Una selezione di Andrej Bosco

La tappa iniziale di questo purgatorio cinematografico vede riunirsi la coppia de La pazza gioia, interpreti fra le più riconoscibili e talentuose dello scenario italiano contemporaneo: la prima è il valore aggiunto del ritorno al cinema dopo un decennio di assenza di quell’Ursula Maier che, con Home e Sister, aveva saputo descrivere con efficacia le tensioni e le ansie di situazioni familiari difficili; la seconda debutta volenterosamente alla regia con un dramma popolare, anzi, neo-proletario che guarda contemporaneamente agli eroici disgraziati di Loach e alle macchiette degli ultimi, più acidi sussulti della commedia all’italiana.

Se va riconosciuto il coraggio di raccontare una storia di violenza domestica diversa e originale, bisogna anche fare i conti con un cinema che ha momentaneamente perso la sua lucidità, la sua sottigliezza e la sua ricercatezza, tra metaforoni sbandierati e caratterizzazioni un po’ dozzinali, in primis proprio quella della Bruni Tedeschi, madre vanesia e crudele a metà fra la Joan Crawford di Mammina cara e un villain della Disney: non un tonfo per Ursula Maier, ma un discreto passo indietro.

Micaela Ramazzotti, invece, rivela una discreta sensibilità a fare i conti con il registro più triste e dimesso, anche se la sua Desirè è così caricata da sembrare una parodia del suo personaggio-tipo di coattona svampita dal cuore grande: è piuttosto sul lato buffonesco e caricaturale, nei momenti da risate a denti stretti, che il film collassa, nei duetti con un Sergio Rubini un po’ intellettuale tossico, un po’ pignolo verdoniano, e soprattutto con i genitori interpretati da Max Tortora e da Anna Galiena, tanto caricati e sopra le righe da non sembrare praticamente mai autentici e da dare presto sui nervi. Tante buone intenzioni, insomma, gravate però, più che da un tocco acerbo, da una certa grossolanità.

Il secondo abbinamento della selezione riunisce due realtà italiane che non potrebbero dirsi più diverse: il primo è l’esordio sulla lunga distanza di una delle più interessanti voci emergenti della scena nostrana, l’altro è la rara operazione lontana dal cinema di finzione di una delle personalità più attive della nostra produzione “industriale”.

Disco Boy arriva dopo un decennio di fortunata gavetta nella dimensione del cortometraggio e ci rivela una voce ambiziosa, non allineata e ricercata, soprattutto sul piano della costruzione delle immagini: è un gran peccato, però, che il film proceda a fatica e si affidi a lunghe parentesi contemplative un po’ fini a loro stesse, che giri spesso a vuoto e che, alla lunga, l’evidente debito nei confronti del cinema di Claire Denis si faccia ingombrante. Una falsa partenza, forse, ma la certezza che Abbruzzese possa aggiustare il tiro già al prossimo tentativo c’è tutta.

Milani, invece, dopo un decennio trascorso nella catena di montaggio della rantolante commedia di casa nostra, costituita per lo più da meccanici rifacimenti di brutti originali d’oltralpe, tenta di rifarsi una verginità artistica affrontando uno dei settori di maggiore tendenza degli ultimi cinque anni, il documentario celebrativo, un filone di cui Ennio è stato apripista virtuoso, svelandone tutto il potenziale, non solo commerciale.

Sono film che, anche senza la forte impronta autoriale di Tornatore o Marcello, possono dirsi molto difficili da sbagliare, tra cataste di materiale d’archivio e interviste: eppure l’approfondimento su Gaber, a differenza di quello coevo su Jannacci realizzato da Giorgio Verdelli, è goffo, poco interessante, scarsamente approfondito e generico, che ci aiuta più a identificare Gaber come fenomeno culturale che non come artista, più come specchio del contemporaneo che non come autore. Mediamente scarso e piuttosto autoreferenziale, a parte quello davvero commovente di Sandro Luporini, l’apporto delle personalità coinvolte, che culmina in un orrendo finale, artefatto e grondante retorica.

Molte aspettative per Gareth Edwards, bella speranza britannica che torna a un progetto totalmente originale dopo essere stato reclutato da Hollywood in qualità di rianimatore di vecchi franchise: l’occasione è un temerario esempio di quella che viene antipaticamente definita “fantascienza adulta”, un raccontino morale che si propone di affrontare paure e dilemmi contemporanei senza facili concessioni all’intrattenimento per famiglie o all’ottica seriale.

Molte aspettative per Gareth Edwards, bella speranza britannica che torna a un progetto totalmente originale dopo essere stato reclutato da Hollywood in qualità di rianimatore di vecchi franchise: l’occasione è un temerario esempio di quella che viene antipaticamente definita “fantascienza adulta”, un raccontino morale che si propone di affrontare paure e dilemmi contemporanei senza facili concessioni all’intrattenimento per famiglie o all’ottica seriale.

Peccato che, al di là dell’originale ambientazione terzomondista, affascinante alternativa agli stravisti scenari urbani, il film non funzioni: restano in superficie i discorsi sull’IA e sulla sua evoluzione, la struttura da road movie procede a singhiozzo, la scrittura è confusa e il cast – a partire da un protagonista notoriamente disastroso come John David Washington – è a dir poco mediocre. Vedremo al prossimo giro.

