Slam Dunk di Takehiko Inoue ha una storia che è un classico di narrativa sportiva e ha intrattenuto negli anni 90 e 2000 prima i lettori del manga e poi gli spettatori dell’anime della Toei Animation, affermandosi come lo spokon (fumetto sportivo) più popolare del periodo. The First Slam Dunk è un revival di quelli fatti bene che concede il giusto spazio visivo al basket giocato. Siccome la resa “cinematografica”di uno sport in azione è una strada impervia va curata nel dettaglio soprattutto se, come in questo caso, è il fulcro centrale della narrazione. Spesso infatti viene furbescamente accennata o lasciata fuoricampo perché se la si sbagliasse guasterebbe l’intera opera.

Il film nel suo stile animato cangiante vive di sprazzi, di accelerazioni e di calchi delle tavole originali. Il dinamismo dato dall’immagine in movimento ammorbidisce le linee rispetto alle pagine del fumetto, cambiando però passo, insieme alla tecnica di animazione, in alcune sequenze dove sprigiona acuti cinetici che toccano l’estatico. Si parte dai corpi abbozzati a matita dei titoli di testa che prendono vita e assumono una nuova forma ibrida 3D/digitale. Palla a due e siamo subito pronti ad immergerci nella finale del torneo contro gli imbattibili del Sannoh. Non si passa perché l’avversario è un muro insormontabile, è più forte, è più grosso, è troppo grande. Slam Dunk è sia l’uno contro uno con gli ostacoli della vita che il lavoro di squadra per vincere in palestre gremite. È coinvolgente, è storie di riscatto, è continui cambi di fronte, è il Basket.

Il talento di Rukawa, la forza di Akagi, la precisione di Mitsui, il genio sregolato di Hanamici ma soprattutto l’amore per la pallacanestro di Miyagi Ryota, il playmaker numero 7. Un passo, due e salto all’indietro, stepback in un ricordo grigiastro come il cielo terso di Okinawa. Grigio è anche l’asfalto del campetto di periferia dove si fonda la “street credibility” e dove giocano due fratelli.

Inoue e Toei Animation con una sfogliata di pagine inedite approfondiscono questo giocatore cardine: “il regista”della squadra, il piccoletto nel mondo dei giganti. Portatore di palla, iniziatore dell’azione, vera e propria mente della squadra ma qui schiacciato sotto la pressione degli avversari e delle aspettative. La passione di Ryota per la palla a spicchi è una questione irrisolta, l’ombra del fratello maggiore, un altare in cui elaborare le distanze e gli spazi vuoti.

I rimbalzi di un pallone usurato riecheggiano come battiti e danno ritmo all’azione che sobbalza e si arresta, e noi ci siamo dentro, siamo dentro al pallone arancione come nell’esperienza “Monad”dell’artista Lil Yilin in VR presente al Guggenheim nella mostra del 2018 “One Hand Clapping”, in cui grazie ad una simulazione di realtà virtuale siamo una palla e veniamo “palleggiati” da un giocatore digitale dalle fattezze del cestista Nba Jeremy Lin.

Lin che dal nulla fece impazzire il pubblico di New York con una serie di partite pazzesche guadagnandosi la chance di giocare ad alto livello nella lega cestistica più competitiva del mondo, autore della parabola di panchinaro sconosciuto che conquista la gloria a suon di piccoli spazi e inaspettate super-prestazioni. Una monade che porta il nome di Linsanity! (E due documentari al seguito)

Slam Dunk è spot per la pallacanestro anche per lo sfacciato design, il rosso numero dieci ha proprio quelle scarpe lì, quelle di cui “Air – il grande salto”(Ben Affleck) celebra la venuta, quelle nike che indosso a Michael Jordan hanno rivoluzionato il branding non solo sportivo. Nel film di Affleck il giocatore dei Chicago Bulls non viene mai mostrato direttamente spingendo sull’esaltazione del mito Air Jordan come icona e marchio, smaterializzando la sua umanità e conservando per l’immaginario soprattutto le sue imprese sportive, i suoi tiri impossibili, la sospensione in aria delle sue schiacciate.

Così anche in The First Slam Dunk la bellezza del gesto è catturata razionalmente dall’occhio dello spettatore, pura magia in perfetta continuità di show dell’era Larry Bird e Magic Johnson, ma sono invece il sudore e le dinamiche tra compagni di squadra che riaccendono nello spirito del giocatore la gioia irrazionale del gioco che acchiappa tutti dal campione fino all’ultimo dei minors.

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