#20: La moglie di Tchaikovsky (Kirill Serebrennikov)

Mai stato un fervente ammiratore dell’opera di Kirill Serebrennikov, artefice di un cinema ora troppo debitore della sua origine teatrale, ora costretto a ricorrere a un linguaggio incontrollabilmente delirante per mascherare la propria confusione di intenti.

Dopo la piacevole eccezione di Leto, riuscito e sobrio affresco della florida scena rock sovietica nel decennio che ha preceduto la caduta del Muro di Berlino, il cineasta russo trova finalmente equilibrio formale e firma quello che è per distacco il suo film più riuscito, in cui il suo barocchismo cessa di somigliare a un vacuo esercizio di stile e diventa invece il giusto mezzo espressivo per raccontare una storia appassionante ed appassionata, una specie di versione ancora più logorante e mortificante della folle infatuazione dell’Adele H. di Truffaut.

Serebrennikov recupera le vicende già raccontate da Ken Russell ne L’altra faccia dell’amore, invertendole di segno e conferendo dignità e tragicità a una donna ferita e maltrattata dalle convenzioni del suo tempo e del nostro, con un film barocco e fiammeggiante, pieno di soluzioni registiche frastornanti, come il frequente ricorso al piano sequenza – indimenticabile quello che “viaggia nel tempo” all’interno della stazione ferroviaria – e una sorta di videoclip conclusivo che mescola il camp e la danza moderna.

Un film elegantissimo ma mai ingessato, sentito e sofferto, una storia d’amore tossico e negato che diventa l’allegoria di un’intera generazione di artisti alle prese con il silenzio sprezzante del loro Paese.

#19: Le mura di Bergamo (Stefano Savona)

Non si tratta semplicemente, perlomeno tra i lungometraggi regolarmente distribuiti da noi, dell’unico film che si debba vedere per inquadrare storicamente e socialmente le circostanze e gli effetti della pandemia che ha sconvolto il mondo all’inizio di questo decennio.

L’iniziativa di Stefano Savona, che dopo l’exploit de La strada dei Samouni si era già rivelato come uno degli sguardi più preziosi della scena documentaristica di casa nostra, parte come un raggelante reportage delle micidiali fasi iniziali dell’emergenza sanitaria nel nucleo urbano che ha registrato il maggior numero di decessi in tutto il mondo, riprendendo a debita distanza e con il pudore delle grande testimonianze lo slancio di chi ha tentato di limitare i contagi e la rassegnazione di chi ne è rimasto investito, il senso di impotenza delle istituzioni, lo spaesamento delle famiglie e il silenzio assordante delle vittime.

Il film però racconta molto di più, rimanendo in equilibrio su una linea da cui restituisce sia il senso di colpa di chi è sopravvissuto, sia i ricordi lasciati da chi invece non ce l’ha fatta, in un’operazione a metà fra la terapia di gruppo e il requiem, che assume la forma di un affresco popolare in cui si intrecciano il destino dei vivi e la rimembranza dei morti, che sembrano quasi diventare l’uno lo specchio dell’altra.

I bastioni della città, che con il progressivo ritorno alla normalità sono stati scelti come luogo di raduno dai reduci, diventano lo scenario di un’autoanalisi collettiva e il simbolo di un intero Paese che ha visto volatilizzarsi dal giorno alla notte un’intera generazione di genitori e di nonni e che ha dovuto riscoprirsi, per quanto possibile, maturo e responsabile.

Un film di grandissima umanità, lucido e straziante, che si chiude con un finale davanti a cui è impossibile non commuoversi, in cui le persone che forse abbiamo intravisto spegnersi nelle corsie degli ospedali “resuscitano” grazie ai filmini di famiglia raccolti dai loro eredi, ripopolando per un attimo quegli spazi che la paura e la morte hanno lasciato deserti.

#18: L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice (Alain Guiraudie)

C’è chi affronta le paure e le ansie della contemporaneità come se sentisse di doversi far carico di domande che non gli sono state poste, camminando sulle uova, cercando di non urtare la sensibilità di chi lo ascolta… e c’è chi spassionatamente se ne frega e mette alla berlina tutti i tabù che gli si parano davanti, toccando i nostri nervi scoperti e mettendoci a confronto con l’irrazionalità dei nostri comportamenti.

Il nuovo film dell’autore de Lo sconosciuto del lago risponde con una boccaccia e con un ghigno alle paturnie più o meno giustificate dello scenario occidentale degli ultimi anni, un campo di battaglia in cui, indipendentemente dal lato della barricata da cui si sceglie di stare, l’unica possibile risposta alla follia è ribattere con una follia ancora più grande, in una partita al rilancio sempre più incontrollabile: questo è lo stato delle cose secondo Alain Guiraudie, che in un film così spudorato e spregiudicato ci suggerisce invece di trovare, se non la soluzione, quantomeno un po’ di temporaneo conforto nel nostro lato dionisiaco e nella schiettezza delle nostre pulsioni.