Il penultimo Leone d’oro è invece la dimostrazione di un assunto molto semplice, e cioè che la passione civile non basta più. Se buona parte della riuscita di Citizenfour, premiato con l’Oscar, dipendeva dal fatto di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, con un progetto più ponderato il documentarismo di Laura Poitras mostra tutti i suoi limiti: totale asservimento alla causa – produce la stessa Nan Goldin, d’altronde -, narrazione faticosa, con una meccanica alternanza tra la sezione privata e quella pubblica, e poco, pochissimo cinema (imperdonabile l’interminabile sezione a diapositive). Un film sopravvalutatissimo e molto meno lucido di quello che sembra.

È stato il fenomeno del nostro botteghino di questo primo trimestre e non si fatica a capire il perché: il terzo film da regista di Andrea di Stefano ha saputo rispondere alle esigenze di un pubblico assetato di prodotti di genere proponendo un’alternativa di maggiore appeal rispetto ai due modelli ora in voga, ossia il serissimo trucidume parahollywoodiano di Sollima e le ruspanti operazioni nostalgia dei Manetti, una più raffinata e sobria terza via sulle orme di quello Scerbanenco non ancora trasfigurato dalla stagione del poliziottesco.

È un’iniziativa encomiabile e di tutto rispetto, gravata però da un ritmo altalenante, che si impantana in particolare nella lunga sezione centrale, da vistose cadute di tono (come il goffo recupero dei diamanti dal cavalcavia), e da un comparto tecnico non proprio ineccepibile, con il montaggio di Giogiò Franchini a fare un po’ troppa confusione soprattutto in apertura e, ancor peggio, con un sonoro in presa diretta da mani nei capelli, che rende scarsamente comprensibili molti dialoghi.
Certo, Di Stefano può contare su due efficacissimi protagonisti, il solito, grande Favino e una sorprendente Linda Caridi che rischia spesso di rubargli la scena, e non mancano i momenti di ottimo cinema, a cominciare dall’ormai celebre lunga ripresa da elicottero che apre il film, accompagnata dalle suggestive musiche di Santi Pulvirenti, e dalla spettacolare sparatoria allo svincolo per Carugate, ma ci volevano maggiore oculatezza a gestire l’ingente budget (poco meno di 10 milioni di euro, cifra faraonica per i nostri standard) e una maggiore cura sul piano formale: il tiro è aggiustato, la prossima volta si può fare centro.

Di tutt’altra entità l’altra debacle di questa accoppiata, il secondo adattamento per lo schermo della trilogia familiare di Florian Zeller a opera dello stesso drammaturgo: vengono meno le disorientanti intuizioni di messa in scena, la capacità di reinventare cinematograficamente il testo teatrale di partenza e la gravitas che impreziosivano The Father, sostituite da un banale, inerte, telefonato e trito dramma borghese che flirta con la soap opera, scritto senza la minima finezza e interpretato, a cominciare da uno Hugh Jackman mai così inadeguato, da attori mal diretti.

Che personaggio particolare, Sarah Polley: l’abbiamo vista recitare bambina nel Munchausen di Gilliam, gravitare nell’orbita dei suoi conterranei Cronenberg ed Egoyan, e infine eclissarsi dopo una carriera da attrice mai decollata davvero. Non molti all’epoca, tuttavia, si accorsero del suo passaggio dietro la cinepresa, una nuova occasione che, nel tempo, le ha permesso di girare un notevole terzetto di film: Women Talking arriva a dieci anni esatti dall’ultimo di quei tre, Stories We Tell, forse il suo capolavoro, e dopo un periodo di effettiva inattività, TV esclusa.

Peccato che nel frattempo, oltreoceano, gli scenari siano oggi sensibilmente diversi e che Polley, alle prese con la sua prima produzione statunitense, abbia deciso di adattarvisi totalmente, realizzando un film che rinuncia all’ambiguità e alla complessità delle opere precedenti per scadere nella formula del sermone, per mostrarsi così sicuro della buona fede del suo messaggio da pretendere di inculcarlo senza alcuna finezza, nella più ottusa forma del film a tesi.
La missione civile diventa quindi il paravento dietro cui tentare di nascondere tutte le fragilità di un film che non va da nessuna parte, che somiglia a un dibattito i cui oratori sono tutti sostanzialmente concordi, che non fa che ripetersi stancamente e che non ha una sola idea di regia.

Un gran passo falso, che però ha spalancato a Polley le porte di Hollywood, con un inaudito Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e – quanto si può cadere in basso! – con l’assegnazione della regia dell’imminente live-action di Bambi.

Sam Mendes, dopo due 007 e il tour de force di 1917, torna a una dimensione più intima e contenuta con un film che non si capisce bene cosa intenda essere: una storia di emancipazione, un elogio funebre della sala cinematografica, una parabola antirazzista, un malinconico scorcio sull’autunno della vita? Nel dubbio, Empire of Light è tutte queste cose insieme e nessuna, un film blando e abbozzato, non amabilmente retro ma semplicemente ammuffito. Certo, c’è Olivia Colman, ma può bastare?

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