui che si traduce nel tentativo, ansioso e disperatissimo, di mantenere costante quel senso di meraviglia.

Ma al di là di quest’inevitabile impressione, derivata dall’assenza di quell’effetto novità che accompagnava il prototipo, un’operazione impossibile come questa toglie il fiato per la sua inventiva e per la sua “missione immaginosa”, che recupera i presupposti del precedente e li eleva alla massima potenza, forse con una certa macchinosità, sì, ma senza mai mostrare la corda che sta dietro all’artificio, anzi, perfezionando quel discorso concettuale sullo storytelling e sulla dimensione metanarrativa che nel primo capitolo restava all’ombra di quella travolgente innovazione tecnica.

Spider-Man: Across the Spider-Verse è un seguito coraggioso e a tratti destabilizzante nella stessa misura in cui lo fu Ritorno al futuro – Parte II: nel film di Zemeckis lo scopo era rispettare il paradigma imposto dal film capostipite, annullare quelle deviazioni che hanno fatto deragliare il futuro verso la distopia, quindi l’esatto contrario della missione di Miles, ossia sfidare la convenzione, il racconto mille volte uguale, per rivendicare la propria indipendenza e per salvare ciò che è più caro; con il secondo capitolo delle avventure di Marty e Doc, però, oltre a un cliffhanger un po’ disonesto, condivide l’incupimento dei toni, lo sviluppo intricato, l’idea che a reggere tutto quello che costituisce la nostra vita, quindi l’identità, i rapporti, le aspirazioni e lo status quo, siano qualcosa di fragilissimo.

Ci sarebbe un’infinità di cose da scrivere su uno spettacolo complesso, avvincente e straordinario come questo, che poteva limitarsi a ripetere pigramente una formula rodatissima e che invece, come il Pinocchio di Del Toro, è una lezione sulla rottura del canone, sulla necessità di discostarsi dagli schemi precostituiti per raccontare la propria storia: una festa per gli occhi e non solo, da vedere a ripetizione.

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