E lo fa con un senso della provocazione che non si propone come fine ultimo quello di scioccarci o di respingerci, bensì l’esatto contrario: è un cinema disinibito, svitato, orgiastico e liberatorio che ci invita invece a non prenderci troppo sul serio e a partecipare a questo gioco leggero e senza regole, dove niente, neanche la violenza domestica, il terrorismo e la morte, sfugge alla logica dello sberleffo e alla morale dello scherzo.

Cinema “libero”, insomma, come lo definiva sprezzantemente Salvatores nella sua ultima penosa fanfaronata, anzi, cinema sovversivo, che ci porta via da qui, come recita il titolo originale, e che è ciò di cui, in questi tempi, abbiamo sempre più disperatamente bisogno.

#17: Il libro delle soluzioni (Michel Gondry)

Bentornato, Michel Gondry, quanto ci eri mancato!

Erano ben 8 gli anni che ci separavano dalla sua ultima sortita sul grande schermo, quel delizioso Microbo & Gasolina che lo aveva riconciliato a quella “poetica della cartapesta” che, nel corso di una carriera portata avanti con lo scomodissimo apice di Eternal Sunshine of a Spotless Mind a gravare sul groppone, pur rimanendo sempre presente, si era evoluta in una forma più stucchevole e meno genuina.

Un percorso, il suo, che sarebbe potuto procedere per inerzia e che avrebbe potuto assestarsi su binari più tranquilli, ma che invece – forse anche per colpa dello spettacolare fallimento di The Green Hornet – è andata avanti a zig zag, tra film sempre più piccoli (l’ottimo The We and I, per dirne uno) e narcisistiche autoindulgenze come Mood Indigo – La schiuma dei giorni.

A 60 anni appena compiuti, il regista si guarda indietro, guarda alle sue fasi più tormentate della sua carriera – in particolare proprio all’infernale lavorazione dell’adattamento di Boris Vian – e, inevitabilmente, stende un bilancio, trasfigurando tragicomicamente le disavventure e i tormenti della sua attività, senza mai piangersi addosso o assolversi, ma esprimendo gratitudine nei confronti di chi, per decenni ha sopportato lui e le sue crisi di nervi, dagli stoici collaboratori all’amatissima zia Suzette, da poco scomparsa, già fulcro del bel documentario La spina nel cuore e dedicataria di questo film, in cui rivive magnificamente “interpretata” dalla Françoise Lebrun di Le maman et la putain.

Il risultato è una commedia scatenatissima, a tratti esilarante – come nell’episodio, reale, della sonorizzazione senza partitura o nell’irriferibile cameo di un divo del pop -, orgogliosa della sua natura squinternata e implausibile, affettuosa, fragile e assurda, in cui la forte identità autobiografica non mette mai a repentaglio il piacere di lasciarsi trascinare dalla follia degli eventi.

Un gran divertimento, che forse ha il difetto di concludersi troppo bruscamente, ma che costituisce una grande, rigenerante rentrée per uno dei più originali registi d’oltralpe.

#16: Il capofamiglia (Omar el Zohairy)

In ottobre, la distribuzione italiana ha avvistato Kafka a Teheran nel bel sodalizio tra Ali Asgari e Alireza Khatami: una segnalazione un po’ precipitosa e a tratti superficiale, visto che pochi mesi prima lo scrittore boemo era stato avvistato altrove, poco distante, coinvolto in quella che può ragionevolmente definirsi come La metamorfosi in Egitto.

Il giovane cairota Omar el Zohairy debutta con una spiazzante parabola sulla natura repressiva della società mediorientale, sul vero, radicato e barbarico sistema di valori che relega oggi la donna a una posizione più che subalterna, anche quando – seguendo l’assunto sorprendentemente letterale del film – l’uomo regredisce allo stato bestiale.

Certo, forse la “sgrammaticatura” di certe riprese può sembrare fin troppo ricercata e forse quasi due ore per raccontare una storia così possono sembrare eccessive…

…ma, al netto di tutti questi peccati veniali, credo che ci troviamo di fronte a un grande esordio – probabilmente il migliore della stagione – che mette insieme l’umorismo laconico di Tati, il gusto per l’assurdo di Ferreri e la fredda rassegnazione di Bresson, un film che può anche indisporre, sì, ma che non sai mai che cosa ti possa riservare, neanche di scena in scena, ma di inquadratura in inquadratura, una commedia nerissima sull’estinzione del maschio e sulla perdita di quel poco che ci è rimasto di umano.

Ai Critics’ Awards for Arab Films lo avevamo convintamente acclamato, attribuendogli il premio per la miglior regia e quello per la miglior sceneggiatura; nei mesi precedenti, però, aveva vinto la Semaine de la Critique e il FIPRESCI a Cannes, si era aggiudicato il Premio Speciale della Giuria a Torino e aveva trionfato a El Gouna: che scusa abbiamo per non averne scritto o parlato abbastanza?

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